Individualismo e comunità. La caduta degli dei
Una delle ragioni
delle minor forza delle concezioni dell'origine e del funzionamento del mondo
basate sul soprannaturale è stata identificata nel crescente individualismo
delle persone, portate a ricercare in primo luogo il proprio benessere, anche
inteso come piacere. Questa dinamica sociale è indicata come secolarismo. La spiegazione di questo
fenomeno con il decadere di tradizioni comunitarie corrisponde alla mia
esperienza personale, di uomo che ha vissuto, e quindi non conosce solo per sentito dire o
per aver letto, l'epoca in cui si sviluppò e alle ricostruzioni offerte dagli
analisti di varie discipline. Si è trattato del manifestarsi di un nuovo modo di vita, a partire grosso modo
dagli anni '60. Esso ha corrisposto a trasformazioni sociali piuttosto intense
e generalizzate che hanno riguardato, in particolare, i costumi sessuali, le
relazioni famigliari e quelle tra i più anziani e i più giovani. Nella nostra
collettività religiosa se ne sono colte le opportunità, ma anche le minacce. Le
vecchie tradizioni religiose, spesso a carattere etnico, confliggevano in genere
con l'esigenza di un'adesione di fede più consapevole e informata, meno basata
su elementi di carattere magico, che si voleva diffondere a livello di massa
(un anelito senza precedenti nella storia della nostra confessione religiosa e
corrispondente al moto di democratizzazione delle società civili e lo sviluppo
di un'ideologia di cittadinanza attiva di massa), ma il loro superamento
portava a tagliare legami di tipo comunitario che nel passato avevano
sorretto la diffusione della fede in tutti gli strati della popolazione, anche
tra quelli meno colti. Come reazione,
nella nostra collettività religiosa si sono diffusi e radicati movimenti che
hanno alla base l'idea di ricostituzione di costumi comunitari, basati su una
più intensa solidarietà tra le persone: essi
hanno come elemento unificante, appunto, l'idea di comunità, anche se le vie scelte per ricostruire questi legami tra
le persone sono diverse. Si richiamano a questo intento, ad esempio, il
movimento Comunione e Liberazione, il
Movimento dei Focolari, la Comunità di Sant'Egidio e il Cammino Neocatecumenale. Sul primo e sul
quarto ho potuto fare a lungo osservazioni personali e dirette, perché da
adolescente sono stato amico di un coetaneo che è entrato in Comunione e Liberazione e perché vivo in
una parrocchia dove si è insediato il Cammino
Neocatecumenale. Tutte queste esperienze associative, al di là del richiamo
più o meno intenso a una tradizione religiose, sono organizzazioni che non hanno precedenti nella storia della
nostra collettività religiosa e che cercano di armonizzare una intensa ma più
informata religiosità al recupero di relazioni di tipo comunitario. Esse si
distaccano dalla religiosità tradizionale nel rifiuto di elementi di carattere
magico o addirittura superstizioso che caratterizzano a volte le forme popolari
di manifestazione della fede ricevute dal passato. In particolare l'elemento
che, a un osservatore esterno, sembra caratterizzare il tipo di vita
comunitaria proposta dal Cammino
Neocatecumenale è lo sforzo di costituire famiglie stabili con più dei due
figli, numero che è, oggi, lo sforzo
procreativo che la maggior parte dei coniugi programmano per la loro vita matrimoniale. Nel passato, al tempo in
cui la forma prevalente di economia in Italia era quella rurale, e poi al tempo
dell'urbanizzazione della classe operaia prima dello sviluppo e dei successi
del movimento per la tutela dei diritti dei lavoratori, più figli significava,
per i ceti al di sotto della borghesia, povertà. Per quello che ho capito nel Cammino Neocatecumenale vengono quindi
attuate, su base comunitaria, varie forme di assistenza alle famiglie nel loro
sforzo procreativo. Il risultato di famiglie con più figli viene presentato
come un successo nell'attuazione di quell'ideologia a base religiosa che
riguarda il rifiuto dell'idea di programmazione
delle nascite (che non significa contraccezione). Da ciò viene fatto conseguire che le idee che
in passato si avevano, in religione, sulla famiglia possono funzionare anche ai
tempi nostri. C'è effettivamente una superficiale somiglianza tra le famiglie
numerose inserite nel Cammino
Neocatecumentale e le famiglie numerose delle classi popolari del passato,
in particolare del Meridione animato da intense e vive tradizioni religiose
popolari. Si tende quindi a stabilire un rapporto tra famiglie numerose e
ripresa della fede, che però andrebbe sottoposto a più rigorosa verifica. Ciò
che distingue queste neo-famiglie a base comunitarie dalle "famiglione" del
passato è che in queste ultime il numero dei figli, spesso oltre i dieci, era
vissuto come un evento naturale, e a
volte come un cataclisma al pari dei terremoti e delle inondazioni, non come
una scelta e tanto meno una scelta religiosa. I figli venivano. E per una donna del popolo
avere un gran numero di figli non escludeva l'aver fatto ricorso all'aborto, largamente
praticato, pur sotto minaccia di gravi sanzioni penali e religiose, in forme
artigianali e pericolose. I vecchi parroci di campagna lo sanno bene. E
soprattutto per le neo-famiglie di oggi avere più figli non significa povertà: è per questo che quella di aver
più figli della media è vissuta come una
scelta e non una dannazione. Ad
un'osservazione meno superficiale risalta che la scelta su base religiosa di
avere famiglie più numerose mette a prova la fede (non la sorregge di per sé), può essere quindi considerata
un campo di impegno sociale in cui misurare l'intensità delle proprie
convinzioni, ma che da famiglie più numerose non discende automaticamente una
motivazione più forte alla vita di fede. E' piuttosto l'intensificarsi dei
rapporti di collaborazione e mutuo aiuto tra
le neo-famiglie, su base comunitaria, che effettivamente è un fattore generante e rinvigorente la fede
religiosa, che nella concezione cristiana si basa essenzialmente sull'idea di
una identificazione del soprannaturale con la carità-agàpe, una forma molto intensa di benevolenza che si ritiene
pervada l'universo e coinvolga particolarmente l'umanità.
La secolarizzazione, nel senso che ho
precisato, è stata vista, in religione, come un'opportunità per liberarsi da
forme di fede di tipo magico e superstizioso e per rinnovare l'ideale di fede
di un'umanità costituita in un unico popolo
animato da relazioni amorevoli e in
cammino nella storia verso un destino beato promesso dall'alto e nel mondo
verso ogni essere umano, senza alcuna distinzione. In altre parole è stata vista anche come una salutare caduta degli dei, vale a dire di quelle
false, dal punto di vista della nostra fede, immagini del sacro che erano ancora
piuttosto diffuse a livello popolare, superficialmente armonizzate con le nostre
concezioni religiose. Esse caratterizzavano fortemente alcune forme comunitarie
tradizionali, su base regionale, che, ad un certo punto, vennero vissute come
oppressive e inaccettabili nei tempi nuovi. La fuga dal paese, con i suoi pregiudizi, le sue costrizioni e le sue velenose
chiacchiere, era il sogno di molti dei
giovani degli anni in cui anch'io fui giovane, in particolare delle ragazze.
Per le donne le culture tradizioni, che a volte sono nostalgicamente rievocate
in religione, significavano forme di sottomissione parentale e coniugale che ai
tempi nostri non sono più accettate. Spesso questi vincoli venivano giustificati su base religiosa e allora il
rifiutarli portava anche all'allontanamento dalla fede.
L'Azione Cattolica
non si è mai specificamente caratterizzata su base comunitaria e, in questo
senso, non è mai stata una organizzazione basata su moventi reazionari, nel senso di caratterizzati
dalla volontà di reagire,
contrastandoli, contro i tempi nuovi, visti nei loro lati negativi. Essa invece
è stata storicamente più orientata a coglierne le opportunità che a temerne le
minacce. Non è che, tuttavia, si sottovaluti
l'importanza del mantenimento di relazioni sociali comunitarie pur in epoca di
valorizzazione dell'individualità della persona. In particolare, dalla fine
dalla fine degli anni '60, in cui ha inglobato
il metodo democratico nella propria esperienza comunitaria, l'Azione Cattolica si
sforza di sviluppare nella società l'ideale comunitario che costituisce la base
ideologica fondamentale delle democrazie di popolo europee, espresse nelle loro
Costituzioni e, ora, nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, in
cui riconosce anche valori sociali di origine religiosa. E non si tratta solo
di limitarsi a osservare principi che sono, ai tempi nostri, leggi vigenti negli stati, ma anche di dar
loro piena espansione e attuazione nelle
società, in particolare in ciò che in cui più specificamente concordano con la
missione specifica dei laici di rinnovare
il mondo secondo i principi di fede operando
nel mondo, insieme a tutte le persone di animo retto, religiose o non
religiose. L'Azione Cattolica, per come la vedo io, preferisce puntare a creare
un mondo-comunità piuttosto che piccole comunità in un mondo non comunitario,
preda dell'individualismo egoistico.
E tuttavia l'idea di
intensificare le relazioni sociali negli ambienti sociali quotidiani come
manifestazione della propria fede non è estranea all'Azione Cattolica, anche
se, come esperienza prettamente laicale, essa è più proiettata all'esterno dello spazio specificamente
liturgico delle chiese. Questo proposito
del resto può farsi scaturire da quel movimento di redenzione sociale che, originato nel corso dell'Ottocento, ha
visto il protagonismo dei movimenti laicali della nostra confessione religiosa
e ha successivamente prodotto quella parte del magistero denominata dottrina sociale della Chiesa. Sotto un
certo punto di vista, ad esempio, la liberazione
dalla morte, la salvezza in questo senso, fa oggi meno presa
nell'Italia in cui ci sono tanti più anziani di un tempo, quindi persone che,
ad un bel momento, hanno accettato l'idea della propria morte, mentre è molto più sentito il problema della liberazione dalla vecchiaia, che nella
società di oggi si manifesta nei propositi anti-religiosi di eutanasie e in
quelli, su base religiosa, di cooperazione per liberare i vecchi dalla solitudine e
dall'isolamento mediante il recupero di impegni e corrispondenti attività a
base comunitaria. Il "Visitare i
vecchi" non era compreso nelle tradizionali opere di misericordia e ciò corrispondeva a un tipo di civiltà in
cui la vecchiaia era una sorta di privilegio, mentre ai tempi nostri è un'opera di misericordia non codificata, ma che si fa scaturire
dall'etica religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.