Amici e fratelli
L'amicizia e la fraternità sono tipi di relazione consigliate in religione quando ci si ritrova insieme. Entrambe hanno fondamenti nei nostri testi sacri e indicano modi non conflittuali di vivere in una collettività.
L'idea di fraternità origina in un contesto tribale, limitato, e successivamente assume una portata universalistica se e quando ci si convince di avere, tutti noi esseri umani, un unico Padre nei Cieli. Questa espansione è caratteristica della nostra confessione religiosa ed è un processo che è ancora in corso sul piano concettuale, nella teologia, e dal punto di vista sociale.
La tribù originaria compatta e separa da un più vasto contesto umano; l'idea di fraternità universale è invece sganciata dall'ambiente tribale ed è un fattore di unità, oltre ogni divisione e discriminazione, tra moltitudini di esseri umani, che, nelle attuali nostre concezioni religiose, comprendono anche genti al di là di ogni confine religioso, insomma, idealmente, "tutti" gli esseri umani, solo per il fatto di essere umani, al di là di ogni discendenza di stirpe. Questa concezione è stata fortemente influenzata dalle visioni universalistiche delle democrazie europee del secondo dopoguerra, che a loro volta hanno origini religiose, esplicitate, ad esempio, nell'atto fondativo della rivoluzione democratica statunitense, la Dichiarazione di Indipendenza del 1776.
L'amicizia è il tipo di rapporto umano che vediamo praticato nella prima collettività raccolta intorno al Fondatore. "Vi ho chiamato amici", egli dice ad un certo punto rivolto ai discepoli, in un contesto in cui, riferendosi alla sua particolare autorità, contrapponeva l'amicizia al rapporto tra padrone e servo. Egli non si definisce "padre" e non rivendica un potere di tipo "patriarcale" nei confronti dei suoi seguaci, e anzi consiglia loro di non attribuire il nome di "padri" alle persone di riferimento delle loro collettività religiose. Dai suoi veniva chiamato "maestro", nel senso in cui ci si riferiva agli antichi rabbini, ma il legame che volle instaurare con i suoi primi seguaci parla di qualcosa di più intenso, che venne loro progressivamente rivelato. Ciò era in relazione con l'idea di una comune paternità celeste, per cui si era anche fratelli, ma non in senso tribale, bensì universalistico.
In ogni nostra collettività di base mi pare che si tenti sempre di riprodurre quell'originario e particolare rapporto di fratellanza/amicizia intorno ad un maestro/amico/fratello.
Tuttavia, fin dalle prime nostre collettività fondate dopo la dipartita del Primo Maestro, l'esercizio dell'autorità religiosa virò verso un carattere paterno.
Il padre è colui che genera e con il quale non si può essere veramente "amici". Ce lo troviamo attribuito, non ce lo scegliamo; nasciamo soggetti alla sua autorità.
Mentre l'idea di un comune Padre celeste è universalistica, ogni padre terreno tende a riproporre un contesto tribale, comunque particolare, e questo anche nel caso di progenitori terreni mitici, come per le tribù degli antichi israeliti.
"Padri" vennero considerati vari tipi di sovrani, come gli imperatori, i re, i loro feudatari e anche altri capi di stato, compresi alcuni contemporanei. "Padre della Patria" venne denominato, per legge, il re Savoia Vittorio Emanuele 2*, protagonista del processo di unificazione nazionale italiana. E "padre" chiamiamo, utilizzando la translitterazione di una parola greca, anche il nostro supremo sovrano religioso, il quale dal punto di vista giuridico è "padre" dei suoi popoli, ma al modo in cui vollero esserlo gli antichi imperatori europei dopo aver adottato la nostra teologia come ideologia dello stato.
Ogni potere paterno reca con sé una certa dose di dispotismo, per il suo carattere precostituito, preesistente, nei confronti dei suoi sudditi e per la sua indiscutibilitá. Storicamente la soggezione a poteri religiosi paternalistici, che si vennero strutturando anche come poteri civili e viceversa, integrandosi profondamente con essi è fornendo loro legittimazione sacrale, comportò il passaggio, prodottosi piuttosto velocemente, da rapporti impostati sulla modalità fraternità/amicizia a rapporti fondati sull'idea di fraternità/sudditanza, come soggezione servile ad un unico padre terreno/capo di stato/padrone del suo popolo.
Tra il settimo e il tredicesimo secolo la struttura di potere, la gerarchia, della nostra confessione religiosa si diede una costituzione simile a quella degli imperi medievali romano-germanici e quindi contribuì a perpetuare la metamorfosi delle collettività religiose da società di fratelli/amici a ordinamenti di fratelli/sudditi su base paternalistica, quindi al modo di "patriarcati". Tutta la magnificente ritualità liturgica che abbiamo ereditato dai secoli passati, in particolare dal Medioevo europeo, per le cerimonie con la partecipazione solenne dei nostri capi religiosi, che tanto affascina ancora il grande pubblico anche tra i non credenti, ci parla di questa mutazione. Infatti, dall'epoca in cui la nostra gerarchia del clero si costituì in impero religioso, oltre ad adottare la costituzione feudale dei coevi imperi romano-germanici, assunse, come loro, la splendida liturgia del potere ideata dai bizantini e assimilata dalla gerarchia religiosa nel primo millennio della nostra era, quando era nell'Impero Romano D'Oriente e nel suo sovrano il vertice del potere religioso, lì dove erano stati convocati e celebrati i concili ecumenici in cui vennero definiti i dogmi fondamentali della nostra fede. In questo contesto i nostri sovrani religiosi divennero persone "sacre", separati quindi dai loro sudditi da una particolare condizione esistenziale, a seguito dell'investitura per cooptazione di un potere patriarcale. La "desacralizzazione" dei nostri capi religiosi iniziò alla fine degli scorsi anni Cinquanta con Angelo Roncalli e si manifestò in modo particolarmente eclatante regnante Karol Wojtyla. Ci abituammo ad avere con i nostri sovrani religiosi una familiarità impensabile nei secoli precedenti. Essi si avvicinarono molto a noi e noi cominciammo a considerarli "amici", come non avveniva forse già dal primo secolo. Fino a giungere, ad esempio, al sorprendente rapporto propriamente amicale, con grande risalto mediatico,tra Jorge Mario Bergoglio e uno dei massimi esponenti del giornalismo "laico" italiano, nel senso di anticlericale. Colui che non avrebbe accettato di farsi suddito, ha accolto chi gli si avvicinava come amico.
Nel progettare un nuovo inizio di collettività religiosa locale, a quale tipo di relazioni dobbiamo ispirare il nostro stare insieme? A me pare che in un contesto democratico quale quello in cui noi laici siamo immersi e chiamati ad operare sarebbe meglio adottare la modalità di "fraternità amicale", abbandonando quella paternalistica che vedo attuata ora.
All'idea di fratellanza universale non si può rinunciare, perché essa manifesta la convinzione che esista una base molto solida per relazioni umane benevolenti, che preesiste ad ogni nostra particolare scelta; ma anche l'amicizia è molto importante, perché comporta un impegno molto forte di solidarietà verso gli altri, al modo di quello verso coloro che ci scegliamo come "amici", verso i nostri "prediletti", e, insieme, la volontà di creare relazioni egualitarie e giuste, che non sono sempre espresse nelle relazioni parentali naturali.
Fratelli si nasce, amici si diventa. In un contesto "naturale" non si può "diventare" fratelli per propria scelta, come invece si "diventa" amici.
Ci si ritrova "fratelli" in quanto discendenti di un'unica stirpe e quindi, idealmente o effettivamente, inseriti in una tribù particolare. Tra fratelli si riconosce una certa "aria di famiglia" e si usa quello che la scrittrice Natalia Ginzburg definì "lessico familiare". Tra amici tutto questo non è scontato, ma è il risultato di uno sforzo di avvicinamento reciproco e di molte condivisioni volontarie.
In religione, secondo la modalità di relazioni di "fratellanza/amicizia", fratelli, invece, "si diventa": si assume l'impegno universale ad avvicinarsi benevolmente gli uni gli altri e con spirito di solidale collaborazione, come amici, presupponendo però un'unione preesistente, originaria, nativa, che non è tanto biologica, genetica, anche se da questo punto di vista, "per via d'Adamo" insomma, siamo effettivamente tutti parenti, ma essenzialmente e principalmente spirituale.
Per quanto la relazione di fraternità amicale ci sia ormai familiare, venendo impersonata anche dai nostri sovrani religiosi in quel processo di desacralizzazione di cui ho scritto prima, essa come consuetudine di massa, popolare, è piuttosto recente nella nostra confessione religiosa e risale al tempo in cui iniziò a maturare la piena, ma travagliata, accettazione dei principi democratici nell'organizzazione civile da parte della nostra gerarchia del clero, processo che ebbe una tappa molto importante nel 1991, con l'enciclica Centesimus annus del Wojtyla, e che per molti versi è tuttora in corso, iniziando a coinvolgere la stessa organizzazione religiosa, pur tra fortissime resistenze. Precedentemente, fino agli scorsi anni Cinquanta, le relazioni in religione erano in genere impostate sul registro "fratellanza/sudditanza", intesa come soggezione ad un'unica autorità terrena di tipo paternalistico-religioso, ad un unico pastore-imperatore, secondo il modello ricevuto dal Medioevo e ancora largamente espresso, almeno formalmente, nell'ordinamento canonico.
Di fronte ai problemi creati, negli anni Settanta del secolo scorso, dall'attuazione della riforma conciliare deliberata nel decennio precedente, si è cercato di costruirsi nuovamente dei padri religiosi terreni, rivalutando modalità relazionali del passato, temendo la dispersione del "gregge". Il che equivale a dire che dagli scorsi anni Ottanta la nostra società religiosa è stata percorsa da forti correnti reazionarie. Corrisponde a questi moti l'ingenuo ed emotivo "papismo" mediatico costruito intorno ad una persona di grande carisma umano come Karol Wojtyla, che è attualmente interpretato in modo veramente innovativo e suscettibile di sviluppi oggi non prevedibili in senso non reazionario dal suo successore Jorge Mario Bergoglio, ma ne sono espressione anche tutte le esperienze collettive compattate intorno a figure autoritarie che, al modo dei padri biologici, non ammettono di essere messe in discussione e per questo danno una sensazione di sicurezza. Queste ultime possono incarnarsi, ad esempio, in chierici o laici fondatori di "movimenti" su base carismatica o anche, a un livello più basso, in maestri o capi di collettività il cui potere abbia la caratteristica di esprimere un'autorità preesistente ai seguaci e da loro indiscutibile, in particolare mediante procedure democratiche.
Ora, la sfida dei nostri tempi mi pare sia quella di proseguire nella realizzazione e interpretazione di forme relazionali basate sul modello della fraternità amicale, abbandonando quello paternalistico. È una questione di dignità delle persone come la si intende si nostri tempi, che è incompatibile con ogni forma di dispotismo, anche solo religioso, spirituale, ma vi è di più. Per infondere nelle nostre società democratiche contemporanee, soprattutto nel lavoro proprio dei laici, i valori creduti e proclamati nella nostra fede religiosa, dunque per "mediarli" nella cultura della nostra epoca, non vi è altra via che quella di cogliere le grandi opportunità offerte dalle democrazie umanitarie universalistiche in cui (ancora) siamo immersi, come ad esempio l'Unione Europea è e vuole diventare sempre più. L'idea di recuperare unità spirituale riproponendo i modelli autoritari e paternalistici del passato è soltanto un'anacronistica illusione, un sogno cattivo perché irrealistico, che in particolare ci separa dalla migliore cultura occidentale, fa di noi un corpo estraneo rispetto ad essa e ci impedisce di sostenerla in ciò che di buono essa esprime, in particolare nell'idea di poter realizzare storicamente una cittadinanza universale degli esseri umani fondata sulla loro pari dignità di persone, oltre ogni ingiusta discriminazione, nello scontro di civiltà in cui essa è attualmente coinvolta, venendo minacciata a livello globale da molte specie di totalitarismi, economici, politici, religiosi e in varie combinazioni di questi fattori.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli