La buona notizia: vale ancora la pena di vivere
La fede è gioia e riempie il cuore, scrive
il nostro vescovo. Questo corrisponde anche alla mia personale esperienza in
religione. Spiegare agli altri in che cosa consista il fondamento di questa gioia,
da dove essa scaturisca, non è però facile. Ci insegnano a fare innanzi tutto
riferimento all'antico nostro Maestro, al Nazareno. Egli ci ha tanto amato da
dare la vita per noi. Lo ha fatto nonostante la nostra innata tendenza al male,
che si è manifestata da sempre in tutte le società umane che si sono succedute
da quando si ha memoria di una storia e probabilmente anche in quelle che ci
sono state prima, e nonostante il male che l'umanità ha fatto e di cui
ciascuno, in spirito di verità, onestamente, deve riconoscersi responsabile.
Egli fu un essere umano, nella Palestina di circa due
millenni addietro, ma noi lo riconosciamo anche come fondamento di tutto ciò
che esiste, ieri, oggi, sempre, quindi
diciamo anche, in senso religioso, che egli
è. "Per mezzo di lui tutte le
cose sono state create", recitiamo nel Credo, nella Messa di ogni
domenica. Quindi vediamo in lui anche una manifestazione del soprannaturale, di
una realtà che, al di là di ciò che si
vede, si sente, si tocca qui nel mondo che ci circonda, sorregge tutto ciò che esiste,
l'universo e noi in esso. Ma non pensiamo che sia qualcuno come un angelo, come
lo si concepisce nella nostra fede, o un fantasma. Siamo fermamente convinti,
nella nostra fede, che tutto abbia un senso, che si vada verso una precisa
direzione, noi e la natura intorno a noi, e che esso si quello di muoverci,
nella nostra storia personale e in quella collettiva, verso colui che ha fatto
tutto ciò che esiste, prima che i tempi iniziassero, e che ha un nome, non è un impersonale meccanismo della natura come tanti che osserviamo e studiamo,
cercando ci capirli, intorno a noi.
Quel nome è appunto quello del nostro
antico Maestro, che nell'ebraico antico
significa azione di salvezza e
riteniamo santo, nel senso che è
manifestazione di benevolenza infinita e, quindi, di un fondamento e di un compimento beato della nostra vita,
personale e collettiva. Avverto che qui ho trattato, non usando il teologhese, di principi fondamentali
della fede: è esperienza comune quella di dover sempre migliorare nella loro comprensione e quindi di doversi sempre
confrontare, quando se ne parla, con chi ne sa di più e in particolare con chi
ha, come missione e responsabilità, il compito di spiegarli agli altri. Invito
quindi chi legge a verificare personalmente, nell'ascolto del nostro magistero
religioso, se ciò che ho scritto corrisponda effettivamente alla nostra fede
comune. Ero presente in piazza San Pietro, tanti anni fa, quando Karol Wojtyla,
affacciandosi dalla facciata della grande basilica dopo aver assunto la grande
missione di essere nostro padre
universale, si esortò con un "Correggetemi
se sbaglio!" : ho cercato sempre di imitarlo in questo e qui faccio
mia quell'esortazione.
Se, allora, la nostra
esistenza si basa su un fondamento santo,
su una benevolenza infinita che, al di là dell'imperfezione che vediamo bene
caratterizzare la nostra vita personale e collettiva, al di là dei nostri
limiti palesi, scende verso e su di noi e rimane salda anche quando sbagliamo, perché trasformarci in "persone risentite, scontente e senza
vita"?, scrive il nostro vescovo. E aggiunge: "Ci sono cristiani che sembrano avere uno
stile di Quaresima senza Pasqua". Vale a dire che non vivono,
rievocandola e rendendola presente nelle loro vita, l'esperienza della
liberazione dai limiti che ci affliggono, da tutto ciò che in varie forme e
manifestazioni ci lega alla morte, alla fine nostra e di tutti e di tutto, e
alla consapevolezza del male che c'è in noi e attorno a noi. Il dolore non è
l'ultima parola sull'esistenza umana, secondo la nostra fede. Il nostro vescovo
ci esorta dunque a ritornare a rinnovare
oggi stesso il suo incontro con colui che è il fondamento beato di tutto e la fonte della nostra gioia e che crediamo ci voglia salvare
perché ci vuole bene, o, almeno,
a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, cercandolo ogni giorno senza sosta.
Devo dire che nella mia personale vita
religiosa c'è sempre stata veramente poca emotività. Sono sempre stato molto
legato alla mia concreta esperienza della realtà intorno a me, così come
effettivamente mi si presentava. Ho fede religiosa, ma non ho mai udito voci
soprannaturali, non ho fatto esperienza del soprannaturale in questo senso, non
ho visto angeli né mai mi sono figurato di averli visti. Del Nazareno ho
sentito parlare e ho letto, ma non l'ho mai incontrato così come incontro le
persone che mi circondano. Ho incontrato la memoria di lui, che mi è giunta, di
generazione in generazione, attraverso altre persone di fede. Ho creduto non perché ho visto. L'esigenza di credere
in lui è scaturita dalla mia interiorità, nel confronto con il mondo così
come l'ho sperimentato nella mia vita. Penso di essere stato effettivamente
predisposto, come essere umano, a credere in lui: la mia fede è stata quindi il
compimento di un'esigenza interiore e di un'attesa. Ma capisco i problemi di
chi, all'appello religioso a incontrarlo,
rispondono di non riuscire a farlo perché non
lo vedono e non lo sentono. E anche di non capire come un essere che non si vede, non si sente e non si tocca
possa cambiare in meglio la vita di
coloro che vivono nel mondo che c'è, si vede, si sente e si tocca.
Dicono che ci perdona: e allora? Uno alla fine a perdonarsi ci arriva anche da solo, perché
che cosa sono le nostre colpe dinanzi alla pena che sicuramente ci toccherà di
scontare, la morte personale? Si tratta di obiezioni serie, da non
sottovalutare, tanto che le troviamo trattate anche nei nostri scritti sacri,
in particolare in quelli che abbiamo ricevuto dal giudaismo antico.
L'uomo si affatica e
tribola per tutta un vita.
Ma che cosa ci
guadagna?
Passa una
generazione e ne viene un'altra;
ma il mondo resta
sempre lo stesso.
…
Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizia che si compiono in questo
mondo. Gli oppressi piangono e invocano aiuto, ma nessuno li consola, nessuno
li libera dalla violenza dei loro oppressori. Invidio quelli che sono morti.
Essi stanno meglio di noi che siamo ancora in vita. Anzi, più fortunati ancora
quelli che non sono mai nati, quelli che non hanno mai visto tutte le
ingiustizie di questo mondo.
[Qoelet 1, 3; 4,1]. Traduzione
interconfessionale della Bibbia in lingua corrente, Elle Di Ci -A.B.U.,
1985]
Alcune persone,
sentendosi rivolgere quell'appello all'incontro
personale e non riuscendo a realizzarlo, possono pensare di essere come menomate o, addirittura, quando
quell'appello viene rivolto in certi modi perentori, addirittura cattive, o, comunque, di essere
considerate tali da parti di coloro da cui esso proviene. Poiché poi, pur
considerandosi con sincerità, concludono di non essere né menomate né cattive,
tendono a rifiutare in blocco la fede e chi gliela propone.
Non nascondo che anch'io, pur ritenendomi una
persona di fede, ho sempre avuto difficoltà analoghe, quando mi hanno detto
cose come "All’inizio dell’essere
cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con
un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con
ciò, la direzione decisiva" (una frase di papa Ratzinger
citata dal vescovo nel suo ultimo documento e tratta dall'enciclica Deus caritas est [=Dio è amore/agàpe/gioiosa
benevolenza comunitaria come in un banchetto nuziale]). Per me infatti la fede
è scaturita certamente dall'incontro con delle persone, con la generazione di coloro che me l'hanno trasmessa al
modo di un contagio, prima con le loro vite che con i loro discorsi, ma la scoperta della Persona, alla quale in quella frase ci si riferisce,
è venuta dopo ed è stata coeva con
esigenze etiche, che considero tuttora molto importanti, e con molte grandi
idee.
Per intendere bene il senso di quel
modo di esprimersi, che centra il sorgere della fede su un'incontro con la
Persona, la figura divinizzata del
primo Maestro, del Nazareno, bisogna considerare che esso è manifestazione di
una reazione a modi teologici di
presentare la nostra fede comune che davano molta importanza alle ragioni del credere, quindi alle
giustificazioni razionali dell'atto di fede, e al conformarsi a prescrizioni etiche rituali, religiosamente condivise.
Di fronte all'obiezione, risultata fondata, che tutte le prove dell'esistenza della realtà soprannaturale creduta per fede
si sono dimostrate insufficienti e che l'inevitabile mutare dei costumi porta a superare sempre ogni concezione
etica, di fronte quindi alla generale insufficienza di ogni sistemazione
puramente ideologica della fede, si
cerca di basare le motivazioni di fede su un rapporto personale con il fondamento beato, che precede ogni ragionamento e anche l'etica rituale. E' una via,
questa, che ha precisi agganci nelle scritture sacre e che è stata seguita
anche, per quello che ho letto, nell'ebraismo dei saggi del Talmud. E' stata
più volte riscoperta nella storia
della nostra collettività religiosa e, nei tempi più recenti, proprio nel
confronto con la saggezza dell'ebraismo contemporaneo della nostra confessione
religiosa. Essa, ad esempio, fu espressa nell'Ottocento dallo scrittore russo Dostoevskij
affermando che egli avrebbe comunque scelto
Cristo anche se gli avessero dimostrato che Cristo non era la verità.
L'invito a centrare la fede sull'incontro con la Persona libera dalle molte costrizioni, conformismi, luoghi comuni,
commistioni tra sacro e profano, non
veramente necessari alla vita di fede, anzi spesso ostacolo ad essa, che storicamente si sono costruiti intorno alla fede nell'edificare e nel disciplinare una religione, vale a dire un modello collettivo di vita di fede. Ma
non bisogna pensare, per come la vedo io, che quell'incontro sia come quello
che possiamo avere la mattina, al risveglio dal sonno, quando apriamo gli occhi
e vediamo i nostri familiari.
L'incontro con quella Persona è pur
sempre un andare verso e, insieme, un rendersi disponibili ad accogliere una persona che non si vede,
nella sua realtà soprannaturale. L'accostarsi al soprannaturale presenta sempre questa difficoltà, quando non si
parli di cose diverse dalla nostra fede religiosa come ad esempio di magia o
esperienze emotive paranormali, vale
a dire che ci si cerca di aprire a ciò che non
si vede, ma di cui avvertiamo interiormente la presenza. Ed è
effettivamente esperienza comune che non è vero che ciò che non si vede non c'è. A parte realtà microscopiche e le frequenze
inaccessibili ai nostri sensi, cerchiamo sempre di figurarci il passato e il futuro
e questa attività ,molto importante nello stabilire che fare oggi, riguarda oggetti che non si vedono e addirittura non sono più o non
sono ancora. Il soprannaturale, nella concezione religiosa c'è ed è anche accessibile ad un nostro senso interiore, a quello che possiamo
definire sguardo soprannaturale, alla luce del quale il mondo in cui viviamo
ci appare trasfigurato. Nella nostra
fede, e anche in altre fedi religiose, il soprannaturale è definito come luce.
Il mondo ci appare per certi versi
come un complicato meccanismo di cui noi siamo un piccolo ingranaggio. C'è
sempre un grande darsi da fare, scambiarsi cose e lavorare gli uni per gli
altri per un certo prezzo. Si nasce, ci si riproduce e si muore. Nei secoli dei
secoli. Ma essere solo parte di un ingranaggio non da gioia, non ci appaga veramente del tutto. Lo scrittore Primo Levi dichiarò
che l'etica degli affari uccide l'anima
immortale (cito a memoria). Sotto un certo profilo quindi, giunti verso la
fine, si potrebbe concludere tristemente con "tutto qui?" o con un "Ne è valsa la pena?". La buona notizia che ci giunge dalla nostra
fede è che, sì, ne vale la pena o, a
seconda delle prospettive in cui ci si pone,
ne è valsa la pena. E ciò perché
nella vita c'è l'amore/agàpe che dà gioia. E' questo che si incontra/scopre
nella Persona che, nella fede, riteniamo essere il fondamento e il destino
beato di tutto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli