Organizzare la sinodalità – 5
Ogni ambiente sociale ecclesiale può
sostenere un particolare tipo di sinodalità. Prima di iniziare a lavorarci
sopra, è necessario quindi capire quale
sia.
In una parrocchia a questo non si pensa, di solito.
Si pensa ad un’offerta di attività organizzate e si vede chi ci sta, chi ci
viene. Si lavora con quelle persone, e le altre le si lascia perdere. Di tanto
in tanto compariranno, per una qualche liturgia particolare, per celebrare una
ricorrenza della vita, per portare una figlia o un figlio al catechismo. Ma non
si avvicineranno più di tanto.
Circa ottomila persone, ho stimato, gravitano
intorno alla nostra parrocchia per le
loro esigenze religiose, circa un migliaio si presentano regolarmente ad un
qualche tipo di liturgia, in prevalenza le persone più anziane e quelle che
hanno figlie e figlie nelle età della fanciullezza o della prima adolescenza, non
più di trecento frequentano anche altre attività organizzate in parrocchia e poche
decine, preti compresi, sono impegnate in attività sinodali in senso lato, che
prevedano un’effettiva partecipazione, in qualche modo. Al dunque, la parrocchia
è proprio, in realtà, quelle decine di persone, e solo quelle. Le altre
sono gente che viene e che va, che a stento si riuscirebbe a ricordare. Non un
grande risultato, obiettivamente. Eppure sono sicuro che i preti arrivano sfiniti
al termine delle loro giornate. Questo perché il circolo della sinodalità è
troppo ristretto.
D’altra parte, allargandolo, si rischia di
perdere il controllo di quello che si fa e che allignino le stranezze
misticheggianti che sempre si manifestano in religione, e che non di rado sono anche
incoraggiate, perché tutto sommato è il modo più semplice per mantenere un
collegamento con la gente. In effetti, nonostante tutta la pretesa secolarizzazione
della nostra società, il sacro affascina ancora. La gente accorre, diventa
folla, intorno a certe realtà aumentate inscenate evocando il sacro.
L’altro giorno in televisione, in una
trasmissione da Assisi, dove c’è l’ostensione di ossa attribuite a san Francesco,
un frate, rispondendo ad una domanda di una giornalista, si è definito “specialista
del sacro”. Se lo dice lui, sarà come dice, ho pensato, ma non so quanto
questo abbia poi a che fare realmente con l’evangelizzazione.
La sinodalità richiede qualcosa di più
profondo e di più ancorato alla realtà. Però a questo non si è formati, né da
piccoli, né da grandi. Si viene in chiesa per sentir parlare del sacro, per vederlo
agire nelle liturgie, per contemplarlo nell’architettura e negli arredi. Se ne
è coinvolti emotivamente finché dura la messa in scena e poi si torna con i
piedi per terra.
Io comincerei dal chiedermi: c’è in
parrocchia gente che ha esigenze di sinodalità e che ha il profilo e le
competenze necessari per viverla? Temo che l’indagine potrebbe demoralizzare.
Tutto sommato alle persone sta bene che la chiesa sia il luogo dove si va a
sentire il prete e lasciar fare tutto a lui. L’impegno costa tempo e fatica, il
tempo è poco soprattutto nelle età centrali della vita, in cui si arriva a sera piuttosto
stanchi.
Il
Consiglio pastorale parrocchiale dovrebbe essere l’organismo che stimola e
sorregge la sinodalità, vivendola prima di tutto al suo interno. Da noi, come
in molte altre parrocchie, è caduto in desuetudine, così come quella sorta di
suo doppione, in teoria più dinamico e agile, che è l’equipe pastorale. Questi
due organismi potrebbero cominciare con l’organizzare audizioni della gente per
intercettare le sue esigenze e le sue capacità di sinodalità e anche una vera e
propria scuola di sinodalità, in cui cominciare a farne tirocinio.
L’obiettivo potrebbe essere quello di indurre
e sostenere una rete parrocchiale di circoli sinodali, nei quali cominciare ad
andare oltre la semplice partecipazione passiva, quando si va per ascoltare e
al più per ripetere preghiere secondo un copione scritto in altra sede.
In un circolo sinodale, come lo stesso Consiglio
pastorale parrocchiale può iniziare ad essere, si porta la propria vita a
contatto con una fede condivisa, mentre adesso rimane in genere fuori, o meglio
solo dentro di sé.
Così
poi ci si può orientare sul da farsi decidendo insieme e dividendosi i compiti,
senza che tutto ricada sulle spalle del prete. Non tanto per quello che c’è da
fare in parrocchia, ma per ciò che conviene fare fuori, nella società civile intorno.
Un circolo sinodale può diventare in tal modo una importante istituzione per l’orientamento
personale, qualcosa che va anche sotto il nome di mondo vitale, perché dà
senso alla vita.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli