Organizzare la sinodalità – 2
Nelle loro immaginifiche costruzioni, i
teologi tendono a presentare la sinodalità come un unico e uniforme modello di
vivere la Chiesa, nelle varie relazioni umane al suo interno. Nei processi
sinodali celebrati negli anni scorsi, è emersa invece la consapevolezza che la
sinodalità va adattata ai vari contesti sociali dove la si vuole indurre. Questo è comunque sempre un modo di pensarla dall’esterno
al modo di demiurghi, vale a di architetti sociali.
In realtà, una volta che si è convinti della bontà
della convivenza sinodale, come espressione dell’agàpe evangelica, meglio
ragionare, sì, su come organizzarla avendo come riferimento la collettività
specifica, ma tenendo conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, quindi
sulla base dei moventi sociali che essa esprime e poi ponendosi all’interno di essa.
In genere, i modelli di sinodalità proposti
alla gente, in particolare nelle collettività di prossimità, come le
parrocchie, le uniche realmente esistenti, in cui possono svilupparsi reali
rapporti umani e in cui la coesione è
meno mediata dal mito e dal diritto, a differenza dei livelli (considerati)
superiori (almeno a livello gerarchico) in cui quegli elementi sono
preponderanti, sono troppo esigenti, e soprattutto non tengono conto della concreta
realtà umana di riferimento.
Ad esempio: non è ragionevole, se si vuole
essere efficaci, proporre a modello la sinodalità espressa da monaci e frati,
se la collettività di riferimento è fatta di persone libere da particolari
obblighi di stato religioso. E non prenderei come riferimento le vite di
particolari santi e sante molto popolari, come ad esempio Francesco d’Assisi, perché
inarrivabili in concreto dai più, anche tenendo conto che le narrazioni sulle
loro vite hanno presto o tardi virato verso la mitologia, e il mito, per
definizione, rimane inarrivabile. Sui pesanti condizionamenti mitologici che gravano
sulle narrazioni riguardanti Francesco d’Assisi, possono leggersi due
interessanti saggi di divulgativi, rispettivamente di Alessandro Barbero, San
Francesco, Laterza 2025, e di Giulio Busi, Il cantico dell’umiltà. Vita
di San Francesco, Mondadori 2025, disponibili anche in formato eBook e
Kindle.
La sinodalità dovrebbe potersi espandere per
contagio imitativo, non per imposizione di specialisti demiurghi, peggio se
persi nelle fantasie della teologia, le quali non sono tali solo se rimangono
nell’ambito loro proprio, della ricostruzione razionale della fede ecclesiale
anche considerandone gli sviluppi storici, ma lo diventano a contatto con la realtà
sociale, specialmente quando si sogna di poterla plasmare secondo quelle
fantasie.
Chi vuole dare una mano al processo dovrebbe
anzitutto studiare dall’interno, come sua parte, la collettività su cui pensa
che si debba lavorare, e poi trarne le conclusioni.
Una volta, Joseph Ratzinger, fine teologo, criticò che dagli anni Sessanta il prete debba dire
la messa rivolto verso la gente, invece che verso l’altare con al centro il
Tabernacolo, con all’interno ciò che la teologia descrive come Santissimo
Sacramento, vale a dire la presenza
reale di Cristo, sotto le specie eucaristiche. Il prete deve guardare
la gente, ma spesso non è un bello spettacolo, osservò. Ecco, questo
atteggiamento che ogni teologo più o meno ad un certo punto esprime, almeno
nella mia esperienza, è particolarmente controindicato nel caso si voglia
suscitare la sinodalità in una collettività di fede. Non che ci si sbagli
sempre nel valutare in quel modo la gente che viene a messa: effettivamente la
società non sempre è un bello spettacolo, e, anzi, raramente lo è veramente e del tutto, parlando
sinceramente. Ma qual è l’insegnamento evangelico in proposito? Gesù venne
tra noi per rivolgersi alla bella
gente? E poi, se fossi prete o teologo, comincerei con il guardare me
stesso dal punto di vista dell’estetica spirituale: persone superlative ci sono
state e ci saranno sempre, ma in genere, se si affronta onestamente questo
esercizio, ci si ritrova in mezzo all’altra gente che si era tentati di
disprezzare. E’ da lì che bisogna partire. Perché, però, non rivolgersi, tutti
insieme, al soprannaturale di cui ci parlano le teologie, distogliendo lo sguardo da sé stessi e dalle altre persone intorno, e finirla lì? Osservo
che non mi pare questa la missione che ci è stata affidata.
Gesù si avvicinò e
disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate,
fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto
ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i
giorni, sino alla fine del mondo».
[Mt 28, 18-20 Traduzione interconfessionale
in lingua corrente]
Comunque, lascio ai teologi la questione.
A me basta osservare che, in base all’esperienza pratica, e ormai la mia è
piuttosto lunga, se non si opera dall’interno della collettività in cui si vuole indurre la
sinodalità e non si tiene conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, la
cosa semplicemente non funziona.
E,
invece, nei primi tre secoli dell’era cristiana, quando l’effervescenza sociale
fu massima e anche massima la sinodalità pluralistica, la cosa funzionò,
eccome, ma, attenzione, non come in genere si immagina quando la si mitizza e
non per un maggior sforzo missionario, ma per quella propagazione a modo
di contagio di cui dicevo.
Mia madre studiò catechetica all’Università Salesiana
di Roma. Tra i suoi libri di testo ebbe di Ludwig Hertling, Storia della
Chiesa. La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo, uscito
nel 1967 in tedesco ed edito da Città Nuova nel 1974. Hertling insegnò a lungo storia
ecclesiastica all’Università Gregoriana di Roma. Il suo testo uscì due anni
dopo la fine del Concilio Vaticano 2° e
ne tiene conto. Lo utilizzo, anche se datato, perché non può essere
sicuramente tacciato di imprudenti fughe in avanti.
Leggo a pag. 29 e 30, nel paragrafo La
diffusione del cristianesimo del primo capitolo, La fondazione della Chiesa
e il suo sviluppo nei primi tre secoli:
Noi dobbiamo raffigurarci i successi
missionari dei primi banditori della fede, almeno per quanto riguarda il numero
dei convertiti, in proporzioni piuttosto ridotte. Ben raramente essi riuscirono
nelle singole città a guadagnare più di qualche famiglia e piccoli gruppi
familiari. Non troviamo infatti in nessun luogo tracce di conversioni di massa,
di intere località o regioni che abbiano accolto la fede cristiane. Ancora nel
III secolo Origene dice: «Non siamo un popolo. Ora in questa, ora in quella
città, un piccolo numero è giunto alla fede, ma giammai, fin dagli inizi della
predicazione della fede, si è unita a noi di
colpo un’intera popolazione. Non è di noi come del popolo giudaico o di
quello egiziano, quasi fossimo una stirpe perfettamente omogenea: i cristiani
si reclutano ad uno ad uno e provengono dalle più diverse popolazioni» [Dall’omelia sul salmo 36], L’idea di parecchi storici
recenti , che il cristianesimo si sarebbe diffuso alla maniera di un’ondata di
entusiasmo è errata. Le conversioni non si verificarono in seguito a
suggestioni di massa, ma ciascun convertito era personalmente cosciente di ciò
che faceva. Solo ciò spiega anche lo stupore dei pagani, già espresso da Plinio
e di cui più tardi Tertulliano dà notizia, al vedere che si incontravano
dappertutto cristiani sena che nessuno sapesse donde provenissero.
[…]
E’
in genere sorprendente che nelle fonti cristiane fino al IV secolo, e anche
oltre, si accenni appena ad uno slancio o magari ad un entusiasmo missionario.
Si era evidentemente così abituati a veder sempre nuovi uomini presentarsi per
essere accolti tra i cristiani, che non si avvertiva affatto il bisogno di
aprire apposite vie alla diffusione del Vangelo. Anche gli scritti degli
apologisti, che si rivolgono ai pagani, non sono veri e propri scritti di
propaganda. Essi si limitano a rigettare gli attacchi.
L’agàpe, la sinodalità, la democrazia, ogni
forma di convivenza sociale non dominata dalla prevaricazione e dalla violenza,
si sviluppano progressivamente verso forme più intense e più inclusive, a
partire dalla situazione concreta di una particolare collettività di
riferimento, tenendo conto dei vari fattori che connotano le società umane, l’età,
le culture di provenienza, le tradizioni ricevute, le pressioni che in concreto
vengono dall’ambiente. Lo si capì a caro prezzo nell’azione propriamente missionaria
tra i popoli cosiddetti primitivi, dove si toccarono punte di ferocia
incredibili, almeno agli inizi, per rovesciarne completamente l’impostazione a
ridosso e dopo il Concilio Vaticano 2°.
Ad
alcune persone questo non piace: o tutto o meglio niente, non accettano mezze
misure. Si vuole ottenere subito il massimo, per dire, ad esempio, che si segua
la via veramente esagerata (anche per i suoi tempi) di un Francesco d’Assisi, consigliano, che però fu abbandonata rapidamente, lui stesso ancora vivente, perché non corrispondente
alle esigenze e alla capacità degli stessi uomini che si era fatti frati secondo
la sua regola. Così adesso quella figura di santo è rifluita nel mito e lì
svolge la sua importante funzione, perché nella costruzione sociale li mito è
indispensabile. Ma non è rifugiandosi solo in quel mito che si è sviluppata la
straordinaria, immensa, missione evangelizzatrice francescana nel mondo, e in
particolare nei tristi USA di oggi che sembrano averne perso coscienza dove, dalla California al Texas,
troviamo grandi città che la ricordano, San Francisco, San Diego, San Josè
(contea di Santa Clara). Los Angeles, Santa Cruz, San Antonio, San Juan, El Paso,
Corpus Christi.
La sinodalità, come l’agàpe, rientra nell’interiorità
profonda di ogni persona di fede, ma non se ne è capaci tutte e tutti nella
stessa misura: la si impara e la si sviluppa vivendola, e specialmente cercando
di viverla in collettività sempre più ampie e aperte alla gente intorno. Si sbaglia,
ci si corregge, si ritenta: ciò che c’è nel motto provando e riprovando, vale a dire provando,
correggendosi e ritentando dopo essersi corretti, adottato dal Seicento nel pensiero
scientifico moderno.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli