Questo blog segue stagioni di un anno che vanno dal settembre all'agosto dell'anno successivo. Un periodo che più o meno corrisponde a quello dell'attività associativa, che va dall'ottobre al giugno dell'anno seguente.
Ad agosto, dunque, è tempo di bilanci.
Ciò che abbiamo fatto come gruppo si è inserito nell'ambiente sociale parrocchiale e ne è stato condizionato: quest'ultimo non ha subìto mutamenti. Si è continuato a fare come negli anni passati, e anche per noi è stato un po' lo stesso.
Nel nostro gruppo abbiamo accolto nuovi associati, ma non c'è stata quella vera apertura al quartiere, quello slancio verso l'esterno, quella rigenerazione profonda, che Lorenzo Daniele auspicò quando facemmo l'assemblea per il rinnovo delle cariche sociali.
L'AC ha continuato ad essere marginale nella parrocchia e non ci è stata data l'opportunità di cominciare a costruire le condizioni per un ricambio generazionale. L'unica esperienza collettiva a cui ciò è stato concesso, e questa è una precisa scelta strategica, è stata quella degli amici neocatecumenali, che per molti aspetti è profondamente divergente dalla nostra.
Si è continuato quindi a considerarci un gruppo ad esaurimento, destinato ad un numero limitato di irriducibili, per lo più anziani. Nel contesto parrocchiale la nostra esperienza non è considerata indispensabile, si punta ad altro. Si attende il momento in cui la natura farà il suo corso e il numero dei nostri aderenti sarà così limitato da poter mettere la parola "fine" alla nostra storia, senza suscitare troppe emozioni e soprattutto reazioni.
Eppure l'AC, assai vitale in ambito nazionale e diocesano, è l'unica aggregazione della parrocchia che custodisce la cultura dell'apertura, della mediazione, quella che servirebbe per creare nuove positive relazioni con il quartiere, per liberare la parrocchia dall'attuale apparentemente insuperabile condizione di estraneità verso la gente che vive accanto a noi. Dico "cultura" e non anche "forza", perché le nostre attuali forze sono quelle che sono e ci consentono solo di riuscire a sopravvivere in un ambiente religioso oggettivamente indifferente, e a tratti ostile: esse dovrebbero essere ricostituite e riorganizzate intorno a quella cultura, in particolare cercando di coalizzare un nucleo di spinta di trentenni e quarantenni sulla cui base costruire il rinnovamento del gruppo. C'è bisogno di gente nuova che si impratichisca, esercitandolo in concreto, nel metodo della mediazione culturale e prenda, o rinnovi, consapevolezza di una lunga storia di impegno sociale del laicato italiano che partì dalla fine del Settecento per arrivare ai giorni nostri. Questa grande storia è del tutto assente dalla formazione dei nostri giovani e i nostri sacerdoti, in maggioranza non italiani, non mostrano di conoscerla e quindi non possono parlarne.
L'ideologia corrente in parrocchia, quella sostanzialmente dell'autoemarginazione tribale in un funzione difensiva, ci narra di una società "di fuori" ormai indifferente dal punto di vista religioso, insensibile ai discorsi che si fanno tra noi fedeli. L'unica via di resistenza sarebbe allora quella di chiudersi in gruppi molto coesi e soggetti ad una disciplina marcatamente autoritaria e paternalistica, con accesso accuratamente selezionato per evitare contaminazioni dall'esterno e porte aperte solo nella direzione dell'uscita, per chi divenisse insofferente verso questo regime. Ci si ritrova, quindi, sempre tra gente che la pensa allo stesso modo e in ambienti che, finanche dal punto di vista architettonico, artistico e dei gerghi linguistici, aiutano e incoraggiano un processo di assimilazione, per cui una persona, in questo tipo di collettività viene in qualche modo "digerita" e metabolizzata, trasformata in un'altra persona secondo un certo modello che si sforza rigorosamente di realizzare nella propria vita, "testimoniandolo" a viva voce all'esterno, oppure viene estromessa, allontanata, come uno scarto di quel processo. Non credo sia un caso che tutte queste "testimonianze" alle cui periodicamente assistiamo in parrocchia sembrino un po' tutte uguali, come seguendo un copione teatrale. L'uniformità delle collettività di queste "persone nuove" risalta poi fortemente se posta a confronto con il pluralismo dell'esterno, della vita che c'è di fuori, che a chi sta "dentro" appare come un universo ostile.
Ora, occorre prendere consapevolezza che questa idea di trovarsi tra "infedeli", nel quartiere in cui viviamo e a cui siamo inviati come manifestazione dell'umanità di fede a cui apparteniamo e come via alla fede, è veramente non corrispondente alla realtà. Seguendola noi viviamo in un sogno che ci estrania dagli altri a cui siamo stati mandati per prendercene cura. Noi non li vediamo quali essi veramente sono, ma come ce lì immaginiamo nella nostra ideologia religiosa che serve a giustificarci in questo nostro rimanere estranei a loro. In questa prospettiva non siamo più noi che "non vogliamo" andare verso di loro, ma sono loro che, malvagi che sono!, ci rifiutano. La sensazione di estraneità al contesto sociale viene molto accentuata praticando riti e costumi sociali particolari, adottando un linguaggio gergale e circondandosi di simboli che appaiono essere stati ideati proprio per produrre, quale "effetto speciale", quella sensazione, irrealistica, di nostra estraneità, di diversità essenziale, rispetto al quartiere dove viviamo.
Ma, in Italia, non ci troviamo realmente tra infedeli, rispetto alle nostre concezioni religiose,e i nostri vescovi lo sanno bene. È proprio per questo che continuano a intervenire piuttosto pervicacemente nella nostra vita pubblica, pretendendo ad esempio di orientare la nostra legislazione in materia di riproduzione, famiglia, fisco, programmi scolastici e organizzazione scolastica e chiamandoci periodicamente a raccolta intorno a questi loro obiettivi. Essi non lo farebbero se ritenessero di governare solo su un piccolo "resto" di fedeli, in mezzo a un oceano di infedeli.
I nostri capi religiosi del clero hanno in particolare sponsorizzato, attraverso l'organizzazione del Progetto culturale, una ricerca demoscopica, condotta all'inizio di questo decennio dal Dipartimento di scienze sociali dell'Universitá di Torino e diretta da Franco Garelli, i cui risultati sono stati sintetizzati nel libro "Religione all'italiana", pubblicato nel 2011 da Il Mulino.
Questa ricerca segnala che non solo la propensione a credere in Dio è assai più elevata in Italia di quanto si riscontri in altre nazioni europee, sia di cultura cattolica che protestante, raggiungendo l'80% del totale, ma che la fede in Dio da noi risulta essere ancora molto connessa all'appartenenza religiosa, nella specie alla Chiesa cattolica, sia pure prevalentemente per ragioni "ambientali". Gli italiani, secondo la ricerca citata, continuano a identificarsi nel cattolicesimo e a chiedere alla religione grandi riferimenti ideali, e per questo accettano di buon grado il ruolo pubblico rivendicato dai nostri capi religiosi del clero, pur sottoponendo le indicazioni religiose ad un vaglio critico a livello della vita personale, ciò che Garelli definisce "attenzione selettiva e tollerante". Questa "selezione", per cui certi orientamenti non vengono applicati pur non rifiutando l'insieme delle idealità dal quale originano, riguarda in particolare la morale sessuale e familiare, dove l'ideologia della gerarchia del clero propone modelli che nella vita quotidiana delle persone sono insostenibili e infatti non vengono seguiti.
Da noi, invece di cogliere le opportunità che derivano da questo contesto ambientale oggettivamente favorevole, si preferisce tenere fissa l'attenzione sulle divergenze tra i modelli ideologici religiosi in alcuni specifici campi della vita personale, come appunto quelli di morale sessuale e familiare, e le consuetudini di vita della gente, per cui ad esempio si hanno rapporti prematrimoniali, si usano i contraccettivi, si divorzia e ci si risposa, e constatato che tali divergenze effettivamente esistono, alzare le mani e stracciarsi scandalizzati le vesti, narrandosi gli uni gli altri la favola irrealistica del piccolo resto devoto nel quartiere dei senza Dio. Per poi rinchiudersi in una sorta di compartimento stagno religioso per evitare contaminazioni
Il ruolo del laicato di fede dovrebbe invece essere molto diverso e dovrebbe puntate a demolire le barriere che abbiamo costruito verso il quartiere. Proprio perché immerso nella società del suo tempo, quindi connesso ad essa e partecipe dei vari processi sociali in cui essa si articola, il nostro laicato dovrebbe sviluppare un'azione collettiva per connettere nuovamente la richiesta sociale di punti di riferimento che emerge dalla nostra gente, e non c'è motivo di ritenere che essa non riguardi anche il nostro quartiere, alla fonte religiosa di tali idealità, alla nostra fede comune, utilizzando il metodo della mediazione culturale, che significa innanzi tutto apertura, costruzione di ponti non di muri ideologici, attenzione e sensibilità ai modi di pensare, ai linguaggi altrui e, insomma, alle vite degli altri. Non si può pensare che il ruolo del laico in religione si limiti a proclamare da un qualche tetto, col megafono, una caterva di slogan religiosi, ciò che sarebbe l' "annuncio", e finirla lì.
Bisogna affrontare la fatica, e anche il rischio, di scendere una buona volta da quel tetto, di riporre in magazzino quel megafono assordante, per iniziare veramente a parlare con gli altri in una lingua che sia loro comprensibile, non nel nostro gergo religioso estraniante.
"Pensare è varcare le frontiere", scrisse il filosofo Ernst Bloch. Anche il credere lo è.
Ma, insomma, ci si potrebbe obiettare, perché voi dell'Ac non avete provato a iniziare a fare con le vostre sole forze ciò che serviva, senza aspettare che tutta la parrocchia vi venisse dietro? Se non vi veniva dato spazio in parrocchia, perché non ve ne siete costruito uno al di fuori di essa? Questo è un bel problema e lo è per la struttura caratteristica dell'Ac, che è costruita intorno alla parrocchia e alla diocesi. L'AC non è un movimento, come lo sono organizzazioni ad essa collegate come la FUCI e il MEIC. Non è pensabile un gruppo parrocchiale di AC fuori della parrocchia, come anche un'Ac diocesana fuori della diocesi. Una volta che la parrocchia, in persona di coloro che hanno la responsabilità delle scelte qualificanti verso l'esterno, ha scelto una linea divergente rispetto a quella in cui l'AC si è specializzata, quindi la via del trinceramento invece di quella della mediazione culturale, la costruzione di mura ideologiche invece che di ponti, era fatale che il gruppo parrocchiale di AC si riducesse nelle attuali condizioni. Non è però che l'AC sia stata sostituita nel lavoro suo proprio, semplicemente quel lavoro non lo si è più fatto, con le conseguenze gravi che sono sotto gli occhi di chiunque voglia avere occhi per vedere.
In autunno ci sarà un un nuovo inizio, da noi in parrocchia, così è stato deciso in diocesi. Niente di drammatico: un pensionamento previsto e l'avvicendamento al vertice. Potrebbe però essere l'occasione per rivalutare se debba e possa essere ripreso nel nostro quartiere il lavoro caratteristico dell'Ac.
Se si rispondesse affermativamente occorrerebbe inaugurare una nuova leva, pubblicando una sorta di bando, per trovare persone nuove con la voglia di apprendere, o di riscoprire a seconda dei casi, e praticare il metodo della mediazione culturale dei contenuti di fede in un ambiente democratico, quindi di ordinata apertura ai contributi di tutti, con piena responsabilità del laicato coinvolto, in uno sforzo non solo di semplice traduzione di idee e modi di vedere approvati e diffusi dai nostri capi religiosi dl clero, ma anche di ricerca e scoperta del nuovo, del molto bene che c'è nel mondo di fuori, in mezzo agli altri con cui vogliamo meglio intenderci.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli