Idee per ricominciare
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Ho scritto che sono i
problemi che la parrocchia ha con il quartiere che impongono una revisione dei
modi in cui qui da noi si sta insieme in religione. Occorre, da un lato, essere
più uniti e fare più vita comune, superando l’attuale organizzazione federativa
in cui ogni gruppo vive per sé, diffidente verso gli altri e poco interessato a
loro, e, dall’altro, fare spazio a gente nuova, da fuori, rimuovendo certe
barriere ideologiche tra noi di dentro e gli altri all’esterno. E’ un lavoro
che, per l’attuale ordinamento della parrocchia come istituzione, richiede l’assenso
e l’impegno del parroco. Quest’ultimo è molto più di un presidente di
collettività: dal punto di vista del diritto canonico, è un funzionario
religioso nel quale si accentrano tutti
i poteri. Gli si è affiancato un consiglio pastorale con funzioni meramente
consultive, ma egli può determinarne gli orientamenti nominandone a sua
discrezione i componenti. Non si può mai essere del tutto sicuri che questo
organo collegiale rifletta gli orientamenti dei fedeli del quartiere,
soprattutto quando i componenti di nomina elettiva sono in minoranza e ancor
più quando le elezioni, che si dovrebbero tenere nell’assemblea parrocchiale,
non sono realmente democratiche. Il consiglio pastorale finisce per riflettere
gli orientamenti del parroco e da noi il parroco è legato al Cammino
Neocatecumenale. Egli è una persona colta, studiosa, ma mi pare di aver capito
che non è su base teologica che ha seguito quella via. Piuttosto è stato per la
convinzione che la fede non debba essere un fatto privato, vissuta senza
interessarsi agli altri, alle loro sofferenze, ai loro problemi, senza dare
loro una mano nelle difficoltà al di fuori di stentate elemosine. Non si può,
ad esempio, ricordo che ce l’ha detto una volta il nostro assistente
ecclesiastico, andarsene in ferie a villeggiare senza pensare alle persone della
parrocchia che non hanno di che arrivare alla fine del mese. “Tutti insieme”, “Tutti insieme”, ci ripete spesso il parroco nei suoi
insegnamenti: egli ci vuole portare tutti
insieme in paradiso, senza lasciare nessuno indietro, abbandonando rancori
e sogni di rivalsa postuma. E nelle collettività del Cammino Neocatecumenale si
vive appunto questa forte solidarietà, lo devo riconoscere, per cui, ad
esempio, le famiglie numerose sono aiutate e si aiutano tra loro. Sono cose molto
apprezzabili, senz’altro, su cui bisogna riflettere nel pensare il nuovo e
prendere esempio. Il problema è che
tutta questa solidarietà viene realizzata nel quadro di una teologia e di una
ideologia sociale molto rigide, troppo rigide, che non vanno bene per tutti e
che non si è veramente obbligati a seguire in religione. Le concezioni su cui
registro i più vivi dissensi sono in materia di costumi familiari, in cui per
quello che da fuori ne ho capito si preferisce un’impostazione autoritaria e
maschilista, in materia di formazione sessuale dei giovani, dove mi pare si
lasci poco spazio alla responsabilità di coscienza degli adolescenti e dei
giovani adulti, e in materia di ruolo della donna nella società, che viene
visto essenzialmente come quello sponsale e materno. Infine, in politica viene preferita
(del resto secondo le indicazioni della gerarchia religiosa fino ad epoca
recente) una strategia di lobby, centrata sull’ideologia dei valori non negoziabili (l’ideologia
della nostra gerarchia del clero in materia di aborto e prevenzione di
gravidanze indesiderate, eutanasia, procreazione assistita, unioni aborto civili,
omosessualità, finanziamenti alla scuola privata, insegnamento della religione
nelle scuole pubbliche, tassazione dei redditi delle organizzazioni religiose),
per cui manca una consapevolezza complessiva delle dinamiche sociali e degli
effetti che collettivamente si posso produrre e si decide tra una linea
politica e un’altra, tra una coalizione politica e un’altra a seconda dei risultati che si possono ottenere
su quei soli temi. L’insistenza su
questa linea, su questi metodi, su
questo orientamento è, per ciò che mi pare di aver capito, all’origine della
crisi delle relazioni tra noi e il quartiere.
In autunno è previsto
un avvicendamento nella missione di parroco, per cui da noi arriverà una
persona nuova, scelta dal vescovo. Tenuto conto dell’importanza che la figura
del parroco ha, può essere l’occasione per ricominciare veramente. Noi non conosciamo
l’orientamento del nuovo pastore che ci viene inviato. Non è previsto che i fedeli intervengano nella
scelta di un parroco e questo è sicuramente un punto piuttosto critico del
nostro ordinamento religioso. Ma, poiché dobbiamo francamente riconoscere di
non avere più le risorse umane e culturali per uscire dal problema che si è
creato con il quartiere, e questo per molte ragioni la principale delle quali è
il tempo veramente molto lungo in cui si è seguita pervicacemente la linea che
è all’origine delle difficoltà che registriamo, il fatto che ci venga inviata
una persona veramente nuova può
essere vista come un’opportunità.
Sono prevedibili
delle resistenze. Ci siamo guardati in cagnesco così a lungo, tra i gruppi
federati nella parrocchia, diffidiamo così profondamente gli uni degli altri,
abbiamo fatto per così tanto tempo vita da separati
in casa, che ci riesce difficile pensare di poter veramente trovare amici negli altri,
in quelli che hanno fatto vita in un altro gruppo. Eppure è appunto quello che
dovremmo cercare di fare, temperando le asprezze ideologiche e di costumi
sociali, perdonandoci a vicenda il male che ci siamo fatti gli uni gli altri,
le offese che ci siamo recati, le maldicenze che abbiamo contribuito a
diffondere, la diffidenza che ci ha separato dagli altri, i pregiudizi che
abbiamo coltivato e alimentato, cercando di ascoltare
veramente gli altri, di capirli, di apprezzarli in ciò che di buono hanno
realizzato, di accettare i buoni esempi che ci hanno dato, di condividere con loro le conoscenze e la sapienza che hanno
raggiunto e che a noi a volte ancora mancano, insomma di aprirci di cuore agli altri e di arricchirci con ciò che di buono hanno fatto interpretando la fede
comune e, soprattutto, di provare ad essere più tolleranti per le differenze.
La tolleranza è
spesso diffamata in religione, la si vede come un portato dell’illuminismo
anticlericale. Noi, orgogliosamente, pretendiamo di dare di più, vogliamo amarci,
diciamo. Eppure poi, in concreto, di amore
ne vedo poco in giro tra noi, mi sembra che in genere si sia piuttosto insofferenti
gli uni verso gli altri, non senza qualche maldicenza (i sacerdoti della
parrocchia se ne lamentano periodicamente), per cui, tutto sommato, potrebbe
essere veramente un buon inizio cominciare dall’orientamento tollerante
propugnato dall’illuminismo, ad esempio dal Voltaire, bestia nera dei clericali.
Ma, in fondo, mi si
potrebbe obiettare, in questo mio intervento ho criticato gli amici
neocatecumenali: come la metto, allora, con tutto il mio proposito di
tolleranza? E’ vero, ho fatto delle critiche, ma le ho fatte a viso aperto e
pronto al dialogo: la maldicenza è
parlare alle spalle degli altri. Se c’è un problema, bisogna capire bene in che cosa consiste: in questo modo si
possono impostare le soluzioni. Ma poi queste ultime devono trovare un posto
per tutti, non si deve fare a meno di nessuno. Non dobbiamo pensare che un
cambio di un parroco sia l’occasione di un rendimento di conto tra noi. Ogni
nostra esperienza collettiva, di fede, di preghiera, di solidarietà, ha aspetti
positivi che arricchiscono l’insieme, dei quali non dobbiamo privarci. La sfida
è allargare il pluralismo intensificando l’unità. Questo è un lavoro
fondamentalmente spirituale, che richiede una formazione e un riflessione
spirituali. Per fare dei molti uno,
secondo il motto della rivoluzione statunitense, mantenendo la dignità, e innanzi tutto la libertà spirituale e di coscienza, di ciascuno. Per superare l’idea
della parrocchia come condominio religioso e farne la casa di tutti, di un’unica famiglia amorevole, secondo l’atteggiamento
sinodale consigliato dai nostri
pastori.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
