Organizzare la sinodalità – 1
La sinodalità è un modo comunitario di vivere
la fede cristiana, fondato sull’agàpe: una forma di solidarietà empatica che si
esprime nella sollecitudine reciproca e misericordiosa, nella mitezza delle
relazioni personali e sociali, e in un esercizio dell’autorità basato
sull’autorevolezza riconosciuta. Essa comporta inoltre la ferma volontà di non
escludere alcuna componente della comunità e, al tempo stesso, di integrare
chi, provenendo dall’esterno, chiede di farne parte.
L’elemento
propriamente cristiano è l’agàpe, parola che ricevemmo dal greco antico del
Nuovo Testamento e che è l’oggetto del comandamento nuovo, lì dove è scritto
che fu detto che ci fu lasciato il comandamento, appunto, di fare agàpe.
«Io vi do un
comandamento nuovo: fate agàpe gli uni con gli altri. Fate agàpe
come io ho fatto agape con voi! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi farete
agòpegli uni gli altri».
Questa la traduzione letterale del brano
evangelico del comandamento nuovo che si trova nel Vangelo secondo Giovanni,
capitolo 13, versetti 34 e 35, che in greco è scritto così
ἐντολὴν καινὴν
δίδωμι ὑμῖν ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους, καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς ἵνα καὶ ὑμεῖς ἀγαπᾶτε ἀλλήλους. 35ἐν τούτῳ
γνώσονται πάντες ὅτι ἐμοὶ μαθηταί ἐστε, ἐὰν ἀγάπην ἔχητε ἐν ἀλλήλοις.
e si legge
Entolèn kainèn dídomi umìn ìna agapàte
allèlus,
kathòs egàpesa umàs, ìna kài umèis agapàte allèlus.
En tùto gnòsonte pàn-tes òti emòi mathitài èste,
eàn agàpen èchete en allèlois.
dove ho evidenziato in
grassetto le parole che contengono agàpe e che in italiano traduciamo con amate,
ho amato, amore,
Io vi do un
comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo
tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri».
con la
possibilità dell’equivoco, che non può esservi nel greco antico, che si tratti più che altro di amore sentimentale,
di un trasporto emotivo, invece di un atteggiamento intenzionale, pratico, gratuito, effettivo, di cura,
sollecitudine, responsabilità verso le altre persone umane nelle relazioni con
loro, comprese quelle nelle quali si costruiscono le società e le si guidano.
Questo, per
chi, come me, non è teologo e non vuole
esserlo, o peggio solo sembrare tale senza esserlo veramente, è tutto
l’essenziale che serve per costruire la sinodalità ecclesiale. Lo direi così:
la sinodalità ecclesiale è l’agàpe evangelica, il comandamento nuovo.
La pratica in base alla quale, è scritto, si è riconosciuti come persone
cristiane.
Detto
questo, non si è neppure iniziato a fare sinodalità, anche se è
importante inserire i propri propositi di costruirla in un contesto evangelico.
Ecco,
nei quattro anni di confronti nelle
nostre Chiese in Italia sul tema della sinodalità, dall’ottobre 2021
all’ottobre 2025, si è arrivati più o meno solo a quel punto, salvo che per un
elemento, per altro molto importante: in quegli incontri si è cercato realmente
di praticare la sinodalità. E’
un’esperienza che ha coinvolto tanta gente, certo, ma una esigua minoranza, se
si considera quel numero a confronto con quello di tutte le persone che,
in Italia, in qualche modo, affidano la loro vita alla fede vissuta tra noi.
Dal mio
punto di vista, finora si è data troppa importanza ai teologi, che dovrebbero
iniziare a ragionare dopo che si
sono sperimentate esperienze agapiche, perché danno molta importanza
alle tradizioni e, almeno nelle nostre Chiese, una esperienza sinodale estesa a
tutte le persone di fede non s’è mai vissuta, tranne, si pensa, alle origini, per
le quali, tuttavia, le fonti affidabili sono molto carenti, per cui possiamo
limitarci solo a congetturare.
A ciò che ho
letto, da persona colta e non da specialista in discipline storiche o
teologiche, le comunità cristiane delle origini non ci sono note, infatti, attraverso fonti sistematiche, ma solo per
tracce episodiche e localizzate, senza che storicamente emerga un modello unico
e normativo delle comunità cristiane primitive. Un bel problema, perché le
teologie cristiane spesso hanno fondato le loro idee di riforma sul proposito
di tornare alle origini, e questa ultime sono tutt’altro che chiare, salvo volersi immaginare un
passato in linea sui propri propositi
per il futuro. Ma, appunto, lascio la questione ai teologi.
Se vogliamo
cominciare a praticare la sinodalità, sperimentandola dal basso, come è
assolutamente consigliabile nella nostra situazione ecclesiale, l’idea e il
proposito dell’agàpe evangelica sono tutto ciò che ci serve, almeno agli inizi.
Non abbiamo bisogno di pasticciare di più con la teologia, che è una disciplina
affascinante, ma è affidabile solo se si riesce a rispettarne le regole
metodologiche e se se ne sa abbastanza su ciò di cui si parla. Progressivamente
è diventata una vera e propria scienza, perché c’è veramente tanto da sapere.
Altrimenti poi si finisce per litigare sul nulla. Del resto, pensate che Gesù
sia stato un teologo? Non ha lasciato
scritto nulla. I suoi ci hanno tramandato quel detto sul comandamento nuovo.
I teologi cristiani sono stati invece enormemente prolifici: è impressionante la
mole di letteratura lasciata da quelli che chiamiamo Padri della Chiesa.
Sulle loro costruzioni ci si è duramente divisi, ci si è crudelmente combattuti
e via dicendo, perché la storia della teologia si intreccia in modo
indistricabile con quella delle terribili violenze a sfondo religioso che sono
cessate progressivamente… sapete da quando? Solo dalla metà del secolo scorso. Da
allora si è cominciato a scrivere e a insegnare che le religioni, non solo la
nostra, sarebbero vie per la pace, e questo contro l’evidenza della lunga
storia precedente. Vedremo. Mi piacerebbe che fosse realmente così. Vorrei
essere parte di questa nuova storia in cui la fede cristiana produca pace tra
le popolazioni: del resto un altro modo di definire l’agàpe evangelica è
proprio pace misericordiosa.
La
sinodalità, come l’agàpe, rimane un concetto finché non la si costruisce in una
collettività di fede. E’ lì che cominciano le difficoltà.
Nella
nostra Chiesa non mancano le folle che accorrono ai grandi eventi liturgici, ma
ci si lamenta un po’ dappertutto che sia molto difficile approfondire le
relazioni umane, costruendo comunità, e in particolare comunità sinodali.
Spesso i
gruppi si formano intorno a qualche personalità forte, la quale poi finisce fatalmente per prevaricare, anche in buona fede. Questa situazione va quindi corretta, prima di iniziare a
progettare la sinodalità.
E’ spesso la
condizione in cui si trovano le parrocchie in cui tutto ruota intorno al
parroco, ed egli non vuole fare spazio da nessuna parte perché teme di perdere
il controllo. Qui il risultato è poi che chi non accetta di sottomettersi ad
un’autorità che è più che altro fondata su un’investitura legale dall’alto e
dall’esterno si allontana. Troviamo
allora che la vita della parrocchia, a parte le messe nei giorni di festa, vede
la presenza di cerchie molto ristrette, poche decine di persone, o anche meno. E
la gente, anche quando viene in chiesa, ci va più che altro per assistere passivamente. La sua vita rimane fuori.
L’obiettivo della sinodalità è di aprirle le porte.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli