sabato 30 novembre 2013

Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.


Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.
[Dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=La gioia del Vangelo) del papa Francesco - 24 novembre 2013, n.10)

 
  Come ho ricordato in un mio precedente intervento, diversi anni fa venne a lavorare da noi in parrocchia un sacerdote che mi parve sulla trentina e che, al termine della Messa domenicale, aveva l'abitudine, come succede più di frequente in altre nazioni, di mettersi sul sagrato per salutare i fedeli che uscivano. In un'omelia notò che la gran parte di essi avevano la faccia scura. Mostravano anche qualche difficoltà, durante la liturgia, a scambiarsi reciprocamente il segno della pace. Era una cosa alla quale non avevo fatto caso, ma ponendovi attenzione notai che era vero e lo feci notare anche alle mie figlie che allora erano ancora bambine. Facemmo, come un gioco, a contare le persone con la faccia lieta che incontravamo per strada. Erano pochissime! Poi mi dissero che quel sacerdote aveva avuto un problema in famiglia, una persona gravemente ammalata. Anche lui, allora, fece la faccia scura e dopo un po' non lo vidi più in chiesa da noi. All'epoca frequentavo la parrocchia come semplice utente, non ero granché coinvolto nella sua vita, quindi non approfondii la questione. Mi dissero che, prima di venire tra noi, aveva seguito gli scout e nel tempo in cui fu da noi formò una numerosa squadra di chierichetti, tradizione che poi mi pare si sia persa (anch'io fui chierichetto nella nostra parrocchia, anche se piuttosto imbranato. Non avevo capito bene quello che dovevo fare e allora mi mettevano a fare l'aiuto-chierichetto. Anche a quei tempi, si era negli anni '60, c'era una numeroso gruppo di ragazzi che svolgeva quel servizio). La sua letizia contagiò molti e produsse dei cambiamenti positivi, ma quando si intristì tutto tese ad andare nella direzione di prima. Forse, quando fu lui ad avere bisogno di essere consolato, non trovò in noi, senz'altro non in me, un aiuto sufficiente. Ora me lo rimprovero.
 Ogni tanto i sacerdoti della parrocchia lo ricordano nelle loro omelie: non si avverte sempre  la gioia della fede nella partecipazione alle nostre liturgie eucaristiche, che pure dovrebbero essere al centro della vita comunitaria religiosa e dunque manifestarla. Chi ci vede da fuori  come può essere attratto da quello che c'è dentro, se sembra che partecipiamo solo a un triste dovere, per non fare peccato? Ma, mi sono detto tra me quando ho sentito questo, non è per dovere che oggi si va in chiesa la domenica, perché trasgredire quell'obbligo non suscita più la riprovazione sociale e quindi chi non vuole andarci non ci va, punto. Molti di quelli con le facce scure vanno in chiesa per essere consolati.  Ma, evidentemente, i motivi di dolore e di disperazione superano le capacità consolatorie  dell'insieme. E poi non siamo più così pronti ad farci entusiasmare dal linguaggio altamente simbolico della liturgia, di cui forse non intendiamo più tutte le implicazioni. Bisogna anche tener conto  che l'età media dei fedeli è piuttosto alta. L'allegria è dei giovani. "Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus!" faceva l'inno degli universitari di un tempo: gioiamo, orsù, finché siam giovani. E poi: post iucundam iuventutem, post molestam senectutem, nos habebit humus, dopo la gioiosa gioventù, dopo la molesta vecchiaia, ci avrà la terra. E ora, dobbiamo anche sentirci tirati per le orecchie, perché, con i problemi che abbiamo, a volte carichi di anni,  non siamo gioiosi?
  Eppure sarebbe bello recuperare la gioia di vivere che tutti abbiamo provato in una o più epoche della nostra vita. Perché vivere bisogna pure. In fin dei conti, si vive.
 L'appello alla gioia che ci viene dal vescovo  non è per farci più efficaci come piazzisti del sacro. Con le facce tristi si vende poco  e via dicendo. Non siamo in giro per vendere il prodotto fede. E neanche per fare nuovi adepti per riempire le nostre chiese (questo è il proselitismo in senso deteriore, da lui criticato). La gioia scaturisce dalla vita, è parte della nostra natura. La vita dà gioia. Sono le circostanze in cui la vita si svolge che a volte la privano della gioia. E, a parte gli accidenti che ci capitano e che derivano dal mondo in cui viviamo, dalle avversità sociali, da quelle della natura ambientale e, infine, dal nostro invecchiare corporeo, che è anch'esso un processo naturale, incombe su tutti noi, in modo sempre più angoscioso col passare degli anni, il pensiero della propria fine personale. E' così che si perde la gioia di vivere, quel sentimento di letizia interiore che caratterizza i nostri momenti veramente felici e che ci fa essere fiduciosi nel futuro e capaci di costruire grandi cose insieme agli altri. Esso ha sicuramente un dimensione sociale, così come la ha l'infelicità, e una spirituale, interiore.  La fede incide e richiede un impegno personale su entrambe. L'appello religioso alla gioia è un'esortazione ad un impegno di quel tipo. L'azione che ci è proposta è quella di radunare i dispersi costituendo un'unità  fondata sull'amore/agàpe. Essa si fonda su una voce che riteniamo esserci giunta e giungerci dall'alto, trasmessa fedelmente fino a noi di generazione in generazione e ricevuta e confermata nella nostra interiorità personale. Essa ci dice che la morte, la nostra fine personale, l'ultima nemica, non è l'ultima parola su ciascuno di noi. Quella voce non ci arriva solo da fuori  di noi, essa corrisponde a un sentimento interiore che ci rende capaci di ascoltarla e di darle credito: "…sento l'acqua viva che mi parla dentro e mi dice «Vieni al Padre»,  scrisse Ignazio di Antiochia (vescovo di Antiochia dal 70, ucciso a Roma per ordine delle autorità imperiali nel 107) in una  Lettera ai cristiani di Roma, andando verso la nostra città per esservi giustiziato. Tutti gli esseri umani sono chiamati a formare un popolo animato da quell'unità amorevole, gioiosa e festosa. "Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore", insegnò Giovanni Battista Montini in un'esortazione apostolica del 1975, durante il suo ministero religioso di padre universale: lo ricorda il vescovo nel documento di qualche giorno fa. Non usciamo  di chiesa per ritornarvi  con un portafoglio di adesioni. Non siamo nel mondo per distribuire tessere religiose. Siamo nel mondo per suscitarvi la gioia di vivere, radunando, risanando, consolando. Può essere un impegno molto coinvolgente, fonte esso stesso di gioia perché è il principio del nuovo mondo, fonte soprannaturale e spirituale di cambiamenti significativi nella realtà visibile e sociale e del riscatto delle persone dalla propria coscienza isolata ed autoreferenziale (Evangelii Gaudium, n. 8).
 I momenti più belli e motivanti della mia vita, in famiglia, sul lavoro, nella società, sono stati caratterizzati dalla partecipazione a un impegno di quel tipo. Non ero solo, partecipavo a grandi movimenti ideali in cui anche la fede religiosa era implicata. Ai tempi nostri si accusa quelli della mia generazione di aver tentato di ribaltare il mondo di prima sulla base di sogni irrealizzabili. Le cose vanno come vanno ed è così che debbono andare, ci rimproverano: il forte prevale sul debole, il pesce grande mangia il pesce piccolo (metafora usata abitualmente dal filosofo Aldo Capitini - 1899/1968) e così seguitando. Ma io non rimpiango di non aver agito diversamente: Non, je ne regrette rien (= non rimpiango nulla. E' il verso di una famosa canzone di Edith Piaf -1915/1963 che venne citato nel testamento di uno dei sette frati trappisti uccisi a Tibhirine - Algeria  nel 1996 da terroristi). Sono sogni anche quelli della nostra fede? Ma essi hanno cambiato e stanno ancora cambiando il mondo. Venite e vedete.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli