giovedì 23 luglio 2015

Controllo sociale della religione

Controllo sociale della religione


 I fatti contemporanei del Vicino Oriente e del Nord-Africa manifestano i potenziali gravi effetti negativi delle religioni. Essi hanno riguardato storicamente anche la nostra fede. La nostra religione, infatti, nella sua affascinante e tremenda vicenda bimillenaria ha espresso moti di una violenza estrema, sui quali in genere nella formazione religiosa di base, e anche di secondo livello, ancora si sorvola  disinvoltamente. In occasione del Grande Giubileo dell’anno 2000 siamo stati invece autorevolmente  chiamati  a farne memoria, per non prenderli più come esempio per il futuro, per distaccarcene definitivamente, per essere diversi. Si tratta di quel lavoro che è stato chiamato purificazione della memoria. Esso non ha mai coinvolto, finora, le masse dei fedeli. Ha riguardato prevalentemente piccole minoranze di persone colte e volenterose, in genere guardate con diffidenza dal resto del gregge e dai pastori. Passando gli anni se ne è parlato sempre di meno. Del resto fin dall’inizio quel proposito di essere diversi da come si era stati nella nostra tragica storia ebbe molti e influenti oppositori. Ad esempio, non se ne manifestava del tutto convinto, per quel che ricordo, Joseph Ratzinger, al tempo del suo ministero prima di indagatore ideologico e poi di capo supremo e sovrano assoluto della nostra confessione religiosa.
 Passare, anche in religione, da un regime feudale alla democrazia, significa anche accentuare il controllo sociale degli effetti collaterali negativi della nostra fede. Governare in molti, addirittura in moltitudini, esige la pace sociale, perché ognuno possa poter dare liberamente il proprio contributo. Quindi tutto ciò che la democrazia esprime tende a produrre pace sociale, a limare i contrasti, a sopire i conflitti. Questo si è manifestato anche nella nostra confessione religiosa, quando iniziò ad aprirsi alle visioni democratiche. E’ da allora, più o meno dalla metà degli anni ’40 del secolo scorso che essa iniziò a divenire una potenza di pace. Si ricordano naturalmente anche autorevoli precedenti prese di posizione, come quelle manifestatesi all’epoca del primo conflitto mondiale, ma, a ben vedere, esse sono ideologicamente diverse da ciò che si produsse circa vent’anni dopo, dopo l’esperienza dell’altra guerra mondiale. E, in particolare, prima degli anni ’40 i nostri sovrani religiosi scelsero di essere sostanzialmente indifferenti rispetto ai regimi politici che dominavano l’umanità, salvo per ciò che riguardava gli interessi spiccioli della loro organizzazione religiosa, il suo potere e i suoi beni, scegliendo di non occuparsi della cause strutturali del male sociale e, in specie, di non prendere posizione tra dispotismo e democrazia, con un qualche preferenza, però, per il primo.
 Ma come esercitare quel controllo sociale di cui dicevo, la purificazione della memoria di massa, se di certe cose non si parla mai nelle nostre collettività religiose, se si preferisce sempre ripetersi gli uni gli altri le solite litanie propagandiste in cui noi siamo sempre dalla parte dei buoni diffamati da potenti nemici? Ecco che, allora, la fede religiosa, questa realtà sociale e personale così importante nella nostra vita, fonte potenziale di tanto bene, può esprimere ancora la violenza dei secoli passati, in particolare, nel mondo occidentale, non più come violenza fisica, ora impedita dalle legislazioni civili, ma come violenza morale, di discriminazione sociale.
 Non dobbiamo immaginare che gli anticorpi a questa degenerazione della nostra fede si trovino, ad esempio, nei nostri testi sacri, o in altri documenti autorevoli, e anche normativi. Storicamente le nostre scritture sacre sono state senza alcuna difficoltà utilizzate per giustificare le violenze più efferate, ed in esse c’è moltissima violenza. Il controllo sociale della religione passa anche attraverso il contrasto sociale ad interpretazioni mortifere di testi sacri. Sulla base di quei venerati testi sono stati giustificati e promossi, ad esempio, moti di inaudita ed efferata violenza sociale come le Crociate, che rigurgitate dal nostro più buio Medioevo hanno travagliato e insanguinato per secoli, con stragi sconvolgenti, il Vicino Oriente, fino ad essere addirittura, in un estremo turbine di omicidio e rapina, uno dei fattori decisivi della decadenza terminale di Bisanzio, capitale del'ultimo impero cristiano ereditato dall'antichità, indebolito anche per mano crociata  e poi caduto in mano ottomana nel Qattrocento, il tutto presentato dai nostri sovrani religiosi dell’epoca come una pia pratica penitenziale. Ancora ai tempi della mia prima formazione religiosa, a noi bambini veniva proposto l’ideale terreno di essere piccoli soldati  religiosi, addobbati al mondo dei Crociati.
 Costruire una religione non mortifera richiede una formazione di massa che da  noi non è mai neppure cominciata, per ciò che ho potuto constatare. Eppure è proprio questa la grande sfida culturale che emerge dal conflitto tra civiltà nel quale stiamo precipitando; nel quale, sebbene riottosi e disabituati a cose del genere per la lunga pace che le democrazie europee ci hanno donato dal secondo dopoguerra, ci troveremo nondimeno coinvolti, perché coloro che si considerano nostri nemici ideologici e teologici ci si scaglieranno addosso. Esso non può essere vinto con le sole armi materiali, con gli aerei e le navi da guerra, con i carri armati e con i nostri eserciti, sebbene ci si stia preparando a combattere in quel modo, nel solito modo. Richiede una conquista culturale che deve giungere a coinvolgere coloro che oggi si considerano nostri nemici. Grandi anime dei nostri tempi hanno dimostrato che in religione si può essere diversi da come storicamente le nostre collettività di fede sono state. Cerchiamo di capire, tutti insieme, come esserlo. E di divenire, in ciò, esempio anche per le altre fedi.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli