Un evangelizzatore
non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.
[Dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=La gioia del Vangelo) del papa Francesco - 24
novembre 2013, n.10)
Come ho ricordato in un mio precedente
intervento, diversi anni fa venne a lavorare da noi in parrocchia un sacerdote
che mi parve sulla trentina e che, al termine della Messa domenicale, aveva
l'abitudine, come succede più di frequente in altre nazioni, di mettersi sul
sagrato per salutare i fedeli che uscivano. In un'omelia notò che la gran parte
di essi avevano la faccia scura. Mostravano anche qualche difficoltà, durante
la liturgia, a scambiarsi reciprocamente il segno della pace. Era una cosa alla
quale non avevo fatto caso, ma ponendovi attenzione notai che era vero e lo
feci notare anche alle mie figlie che allora erano ancora bambine. Facemmo,
come un gioco, a contare le persone con la faccia lieta che incontravamo per
strada. Erano pochissime! Poi mi dissero che quel sacerdote aveva avuto un
problema in famiglia, una persona gravemente ammalata. Anche lui, allora, fece
la faccia scura e dopo un po' non lo vidi più in chiesa da noi. All'epoca
frequentavo la parrocchia come semplice
utente, non ero granché coinvolto nella sua vita, quindi non approfondii la
questione. Mi dissero che, prima di venire tra noi, aveva seguito gli scout e
nel tempo in cui fu da noi formò una numerosa squadra di chierichetti, tradizione che poi mi pare si sia persa (anch'io fui chierichetto nella nostra parrocchia,
anche se piuttosto imbranato. Non avevo capito bene quello che dovevo fare e
allora mi mettevano a fare l'aiuto-chierichetto.
Anche a quei tempi, si era negli anni '60, c'era una numeroso gruppo di ragazzi
che svolgeva quel servizio). La sua letizia contagiò molti e produsse dei
cambiamenti positivi, ma quando si intristì tutto tese ad andare nella
direzione di prima. Forse, quando fu lui ad avere bisogno di essere consolato,
non trovò in noi, senz'altro non in me, un aiuto sufficiente. Ora me lo
rimprovero.
Ogni tanto i sacerdoti della parrocchia lo
ricordano nelle loro omelie: non si avverte sempre la gioia
della fede nella partecipazione alle nostre liturgie eucaristiche, che pure
dovrebbero essere al centro della vita comunitaria religiosa e dunque
manifestarla. Chi ci vede da fuori come può essere attratto da quello che c'è dentro, se sembra che partecipiamo solo
a un triste dovere, per non fare peccato?
Ma, mi sono detto tra me quando ho sentito questo, non è per dovere che oggi si va in chiesa la
domenica, perché trasgredire quell'obbligo non suscita più la riprovazione
sociale e quindi chi non vuole andarci non ci va, punto. Molti di quelli con le
facce scure vanno in chiesa per essere consolati.
Ma, evidentemente, i motivi di dolore e di disperazione superano le
capacità consolatorie dell'insieme. E poi non siamo più così pronti
ad farci entusiasmare dal linguaggio altamente simbolico della liturgia, di cui
forse non intendiamo più tutte le implicazioni. Bisogna anche tener conto che l'età media dei fedeli è piuttosto alta.
L'allegria è dei giovani. "Gaudeamus
igitur, iuvenes dum sumus!" faceva l'inno degli universitari di un
tempo: gioiamo, orsù, finché siam giovani.
E poi: post iucundam iuventutem, post
molestam senectutem, nos habebit humus, dopo
la gioiosa gioventù, dopo la molesta vecchiaia, ci avrà la terra. E ora,
dobbiamo anche sentirci tirati per le orecchie, perché, con i problemi che
abbiamo, a volte carichi di anni, non siamo gioiosi?
Eppure
sarebbe bello recuperare la gioia di
vivere che tutti abbiamo provato in una o più epoche della nostra vita.
Perché vivere bisogna pure. In fin dei conti, si vive.
L'appello alla gioia che ci viene dal vescovo non è per farci più efficaci come piazzisti del sacro. Con le facce tristi
si vende poco e via dicendo. Non siamo in giro per vendere
il prodotto fede. E neanche per fare
nuovi adepti per riempire le nostre chiese (questo è il proselitismo in senso
deteriore, da lui criticato). La gioia
scaturisce dalla vita, è parte della
nostra natura. La vita dà gioia. Sono le circostanze in cui la vita si svolge che
a volte la privano della gioia. E, a parte gli accidenti che ci capitano e che
derivano dal mondo in cui viviamo, dalle avversità sociali, da quelle della
natura ambientale e, infine, dal nostro invecchiare corporeo, che è anch'esso
un processo naturale, incombe su tutti noi, in modo sempre più angoscioso col
passare degli anni, il pensiero della propria fine personale. E' così che si
perde la gioia di vivere, quel
sentimento di letizia interiore che caratterizza i nostri momenti veramente
felici e che ci fa essere fiduciosi nel futuro e capaci di costruire grandi
cose insieme agli altri. Esso ha sicuramente un dimensione sociale, così come
la ha l'infelicità, e una spirituale, interiore. La fede incide e richiede un impegno personale
su entrambe. L'appello religioso alla gioia
è un'esortazione ad un impegno di
quel tipo. L'azione che ci è proposta è quella di radunare i dispersi costituendo un'unità fondata
sull'amore/agàpe. Essa si fonda su una voce che riteniamo esserci giunta e
giungerci dall'alto, trasmessa fedelmente fino a noi di generazione in
generazione e ricevuta e confermata nella nostra interiorità personale. Essa ci
dice che la morte, la nostra fine personale, l'ultima nemica, non è l'ultima parola su ciascuno di noi. Quella voce
non ci arriva solo da fuori di noi, essa corrisponde a un sentimento
interiore che ci rende capaci di ascoltarla
e di darle credito: "…sento
l'acqua viva che mi parla dentro e mi dice «Vieni al Padre»,
scrisse Ignazio di Antiochia
(vescovo di Antiochia dal 70, ucciso a Roma per ordine delle autorità imperiali
nel 107) in una Lettera ai cristiani di Roma, andando verso la nostra città per
esservi giustiziato. Tutti gli esseri umani sono chiamati a formare un popolo
animato da quell'unità amorevole, gioiosa e festosa. "Nessuno è escluso dalla gioia
portata dal Signore", insegnò Giovanni Battista Montini in
un'esortazione apostolica del 1975, durante il suo ministero religioso di padre
universale: lo ricorda il vescovo nel documento di qualche giorno fa. Non usciamo di chiesa per ritornarvi con un
portafoglio di adesioni. Non siamo
nel mondo per distribuire tessere
religiose. Siamo nel mondo per suscitarvi la gioia di vivere, radunando, risanando, consolando. Può
essere un impegno molto coinvolgente, fonte esso stesso di gioia perché è il principio del nuovo mondo, fonte
soprannaturale e spirituale di cambiamenti significativi nella realtà visibile
e sociale e del riscatto delle persone dalla
propria coscienza isolata ed autoreferenziale (Evangelii Gaudium, n. 8).
I momenti più belli e motivanti
della mia vita, in famiglia, sul lavoro, nella società, sono stati
caratterizzati dalla partecipazione a un impegno di quel tipo. Non ero solo,
partecipavo a grandi movimenti ideali in cui anche la fede religiosa era
implicata. Ai tempi nostri si accusa quelli della mia generazione di aver
tentato di ribaltare il mondo di prima sulla base di sogni irrealizzabili. Le
cose vanno come vanno ed è così che debbono andare, ci rimproverano: il forte
prevale sul debole, il pesce grande mangia il pesce piccolo (metafora usata abitualmente
dal filosofo Aldo Capitini - 1899/1968) e così seguitando. Ma io non rimpiango
di non aver agito diversamente: Non, je
ne regrette rien (= non rimpiango nulla. E' il verso di una famosa canzone
di Edith Piaf -1915/1963 che venne
citato nel testamento di uno dei sette frati trappisti uccisi a Tibhirine -
Algeria nel 1996 da terroristi). Sono
sogni anche quelli della nostra fede? Ma essi hanno cambiato e stanno ancora
cambiando il mondo. Venite e vedete.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli