Controllo
sociale della religione
I fatti contemporanei del Vicino Oriente e del
Nord-Africa manifestano i potenziali gravi effetti negativi delle religioni.
Essi hanno riguardato storicamente anche la nostra fede. La nostra religione,
infatti, nella sua affascinante e tremenda vicenda bimillenaria ha espresso
moti di una violenza estrema, sui quali in genere nella formazione religiosa di
base, e anche di secondo livello, ancora si sorvola disinvoltamente. In occasione del Grande
Giubileo dell’anno 2000 siamo stati invece autorevolmente chiamati a farne memoria, per non prenderli più come
esempio per il futuro, per distaccarcene definitivamente, per essere diversi.
Si tratta di quel lavoro che è stato chiamato purificazione della memoria. Esso non ha mai coinvolto, finora, le
masse dei fedeli. Ha riguardato prevalentemente piccole minoranze di persone
colte e volenterose, in genere guardate con diffidenza dal resto del gregge e
dai pastori. Passando gli anni se ne è parlato sempre di meno. Del resto fin
dall’inizio quel proposito di essere diversi da come si era stati nella nostra
tragica storia ebbe molti e influenti oppositori. Ad esempio, non se ne
manifestava del tutto convinto, per quel che ricordo, Joseph Ratzinger, al
tempo del suo ministero prima di indagatore ideologico e poi di capo supremo e
sovrano assoluto della nostra confessione religiosa.
Passare, anche in religione, da un regime
feudale alla democrazia, significa anche accentuare il controllo sociale degli
effetti collaterali negativi della nostra fede. Governare in molti, addirittura
in moltitudini, esige la pace sociale, perché ognuno possa poter dare
liberamente il proprio contributo. Quindi tutto ciò che la democrazia esprime
tende a produrre pace sociale, a limare i contrasti, a sopire i conflitti. Questo
si è manifestato anche nella nostra confessione religiosa, quando iniziò ad
aprirsi alle visioni democratiche. E’ da allora, più o meno dalla metà degli
anni ’40 del secolo scorso che essa iniziò a divenire una potenza di pace. Si
ricordano naturalmente anche autorevoli precedenti prese di posizione, come
quelle manifestatesi all’epoca del primo conflitto mondiale, ma, a ben vedere,
esse sono ideologicamente diverse da ciò che si produsse circa vent’anni dopo,
dopo l’esperienza dell’altra guerra mondiale. E, in particolare, prima degli
anni ’40 i nostri sovrani religiosi scelsero di essere sostanzialmente
indifferenti rispetto ai regimi politici che dominavano l’umanità, salvo per
ciò che riguardava gli interessi spiccioli della loro organizzazione religiosa,
il suo potere e i suoi beni, scegliendo di non occuparsi della cause
strutturali del male sociale e, in specie, di non prendere posizione tra
dispotismo e democrazia, con un qualche preferenza, però, per il primo.
Ma come esercitare quel controllo sociale di
cui dicevo, la purificazione della memoria di massa, se di certe cose non si
parla mai nelle nostre collettività religiose, se si preferisce sempre
ripetersi gli uni gli altri le solite litanie propagandiste in cui noi siamo sempre dalla parte
dei buoni diffamati da potenti
nemici? Ecco che, allora, la fede religiosa, questa realtà sociale e personale
così importante nella nostra vita, fonte potenziale di tanto bene, può
esprimere ancora la violenza dei secoli passati, in particolare, nel mondo
occidentale, non più come violenza fisica, ora impedita dalle legislazioni
civili, ma come violenza morale, di discriminazione sociale.
Non dobbiamo immaginare che gli anticorpi a
questa degenerazione della nostra fede si trovino, ad esempio, nei nostri testi
sacri, o in altri documenti autorevoli, e anche normativi. Storicamente le
nostre scritture sacre sono state senza alcuna difficoltà utilizzate per
giustificare le violenze più efferate, ed in esse c’è moltissima violenza. Il
controllo sociale della religione passa anche attraverso il contrasto sociale
ad interpretazioni mortifere di testi sacri. Sulla base di quei venerati testi
sono stati giustificati e promossi, ad esempio, moti di inaudita ed efferata
violenza sociale come le Crociate, che rigurgitate dal nostro più buio Medioevo
hanno travagliato e insanguinato per secoli, con stragi sconvolgenti, il Vicino Oriente, fino ad essere addirittura, in un estremo turbine di omicidio e rapina, uno dei fattori decisivi della decadenza terminale di Bisanzio, capitale del'ultimo impero cristiano ereditato dall'antichità, indebolito anche per mano crociata e poi caduto in mano ottomana nel Qattrocento, il tutto
presentato dai nostri sovrani religiosi dell’epoca come una pia pratica
penitenziale. Ancora ai tempi della mia prima formazione religiosa, a noi
bambini veniva proposto l’ideale terreno di essere piccoli soldati religiosi, addobbati al mondo dei Crociati.
Costruire una religione non mortifera richiede
una formazione di massa che da noi non è
mai neppure cominciata, per ciò che ho potuto constatare. Eppure è proprio
questa la grande sfida culturale che emerge dal conflitto tra civiltà nel quale stiamo
precipitando; nel quale, sebbene riottosi e disabituati a cose del genere per la lunga pace che le democrazie europee ci hanno donato dal secondo dopoguerra, ci troveremo nondimeno coinvolti, perché coloro che si considerano nostri nemici ideologici e teologici ci si scaglieranno addosso. Esso non può
essere vinto con le sole armi materiali, con gli aerei e le navi da guerra, con
i carri armati e con i nostri eserciti, sebbene ci si stia preparando a
combattere in quel modo, nel solito modo. Richiede una conquista culturale che deve giungere a coinvolgere coloro che oggi si considerano nostri nemici. Grandi anime dei nostri tempi hanno
dimostrato che in religione si può essere diversi da come storicamente le
nostre collettività di fede sono state. Cerchiamo di capire, tutti insieme,
come esserlo. E di divenire, in ciò, esempio anche per le altre fedi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli