martedì 28 luglio 2015

Prospettive di rinnovamento: le cose da fare

 Nella prospettiva di un rinnovamento in parrocchia, se si decidesse che di esso c'è veramente bisogno, occorrerebbe preparare una lista di cose da fare. Essa dovrebbe essere calibrata sugli obiettivi che si vogliono raggiungere, il primo dei quali, per come la vedo io, dovrebbe essere quello di creare un ambiente umano accogliente per incontrare i nuovi venuti, per iniziare a conoscerli, aprendosi a loro nel mentre essi si aprono a noi.
  Questo servizio non dovrebbe seguire l'impostazione del metodo del Cammino Neocatecumenale, che attualmente, per ciò che so, lo monopolizza, in quanto la sua particolare ideologia a sfondo religioso, costruita per le peculiari collettività di perfezionamento personale espresse da quel movimento, è essenzialmente difensiva e di compattamento selettivo, di integrazione solo di coloro che si lasciano assimilare, poco adatta a quell'apertura che serve come base di un vero dialogo. Ma non è questo il solo problema di quell'orientamento. C'è anche quello del ruolo veramente singolare che in quell'esperienza collettiva hanno i catechisti per gli adulti, i quali, per come mi è apparso vivendo da tempo, ma da esterno a quel movimento, in una parrocchia largamente colonizzata dai neocatecumenali, oltre alle mansioni che propriamente rientrano nella figura del collaboratore laico alla formazione religiosa di base altrui, mi sembrano svolgere anche quelle di para-direttori spirituali e di capi di comunità investiti di queste autorità per cooptazione, da livelli più elevati della stessa organizzazione religiosa.
  Il mio dissenso verso un ruolo di parà-direttori spirituali attribuito ai catechisti per adulti, se di questo veramente si tratta, sarebbe totale, radicale.
  La direzione spirituale, strettamente connessa al Sacramenti, deve rimanere assolutamente di competenza del sacerdote, per i delicati profili di intrusione psicologica che essa comporta e che richiedono una preparazione e una spiritualità che solo la lunga e completa formazione del prete garantiscono,
 L'ambiente umano di prima accoglienza dei nuovi venuti, destinato ad un dialogo libero,franco e aperto per una migliore conoscenza reciproca, non deve essere dominato da figure paternalistiche o peggio dispotiche di alcun tipo; deve sostanzialmente avvenire in un contesto democratico in cui tutto si svolga ordinatamente, ma secondo un ordine consentito ed espresso dagli stessi partecipanti all'incontro. Certo, chi giungerà da fuori si aspetterà di trovare una certa organizzazione,e anzitutto un programma, e qualcuno della parrocchia che introduca presentando gli scopi del ritrovarsi insieme. Ma deve essere dato molto spazio ai partecipanti che si accostano alla parrocchia, per capirli bene, per comprenderne le esigenze e le aspettative. La pazienza dell'ascolto reciproco dovrà essere una delle virtù cardinali di tutti, ma in particolare di chi svolgerà il ruolo di presidente o di moderatore.  E il procedere di questa attività non dovrà essere rigidamente precostituito, secondo una specie di ascesi per tappe iniziatiche successive a scadenze fisse, bensì dovrà essere aperto agli sviluppi dell'interazione delle persone che vi partecipano, che non si potrà sapere né prevedere in dettaglio quali saranno. Bisognerà essere pronti a lasciarsi sorprendere dal nuovo che arriverà tra noi. Non si dovranno produrre "scarti" umani, vale a dire persone ad un certo punto escluse perché restie a farsi assimilare e anzitutto uniformare in un certo quale "cammino" ideologicamente e rigidamente fissato. Nessuno dovrà essere giudicato nella collettività a cui si è avvicinato; nessuno dovrà essere costretto a mettere a nudo la propria interiorità psicologica dinanzi al gruppo per sottoporsi ad una sorta di verifica di conformità spirituale allo scopo di essere ammesso a gradi più elevati di iniziazione; nessuno dovrà essere forzato ad assumere particolari impegni di vita sotto minaccia di esclusione dal gruppo. Infine dovremo accettare di buon grado, pazientemente, che una persona decida di mantenere a lungo, o anche per sempre, il livello iniziale di coinvolgimento: non dovremo mai scartarla per questo o aspettarci che la sua vita "secchi" come il fico maledetto della parabola.
   La spiritualità interiore delle persone deve essere il campo esclusivo del sacerdote, che per questo delicatissimo compito ha ricevuto l'istruzione e anche il carisma, che gli deriva dal sacramento dell'Ordine sacro. Apprendisti stregoni, praticoni, in questo campo possono fare danni gravissimi e innanzi tutto provocare l'allontanamento dalla religione di una persona, scandalizzandola. Questo, per come la vedo io, è il peccato più grave. E capisco bene lo shock del vescovo ausiliare quando, nel corso dell'audizione che fece in parrocchia tempo fa, si sentì dire che si era soddisfatti che alcune coppie avessero lasciato la preparazione al matrimonio, perché non erano idonee, o che ad alcuni cresimandi il sacramento era stato concesso "per misericordia", perché anche loro non idonei. Questo atteggiamento va cambiato, subito. Chi collabora a quelle attività di formazione deve chiarirsi le idee in diocesi. 
 Non dovremo proporci di trasformare le persone secondo una qualche nostra ideologia religiosa, ma dovremo, noi, lasciarci trasformare nel dialogo con gli altri condotto secondo le supreme idealità della nostra fede, che consistono innanzi tutto in benevolenza, compassione e misericordia, sull'esempio del nostro primo Maestro.
 Non dobbiamo presumere che gli altri battezzati, solo perché sono rimasti a lungo, e anche molto a lungo, lontani dagli spazi liturgici e dalle consuetudini religiose abbiano perso la speciale dignità loro conferita dal sacramento del Battesimo, i cui effetti non dipendono da noi, non sono in alcun modo  nella nostra disponibilità e non dipendono assolutamente dal nostro giudizio. Infatti nessuno, secondo la fede che professiamo, può essere "sbattezzato", né per sua propria decisione, né come come conseguenza del male che ha fatto, né tantomeno per decisione altrui,a qualsiasi livello. Quindi ogni battezzato che si presenti in parrocchia è a casa sua. Ma a prescindere dai profili teologici della questione, ogni persona umana nella nostra società ha diritti inalienabili che noi in religione dobbiamo riconoscere e rispettare e, innanzi tutto, quello al riconoscimento della sua dignità di persona umana, che comprende la libertà morale, quella sociale, quella politica, quella religiosa e quella dai bisogni primari di sopravvivenza. Questo comporta dei limiti invalicabili all'autorità che è lecito esercitare su di essa. A ben vedere tale concezione ha anch'essa origine religiosa, ma si è affermata anche al di fuori dall'ambito religioso, anche se a volte abbiano difficoltà a riconoscerne le basi. Il dispotismo religioso è contrario all'ordine pubblico costituzionale vigente e ogni cittadino della Repubblica deve opporvisi. Non dobbiamo farci lecito ciò che diciamo di non tollerare dai fedeli di altre religioni, in materia di libertà personale.
  Non dobbiamo permetterci di pensare che tutto ciò che si trova "di fuori" rispetto agli spazi religiosi a noi consueti sia votato alla malvagità e all'errore, di modo che si possa venire tra noi ed essere accettato solo dopo aver lasciato "fuori" tutta la vita di prima. Una visione realistica della società intorno a noi può convincerci facilmente del contrario. E, anzi, in ciò che di bene si è fatto in religione non di rado storicamente è stato di aiuto e di ispirazione ciò che si era sviluppato "di fuori", ad esempio sui temi della libertà di coscienza e della democrazia, lungamente e duramente avversate nell'era dell'insensato dispotismo religioso e ora finalmente riconosciute, anche in religione, come le basi di una convivenza civile rispettosa della dignità umana, anche vista nella prospettiva religiosa della comune figliolanza divina.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli