La gioia del Vangelo
L'altro giorno il nostro vescovo, che per il
diritto canonico è anche il capo assoluto della nostra confessione religiosa,
ha diffuso un lungo documento denominato esortazione
apostolica, dal titolo Evangelii Gaudium
(= La gioia del Vangelo) in cui tratta di vari argomenti, relativi alla
struttura della nostra collettività religiosa e alla sua azione nella società e
ai problemi delle società civili. Esso, provenendo dalla massima autorità umana
che, in religione, riconosciamo, ha natura normativa, anche se vuole essere
meno un insieme di comandi e più una
segnalazione di problemi e una sollecitazione a risolverli. Ha natura anche prettamente
ideologica, vale a dire di pensiero
semplificato diretto ad orientare l'azione collettiva. Per la natura di alcuni
degli argomenti trattati si inserisce nel campo della dottrina sociale della Chiesa. Nei confronti dei fedeli laici ha
prevalentemente natura autorizzatoria, vale a dire che riconosce la legittimità e
correttezza di aperture, nel campo
del pensiero e dell'azione, che si erano già prodotte e conferma, nel contempo,
alcuni limiti.
In altri interventi
successivi cercherò di riassumerne il contenuto e di esaminarlo nel dettaglio.
Il documento ha avuto
in genere buona accoglienza, tra i giornalisti e i primi commentatori, nel
campo progressista, nel silenzio di
quelli conservatore e reazionario.
E' stato accolto con soddisfazione da chi, nella nostra organizzazione
religiosa, già era in linea con il pensiero che in esso vi è espresso e con
imbarazzo e preoccupazione dagli altri, in particolare da chi pensa che per la
conservazione della fede collettiva sia indispensabile un capo assoluto a Roma
e una struttura direttiva centralizzata intorno a lui. Poiché le autorizzazioni prevalgono nettamente sui
divieti confermati, si è preferito, in genere, non
soffermarsi particolarmente su questi ultimi.
Le aperture e le nuove idee organizzative espresse nel documento non hanno carattere
rivoluzionario, perché corrispondono ad un pensiero già largamente sviluppato e diffuso nella
nostra collettività religiosa, sia tra i
laici che tra il clero. Vale a dire che il pensiero espresso nel
documento non è veramente nuovo. Lo è
sicuramente dal punto di vista normativo,
nel senso che da decenni, dal vertice romano non erano uscite affermazioni così
chiare. E' il bilancio tra autorizzazioni
e divieti che fa la differenza. In passato ad ogni apertura si faceva seguire una clausola di chiusura, un limite, in modo
che, in definitiva, ogni documento potesse essere fatto proprio sia dai progressisti, sia dai conservatori e spesso anche dai reazionari. Quando uso queste categorie per distinguere correnti di
pensiero e di azione all'interno della nostra organizzazione religiosa non
associo automaticamente a ciascuna di esse un valore, semplicemente le uso per descrivere degli orientamenti
rispetto alla concezione che in un certo momento è quella che, per legge
canonica, della nostra collettività religiosa, è quella a cui si è chiamati ad
aderire, pur con una certa libertà di opinione sui dettagli.
E' interessante
chiedersi, prima di entrare nei particolari, se sia ancora giusto, ai tempi nostri,
che si debba attendere che un capo assoluto detti legge per attuare ciclicamente aggiornamenti e rinnovamenti che dovrebbero essere la
normalità in ogni corpo sociale basato sulla dignità universale delle persone e
quindi sulla libertà di pensiero e di azione e sul pluralismo. Insomma, se sia
ancora giusto essere così papadipendenti
come lo siamo noi italiani, e non parlo solo dei fedeli laici, ma addirittura
di coloro che si definiscono laici,
nel senso di non credenti o di agnostici. E noi fedeli, in particolare,
sentiamo sempre di dover confermare preliminarmente, come Primo Mazzolari, nel
1942, degli "Anch'io voglio bene al
Papa" ad ogni passo avanti
che programmiamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli