La proscrizione del
pacifismo
(documento anticipato
parzialmente, in più riprese, per il Meic – Movimento ecclesiale di impegno
culturale nel mese di agosto 2026 e pubblicato integralmente il 28 agosto
2026, in vista dell’incontro del Meic fissato per quel giorno)
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Risultato da ricerca mediante il LLM chatbot Claude
mod. Fable 5 [8AG26]
Pacifismo: significato e breve storia
Nell’italiano corrente, “pacifismo” indica
l’orientamento morale e politico che rifiuta la guerra come mezzo di
risoluzione dei conflitti e opera attivamente per la pace; nell’uso comune il
termine designa sia la dottrina sia il movimento organizzato, e talvolta — con
sfumatura polemica — un atteggiamento giudicato ingenuo verso le minacce reali.
Storicamente i pacifismi sono plurali. Radici antiche
stanno nella nonviolenza religiosa: il cristianesimo dei primi secoli, poi le
“chiese pacifiste storiche” (quaccheri, mennoniti), e in Oriente l’ahimsa
induista e giainista. Il pacifismo moderno nasce nell’Ottocento con le società
per la pace anglosassoni e i congressi internazionali (Victor Hugo, 1849), e
con il filone giuridico-istituzionale che da Kant (Per la pace perpetua)
conduce all’arbitrato internazionale, alla Società delle Nazioni e all’ONU. Il
Novecento aggiunge il pacifismo socialista e operaio, la nonviolenza attiva di
Gandhi e poi di Martin Luther King e, in Italia, di Aldo Capitini (la marcia
Perugia-Assisi, 1961); dopo Hiroshima si sviluppa il pacifismo antinucleare,
forte negli anni Ottanta contro gli euromissili. Nel cattolicesimo, la Pacem
in terris di Giovanni XXIII e il Concilio segnano il passaggio da una
tollerata “guerra giusta” alla costruzione positiva della pace, fino a Fratelli
tutti.
Il termine copre dunque uno spettro: dal rifiuto
assoluto di ogni violenza (nonviolenza integrale, obiezione di coscienza) al
pacifismo istituzionale, che ammette la forza solo come difesa legittima entro
il diritto internazionale.
Gandhi e la pratica della nonviolenza
Per Gandhi la nonviolenza (ahimsa, “non
nuocere”) non è semplice astensione dalla violenza, ma una forza attiva: la
chiamò satyagraha, “forza della verità” o “fermezza nella verità”. Il
fondamento è religioso e metafisico: la verità (satya) coincide con
Dio, e poiché nessuno possiede la verità intera, nessuno ha il diritto di
imporla con la forza. La violenza è dunque, prima che immorale,
epistemologicamente illegittima.
Da qui la pratica: il satyagrahi resiste
all’ingiustizia senza odiare l’avversario, distingue il male dal malvagio, e
accetta su di sé la sofferenza invece di infliggerla. La sofferenza volontaria
— arresti, digiuni, percosse subite senza reagire — non è passività ma
strumento di conversione: mira a toccare la coscienza dell’oppressore, non a
distruggerlo. Per questo Gandhi distingueva nettamente la nonviolenza del
forte, scelta coraggiosa di chi potrebbe colpire e non lo fa, dalla nonviolenza
del debole, mera codardia mascherata; giunse a dire che tra viltà e violenza
avrebbe preferito la violenza.
La nonviolenza è inoltre inseparabile dalla coerenza
tra mezzi e fini: mezzi impuri corrompono qualsiasi fine, come il seme
determina l’albero. E non si limita alla politica: comprende un’intera
disciplina di vita — verità, povertà volontaria, lavoro manuale, swadeshi
(autosufficienza economica), il “programma costruttivo” per la rigenerazione
dei villaggi. Le grandi campagne — la marcia del sale (1930), il Quit India
(1942) — furono l’applicazione pubblica di un’ascesi personale.
L’eredità passa a King, a Capitini, ai movimenti per i
diritti civili: la prova storica che la nonviolenza organizzata può essere
politicamente efficace.
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Su La Repubblica di giovedì 6 agosto
2026, nella rubrica Posta e risposta, il giornalista Francesco Merlo,
rispondendo a chi gli aveva scritto «I pacifisti non sono filorussi.
Trattasi di concetti diversi. Così come i produttori di armi non sono
filoccidentali (spero)», ha risposto:
Anche se i concetti sono diversi, il risultato
è lo stesso: la guerra. Disarmando infatti l’Ucraina, questo “pacifismo” non la
consegnerebbe all’Occidente e ai suoi valori “pacifisti” (che lei pensa, chissà
perché, di non dover spiegare), ma all’imperialismo di Putin che, armato sino
ai denti e ringalluzzito, ne uscirebbe affamato di nuove guerre, Bel risultato per
chi predica la pace; e nella sinistra è quella che abbandona l’aggredito alla
furia dell’aggressore. E allora, caro B., si ricordi della vecchia divisione
degli italiani in furbi e fessi: oggi “pace” è quella parola che si trova nelle
solenni orazioni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino con loro».
Ecco così liquidati, con un motto icastico e
arguto, il Papa Leone XIV e la sua enciclica La magnifica umanità, nella
quale, per altro, si spiegano estesamente le ragioni proprio del pacifismo
cristiano: pacifista è il costruttore di pace, in senso
evangelico.
Del resto è scritto nell’enciclica La
magnifica umanità
190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso
pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della
guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio
quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si
trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate
diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione
territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente
orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso
amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.
[…]
205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo
sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e
antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura
umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà!
Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte
internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che
sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente
irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che
semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra
ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o
irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una
speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile,
della giustizia e della carità.
E nel Messaggio per la 59°
Giornata mondiale per la pace 2026:
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non
considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra
per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate,
la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà
sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella
vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si
arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla
guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del
principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è
il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni
giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli
a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati
da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti,
la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare,
incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto,
sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In
conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri
umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni
istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è
difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la
responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è
escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la
scintilla che metta in moto l’apparato bellico».
Ma peggio ancora il volersi fare costruttori di
pace è di questi tempi proscritto come
intelligenza con il nemico, connivenza con il male, per cui si dice che i pacifisti
sono in realtà pacifinti, che proponendo di non ingaggiare conflitti
armati o di non contribuire a incrementarli vogliono fare gli interessi della
parte avversa, che, quanto alla guerra in corso in Ucraina, è la Federazione
Russa. Così si dice, proprio come sostiene il Papa, che occorre preparare la
guerra per creare le condizioni di una pace giusta e duratura, perché,
se non si agisce così, la pace forse verrà, ma alle condizioni del nemico.
Naturalmente non tutte le forze che richiedono
che non ci si prepari alla guerra contro la Federazione russa sono pacifiste.
Non lo sono tutti i nazionalismi. Il nazionalismo è bellicoso per natura
ideologica e sempre ammazza. Lo fa in vari modi, che magari
scandalizzano o impauriscono di meno, come quando si abbandonano le attività di
soccorso ai migranti che si avventurano nel Mediterraneo per dirigersi verso le
coste dell’Unione Europea, ma sempre ammazzano. Sempre usa i dispositivi militari, verso l’esterno e
verso l’interno. E’ una caratteristica che storicamente si riscontra sempre in tutti i nazionalisti, e ora
anche in quello che ha progressivamente sempre più caratterizzato dalla metà
del primo decennio degli anni 2000 il regime putiniano russo, per il quale la
guerra in Ucraina ha costituito una grande opportunità per affermarsi e
consolidarsi nella sterminata Federazione russa. Capitò qualcosa di simile allo
stalinismo, durante la Seconda guerra mondiale, nonostante i pesantissimi
rovesci bellici, fino a quando, infine le armate tedesche e dei loro alleati
iniziarono a cedere, in particolare dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti
d’America. Il regime putiniano è diventato il modello di molti dei nazionalismi
europei, che ora preferirebbero che non gli si facesse guerra, perché pensano
di potersi avvantaggiare da un suo successo negli affari europei. Ma, appunto, la posizione di questi
nazionalismi non è pacifista e, del resto, nessun nazionalista, o
sovranista come oggi si chiamano i nazionalismi, accetta di essere definito
tale, se non strumentalmente, quando cerca, ad esempio, la benevolenza
clericale.
Definiamo pacifismo l’orientamento di
chi si propone di costruire la pace sociale, considerata un bene pubblico,
prevendendo, sopendo, spegnendo o risolvendo i conflitti. Non è pacifista,
quindi, chi vuole pacificare mediante conflitti. Il pacifista può
trovarsi a subire un conflitto ma si propone sempre di sopirlo o di spegnerlo.
Il pacifismo, che significa quindi volersi
fare costruttori di pace, può applicarsi ad ogni realtà sociale, anche
molto piccola, e senza che rilevi il fatto che eserciti poteri pubblici, che
sono quelli che pretendono di imporsi a
prescindere dal consenso di chi li subisce, purché siano esercitati secondo le
regole pubbliche che li riguardano.
La questione dell’uso delle armi è diversa da
quella che è al centro dei pacifismi. La legge italiana del 1972, n.772,
sull’obiezione di coscienza al servizio militare armato riguarda il rifiuto
individuale, per ragioni appunto di coscienza, spirituali possiamo dire,
di prestare il servizio militare armato
ed è il suo grave limite riguardo al
pacifismo, che invece ha ad oggetto conflitti, armati o non che siano, e che
non è un fenomeno individuale ma collettivo.
L’obiezione di coscienza riguardo al servizio
militare in realtà è contro la guerra, sulla quale rimando alla sezione
che segue in cui specificamente ne tratto, e quindi contro il servizio militare
in sé, ma al tempo in cui fu deliberata la legge italiana sull’obiezione di
coscienza riguardo al servizio militare, non fu trovato il modo di riconoscerla
con quella estensione.
Guerra è solo il conflitto armato che sia ordinato da
un potere pubblico, al quale chi lo subisce non possa esimersi dall’obbedire, sotto
pena di sanzioni, che possono essere anche molto gravi, in particolare in caso
di diserzione in tempo di guerra. Ai
tempi nostri, quel livello di violenza, quello della guerra, è monopolio degli
stati. Ciò che il pacifismo riguardo alla guerra di propone di prevenire, sopire, spegnere o
risolvere, mette quindi in questione gli stati e, in particolare, la loro
pretesa di sovranità, vale a dire di non riconoscere limiti, quindi di poter
dare e ordinare di dare la morte.
Per i cattolici, la cui (recente)
legittimazione democratica è dipensa
anche dal superamento dell’opposizione “intransigente” alla logica dei
contemporanei stati ad ordinamento liberal-democratico, questo risveglia
problemi molto seri, soprattutto in una situazione, come quella italiana, nella
quale la componente cattolica nel blocco dominante è molto rilevante,
nonostante ciò che di cui di solito ci si lamenta, vale a dire di una sua
irrilevanza politica.
Gli stati avanzati contemporanei,
identificati di soliti con quelli Occidentali, praticano ancora ampiamente la
violenza politica come strumento di governo, sia nelle forme della guerra, sia nelle sue varie
altre manifestazioni, ad esempio con la repressione di ordine pubblico.
L’Unione Europea fa eccezione, ma solo quanto alle relazioni tra i suoi stati
membri, i quali hanno voluto costruire la pace fra di loro e quindi l’hanno
avuta.
Non sono certamente disarmati, sia nel
senso che complessivamente dispongono di un imponente dispositivo bellici, con
circa un milione e mezzo di militari in servizio permanente attivo, sia nel
senso che progettano incessantemente scenari di guerra verso stati non
appartenenti all’Unione Europea, perché non si acquistano che le armi che si
progetta di usare e non si arruolano che i militari che si progetta di
impiegare, anche se poi i piani di guerra possono non essere a breve scadenza e
possono essere condizionati ad eventi futuri e incerti, più o meno probabili,
di solito in relazioni ad evoluzioni della situazione internazionale.
Ai tampi nostri, in relazione agli sviluppi
della feroce guerra incorso in Ucraina a seguito dell’invasione di quello stato
ordinata dal presidente della Federazione russa, i progetti bellici di Gran
Bretagna e degli stati dell’Unione Europea
contro la Federazione russa si sono fatti assai stringenti, perché ci si
trova di fronte alla prospettiva di un più che probabile collasso dell’esausta
armata ucraina, qualora non vi sia una intensificazione dell’intervento dei
suoi alleati occidentali, e allora, anche in base a una serie di accordi
bilaterali e con l’Unione Europea e
all’integrazione del dispositivo bellico ucraino in organismi della N.A.T.O., un
intervento di truppe europee occidentali nel conflitto ucraino rientra negli
eventi possibili a breve, ciò che determinerebbe una guerra continentale, con
l’apertura di nuovi fronti di guerra, in particolare dove la situazione è già
molto tesa, ad esempio alle frontiere con gli stati baltici, dichiaratisi
indipendenti nel 1991 dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica della quale
erano parte.
E’ molto evidente di questi tempi il
tentativo di mobilitazione bellica dell’opinione pubblica dell’Unione Europea,
e anche di quella italiana, in questo caso anche da parte dei maggiori
quotidiani nazionali, come il Corriere della sera e La Repubblica. Ci dicono che occorre
prepararsi alla guerra perché essa incombe e che questa è l’unica cosa da fare,
perché la Federazione russa ci attaccherà. E’ appunto l’atteggiamento criticato
dall’enciclica Magnifica Humanitas.
Si ricordano, a questo proposito, i tardivi e
infruttuosi tentativi di pacificazione compiuti dalle potenze europee negli anni ’30
di fronte alle minacce belliche del
regime nazista hitleriano tedesco e si ricorda che, nel settembre 1939, si ebbe
la guerra, addebitando a quei tentativi di pacificazione questo risultato, e non, come sarebbe più
logico, al fatto che in realtà da tempo tutte le potenze europee, non solo la
Germania, si stessero preparando ad una guerra continentale, già dalla fine
della Prima guerra mondiale, e che quindi, avendo voluto la guerra, alla fine
si ebbe la guerra.
Il contesto del conflitto bellico ucraino è
però molto diverso da quella che si manifestò nell’Europa degli anni ’30, con
l’invasione tedesca della Polonia, innanzi tutto perché le opinioni pubbliche
europee , comprese quelle russe, sono altamente scolarizzate e quindi si
rendono bene conto di ciò che significherebbe una guerra continentale e le sono
decisamente avverse.
Bisogna ricordare che tra le principali cause
di caduta dei regimi comunisti marxisti leninisti dell’Europa orientale a
cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, vi fu la pressione psicologica verso
l’imitazione acquisitiva verso i costumi degli europei occidentali. L’economia
russa, poi, dagli anni ‘’90 , venne modellata seguendo dottrine di economicisti
della scuola liberista statunitense, all’epoca molto influenti sotto presidenza
della Federazione russa di Eltsin. La Federazione russa è oggi un sistema
capitalista avanzato, al pari di quelli dell’Europa occidentale, che ha avuto
esperienza concreta degli enormi
vantaggi derivati dalla cooperazione internazionale, incrementata
esponenzialmente già dagli anni dell’era sovietica, dopo la Conferenza di
Helsinki del ’73\’75 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.
La genesi del confitto ucraino attualmente in
corso risiede in cause molto diverse da quelle dell’espansionismo imperialista
nazista degli anni ’30, tanto che, paradossalmente, i progetti bellici che
attualmente si dispiegano sono molto diversi e, in particolare mirano, da parte
russa, non all’asservimento della popolazione ucraina in una condizione di
asservimento schiavistico verso quella russa, come invece si proponevano i
nazisti tedeschi verso i polacchi nel ’39,
ma alla reintegrazione dell’Ucraina nella Comunità degli stati
indipendenti egemonizzata dalla Federazione russa, organismo che anche
l’Ucraina, con la Bielorussia, aveva contribuito a istituire, e, da parte
Europea occidentale, all’integrazione piena dell’Ucraina nell’Unione Europea,
secondo la volontà inserita da quello stato nella propria Costituzione.
E’ questa diversità
di situazione che il pacifismo europeo considera nel raccomandare soluzioni
negoziali, e non progetti di guerra alla Federazione russa, del resto secondo la politica diplomatica
dispiegata dalla Santa Seda. Da parte
avversa, l’orientamento che il chiamo Draghiano perché fondato
sull’ideologia di competizione tra blocchi
che è alla base del cosiddetto rapporto Draghi del 2024 alla
Commissione Europea, osserva che, se non
ci si prepara concretamente alla guerra contro la Federazione russa, e quindi
non la si progetta in dettaglio e si aggiornano di conseguenza i propri
dispositivi bellici secondo tali progetti, ciò che nel complesso viene definito
come riarmo, del quale tanto si dibatte in Europa occidentale e anche in
Italia, si finirà vittime dell’espansionismo russo guidato dal regime putiniano.
Si dice, in sostanza, secondo quanto criticato nell’enciclica Magnifica
Humanitas che la guerra è rimasta l’unica opzione possibile. In questo si risente della mitologia bellica
sulla Seconda Guerra Mondiale che originò da un’opera letteraria
importantissima, che fruttò al suo autore il premio Nobel, la storia della
seconda guerra mondiale di Winston Churchill, il quale, a strage immensa
perpetrata, con circa cinquanta milioni di morte e l’Europa distrutta, seppe
sapientemente narrare quegli eventi presentando la guerra che si era combattuta come l’unica opzione
possibile e onorevole nella situazione storica che si era creata negli anni ’30
a seguito della minaccia costituita dall’imperialismo hitleriano e i tentativi
di pacificazione (non il pacifismo perché le potenze che vi presero
parte, tra le quali il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini, non erano senz’altro pacifiste) come
disonorevoli.
Ma
in realtà, anche in quelle condizioni storiche, la guerra non era la sola
opzione possibile, come scrisse la Santa
Sede nello storico radiomessaggio diffuso
il 24 agosto 1939 sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo rivolto ai
governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra:
È con la forza
della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E
gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica
emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.
Imminente è il
pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con
la pace. Tutto può esserlo con la guerra.
Ritornino gli
uomini a comprendersi. Riprendano a trattare.
Trattando con buona
volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e
fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.
E si sentiranno
grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione,
sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno
risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.
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ABBANDONARE IL
PARADIGMA CENTRISTA
Il cattolicesimo sociale italiano si manifestò
della seconda metà dell’Ottocento come forza di resistenza per lenire le
sofferenze sociali delle masse. Si viveva in uno spaventoso clima di violenza
sociale, che si prolungò ben oltre
l’abbattimento dell’ultimo regno indipendente, quello dei Papi nel Centro
Italia, che si frapponeva al
completamento progetto egemonico costruito dal governo Cavour strumentalizzando
la monarchia sabauda, uno stato autoritario, militarista e bellicista, piegato al costituzionalismo
durante le dinamiche politiche risorgimentali.
I cattolici
della mia generazione, e giù di lì, sono stati educati politicamente
secondo la mitologia risorgimentale, che vede virtù sociali in quello stragista irredentismo nazionalista.
L’accettazione di quella mitologia fu vista dai cattolici democratici, dei
quali Giovanni Battista Montini fu uno dei principali esponenti in Italia, come condizione indispensabile per la piena
integrazione dei cattolici nelle istituzioni pubbliche italiane dello stato
unitario. Tuttavia fino al 1913 l’orientamento prevalente fu quello contrario,
veicolato dalle rivendicazioni territoriali
della Santa Sede, che non accettava di essere stata spossessata con la
forza del proprio stato con capitale Roma, nel cui governo, tuttavia, aveva
largamente praticato la violenza di stato in tutte le sue dimensioni, perché il
suo era uno Stato come tutti gli altri. Le rivendicazioni anti-risorgimentali
della Santa Sede non furono quindi pacifiste (come ci si sarebbe pure
potuti aspettare data l’importanza evangelica del tema della pace), ma legittimiste,
e non contestavano tanto o solo la violenza dei moti risorgimentali, ma il
fatto che quei movimenti irredentisti, per dare l’Italia agli italiani, si
fossero proposti, e avessero infine
conseguito l’abbattimento, all’esito di una breve guerra mossa dal Regno
d’Italia, dello Stato pontificio, restaurato in base agli accordi
internazionali raggiunti nel Congresso di Vienna del 1814/1815. Per ragioni
analoghe da un lato si considera
illegittima la pretesa russa di reintegrare l’Ucraina nel sistema
internazionale dominato dalla cultura russa e, da parte russa, si considera
proprio dovere storico e religioso riportare l’Ucraina nel mondo russo.
Comunque, dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino
ad epoca a ridosso della Prima Guerra mondiale i cattolici italiani furono
indotti dal Magistero a resistere allo Stato democratico liberale del Regno
d’Italia, in una posizione che fu detta intransigente, perché rifiutava
qualsiasi compromesso sulle rivendicazioni territoriali della Santa Sede. Quando
le tendenze democratiche per una piena partecipazione alle istituzioni
pubbliche italiani si fece più forti nell’Opera dei Congressi, l’organismo di
coordinamento delle iniziative sociali dei cattolici italiani, la Santa Sede,
nel triste clima della persecuzione del cosiddetto “modernismo” nel 1904 ne
ordinò lo scioglimento e, al suo posto, nel 1906 fece costituire l’Azione
Cattolica Italiana, nelle intenzioni docile strumento delle sue politiche in
Italia. Poi l’associazione, che ebbe grande successo di popolo, in particolare
tra le donne, neglette nell’Opera dei Congressi, divenne anche altro, con varie
vicende storiche in una direzione e nell’altra, fino alla epocale riforma
statuaria del 1969 sotto la presidenza di Vittorio Bachelet,
La posizione della Santa sede verso il Regno
d’Italia e il suo regime si ammorbidì con l’espansione del movimento socialista
di orientamento marxista in Italia. L’enciclica Delle novità – Rerum novarum
del 1891 fu sostanzialmente dedicata alla polemica contro quel socialismo,
che la Santa Sede temeva molto perché anti-religioso oltre che anti-clericale,
e lo era veramente e per la sua crescente presa sul proletariato (questo
termine, di origine marxista, è usato nella Rerum novarum fin dalle
prime righe e la Santa sede del proletariato intese farsi patrona). È in questo
quadro che maturò l’intesa per la partecipazione alle elezioni politiche del
1913 con le forze politiche liberali italiane mediata da Vincenzo Ottorino
Gentiloni (da cui prese il nome), nominato nel 1909 dal Papa presidente della
Unione Elettorale Cattolica Italiana, una delle tre articolazioni dell’Azione
Cattolica Italiana. Nel corso degli anni Venti, a seguito di lunghe trattative
con il regime fascista mussoliniano la Santa Sede concluse nel 1929 una serie
di accordi con il Regno d’Italia, i Patti Lateranensi, stipulati nei palazzi
del Laterano a Roma tra il cardinal Gasparri per la Santa Sede e da Mussolini
come capo del governo italiano, tra i quali un Trattato che riconobbe alla
Santa Sede la piena sovranità su alcune zone di Roma, in una entità chiamata
Città del Vaticano, mai però definita stato in quell’accordo. La Santa
Sede considerò soddisfatte le sue rivendicazioni territoriali e chiusa la
cosiddetta Questione romana, e, con l’enciclica Il quarantennale –
Quadragesimo anno del 1931 esortò i cattolici italiani a cooperare nel
corporativismo fascista, plaudendo alla repressione del socialismo. Nel
contesto di tali infausti frangenti, venne poi la dichiarazione del papa Pio undicesimo
in un discorso agli universitari della FUCI che la politica è una forma molto
esigente di carità, poi divenuto ricorrente nel Magistero sulla dottrina
sociale. Da quell’orientamento si
prdusse la quasi completa fascistizzazione del’Azione Cattolica Italiana, della
quale si lamentava De Gasperi, ad eccezione dei rami intellettuali, gli
universitari, i laureati e i maestri cattolici.
Dal 1939 e, in particolare con i radiomessaggi
natalizi diffusi dalla Santa Sede sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo tra
il 1942 e il 1944, si ebbe lo
sganciamento della dottrina sociale dall’intesa con il regime fascista e l’accettazione
di sviluppi democratici, in particolare in Italia a seguito dell’intesa
politica tra il nuovo partito cattolico della Democrazia Cristiana e la Santa Sede
mediata da Alcide De Gasperi e Giovanni Battista Montini al tempo del suo
servizio presso la Segreteria di stato. Tuttavia non riprese il vecchio
orientamento intransigente perché, a seguito delle vicende belliche e
resistenziali, il governo nazionale finì sotto l’egemonia dei cattolici e vi
rimase fino al 1994.
In questo contesto l’emergente movimento per
l’obiezione di coscienza al servizio militare venne represso e di questo me
fece le spese una grande anima come Lorenzo Milani, che fu tratto a giudizio
con le imputazioni di istigazione a delinquere e di istigazione ai militari a
disobbedire alle leggi nel 1965 per una lettera scritta in risposta da una
presa di posizione dei cappellani militari. Assolto in primo grado perché i
fatti non costituivano reato, venne tratto a giudizio per l’appello proposto
dalla Procura generale e morì prima della sentenza definitiva, conseguendone la
dichiarazione di improcedibilità per “morte del reo”. Il direttore del
settimanale Rinascita, dove la lettera aperta di Milani era stata pubblicata, venne
invece condannato ma durante il giudizio per cassazione sopravvenne l’amnistia
e l’estinzione del reato e il procedimento si concluse per quella causa di
improcedibilità.
Il pacifismo, quando ha riguardo alla guerra,
è sempre una questione che riguarda lo stato. Si tratta di capire, in
particolare, se ci si debba rassegnare a
obbedire a una decisione legittima che comandi la guerra e in che limiti. Per
un pacifista gandhiano o seguace di Aldo Capitini, apostolo della nonviolenza
in Italia, la decisione è negativa: è una forma, questa, di obiezione di
coscienza, ben oltre quella ammessa dalla legge italiana del 1972. Ma, prima di
questo, si tratta di decidere, se il bene dello stato richieda di rassegnarsi a
che la guerra sia l’unica soluzione possibile in un certo contesto o non o mai.
In un clima politico come quello attuale, in
cui il blocco politico dominante, e pure parte dell’opposizione, e potenti
organi di informazione pubblica stanno spingendo per la guerra, considerandola
inevitabile, l’unica soluzione ragionevole, ci si deve chiedere quale debba
essere la posizione basata sugli insegnamenti evangelici: l’enciclica Magnifica
Humanitas è la risposta. Procedendosi verso la guerra, e la cosa si
presenta oggi come una china difficilmente arrestabile, ci si deve chiedere se
non sia il caso di riprendere l’antica posizione intransigente verso lo stato che sta per ordinare la guerra,
abbandonando quella centrista che fu della Democrazia Cristiana, secondo
la quale l’aspirazione alla pace veniva contemperata realisticamente con
la situazione concreta per cui l’Italia era venuta a trovarsi non in posizione non
allineata, ma nel blocco militare egemonizzato dagli Stati Uniti d’America,
e dunque non si ponevano obiezioni alle richieste che venivano dal potente
alleato nel quadro della N.A.T.O., considerando l’appartenenza alla N.A.T.O.,
in particolare per la deterrenza nucleare che consentiva verso l’Unione
Sovietica e i suoi alleati nell’Est
Europeo, condizione indispensabile per il mantenimento della pace in un’Europa
divisa dalla cosiddetta cortina di ferro.
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Note di metodo
Pensiamo di uscire con un documento sulle
questioni della pace e della guerra in Europa, tenendo conto della guerra che già
si combatte dal 2022 in Ucraina e che vede già coinvolte la N.A.T.O.
e l’Unione Europea e dell’enciclica La magnifica umanità dello scorso
maggio che proprio di quei problemi tratta.
Su
questi temi non vi è pieno accordo tra noi. Le due giornate di brainstorming
e di dibattito sul risultato del brainstorming lo hanno evidenziato.
La bozza di documento che ho fatto elaborare ad un sistema intelligente
evidenziava solo i punti di convergenza emersi nella fase di brainstorming.
Mi sono servito di un sistema intelligente, il più potente in commercio
come LLM chatbot perché l’analisi del brainstorming alla ricerca
delle convergenze fosse il più possibile neutrale.
Se il documento deve riflettere le posizioni
del gruppo, quello é il massimo a cui si può arrivare: l’individuazione di convergenze.
Per un gruppo ecclesiale, procedere nel dialogo
per produrre un risultato che faccia emergere convergenze tali da
riflettersi su una decisione finale in cui si accetti di riconoscersi senza
rompere l’unità agapica significa procedere con metodo sinodale. In questo quadro è centrale farsi
guidare dalla Parola di Dio nel discernimento. È appunto quello che
abbiamo fatto nel lavoro fin qui svolto, sotto la guida di don Celso. Ho
seguito, adattandole al nostro contesto, le linee guida sul metodo sinodale
formulate e sperimentate negli anni dei processi sinodali sulla sinodalità svolti
dall’ottobre 2021 e tuttora in corso. La bozza di documento che ho ottenuto è
strutturata seguendo la meditazione sulla Parola di Dio proposta da don Celso, ciò
che lui con understatement definisce pensierino, ma che è ciò che
da nerbo ecclesiale all’insieme.
Credo che sia importante continuare a
procedere così, in particolare lavorando a partire dalla bozza di documento che
abbiamo ottenuto, anche se poi il risultato potrà apparire meno appariscente
sotto vari punti di vista e soprattutto senza la pretesa di dire una parola
conclusiva. Seguiamo il metodo sinodale, vivendo così il grandioso moto
di riforma che, nell’inconsapevolezza di molti, la nostra Chiesa sta tentando.
Voglio evidenziare anche un punto molto
importante: ogni politica di riarmo non è compatibile con il
magistero espresso nell’enciclica La magnifica umanità. I redattori
dell’enciclica e il Papa sotto la cui autorità è stata promulgata sono, in
questo senso, pacifisti, vale a dire si propongono di essere costruttori
di pace in senso evangelico. La via di Gesù è disarmata, ha scritto
papa Leone nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno.
Sul pacifismo, piuttosto diffamato di questi
tempi, è addirittura proscritto come viltà e intelligenza con
il nemico, sto scrivendo una nota che spero di potervi mandare entro il 21
prossimo. In tempi che erano molto violenti e armati, negli scorsi anni
Settanta, molto giovani di allora, non tutti, erano pacifisti e, comunque, si
faceva un gran parlare di pace in politica. Nel decennio successivo, non
prevista dai più, si ebbe infine la pace. E gli anni ’80 si erano aperti con la
crisi degli euromissili, innescati dal posizionamento di piattaforme di
lancio di missili tattici SS20 in Europa orientale, ai confini con gli
stati membri della N.A.T.O., a cui gli statunitensi risposero posizionando
micidiali missili da crociera in Italia, secondo la strategia della deterrenza.
In Italia i comunisti e altre forze pacifiste organizzarono agitazioni popolari
e furono accusati di intelligenza con il nemico. Ma agitarsi per la pace
era, per i comunisti marxisti, un modo per far emergere la progressiva
distanziazione dal pensiero marxiano, che certamente non era pacifista. Moti
nella stessa linea iniziarono a manifestarsi anche nei socialismi leninisti
dell’Europa orientale, unitamente a eclatanti agitazioni popolari per la
libertà europea di movimento a ridosso degli eventi epocali del 1989. E poi,
come ho detto, si ebbe la pace.
Si dice che in Ucraina si tratterebbe di reagire
ad una aggressione. Ma oggi non è quello il punto importante se
si vuole ripristinare la pace. L’aggressione ordinata dal governo
federale russo ha innescato una guerra, perché il governo ucraino ha
ordinato di reagire. Ma ora il problema è la guerra e come mettervi
fine. E qui conta il sano realismo di cui si parla nell’enciclica La
magnifica umanità, perché quattro anni di feroci battaglie hanno disegnato nuove
frontiere. Il realismo che l’enciclica definisce falso, perché (contrariamente
a ciò che emerge dalla storia delle guerre) ritiene che non vi sia alternativa
alla guerra, consiglia di continuare ad alimentare la guerra, perché ad un
certo punto il regime putiniano finirà per cedere perché perderà il consenso
popolare e sarà rovesciato. I realisti russi la pensano nello stesso
modo.
La
situazione, a questo punto, può evolvere verosimilmente in un solo modo, e
ormai tutti i governi implicati ne sono consapevoli: ad un certo punto,
improvvisamente, il dispositivo bellico ucraino collasserà e allora la N.A.T.O.
interverrà con proprie truppe in Ucraina e scoppierà una guerra continentale.
Voglio sottolineare che la questione non è
più solo quella della deterrenza, perché la guerra è già in atto.
Per chi si proponga di spegnere la guerra la
via è tracciata ed è quella indicata nell’enciclica.
GUERRA: DEFINIZIONE
La guerra è solo un conflitto armato organizzato
e ordinato da uno stato o da
altra entità pubblica che rivendica sovranità. Un’entità è pubblica
quando pretende di imporsi su una popolazione prescindendo dal consenso dei
suoi sudditi, e riesce a farlo, vale a dire che ha effettività. La sovranità
è la rivendicazione di un’entità pubblica di non essere soggetta ad altre entità
pubbliche.
Una guerra inizia solo quando viene ordinata
da un’entità pubblica che rivendichi sovranità e cessa solo quando l’entità
che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra o si dissolve come entità
pubblica sovrana.
La guerra viene sempre ordinata verso uno
specifico obiettivo, che è un’altra entità pubblica sovrana, per
abbatterla come tale o, più spesso, per piegarla al proprio volere. Dai tempi della
guerra rivoluzionaria francese la guerra è divenuta di massa, con la
mobilitazione di intere popolazioni, secondo lo schema della nazione
in armi. Per la prima volta nella storia, all’esito della Seconda guerra
mondiale le perdite civili superarono quelle dei militari, venendo stimate in
non meno di cinquanta milioni di persone. I dispositivi militari degli stati
contemporanei sono in grado di provocare perdite molto superiori. Le guerre di
massa sono preparate da una fase, più o meno lunga, in cui le popolazioni
sono educate agli eventi bellici, cercando di vincere la loro resistenza contro
la guerra. Nell’Europa contemporanea si è appunto in questa fase. Si tratta di
ottenere il consenso all’estensione di una guerra già in atto in
Ucraina, nella quale N.A.T.O. è Unione
Europea sono già potenze belligeranti. La guerra è stata ordinata da
N.A.T.O. e Unione Europea quando si é deciso di sostenere il dispositivo
bellico ucraino in vari modi e di colpire la Federazione russa con ritorsioni
economiche. Colpi micidiali nella Federazione russa sono stati possibili con
tutta evidenza solo con le informazioni date alle forze armate ucraine mediante
gli apparati satellitari degli occidentali. Va evidenziato che si è già oltre
lo schema della deterrenza, che consiste nell’organizzare una minaccia
bellica per scoraggiare potenze avversarie. La guerra infatti è già in atto.
Sì cerca di radicare nelle popolazioni la
convinzione che la guerra è giusta, che non c’era altra alternativa onorevole
che parteciparvi, che non vi è altra alternativa che prepararsi ad estenderla
ed intensificarla, che il pacifismo è intelligenza con il nemico, che il
nemico, se non contenuto con la guerra, non sarà mai sazio e continuerà ad
aggredire gli occidentali.
Lo scenario più probabile di estensione del
conflitto è quello dell’improvviso collasso del dispositivo bellico ucraino al
quale seguirà, per effetto della rete di accordi già conclusi con l’Ucraina
per la guerra in corso, l’ingresso di truppe europee e statunitensi in Ucraina
per dare battaglia ai russi. Si è ad un passo da questo scenario. È in questo
quadro che si sta già attuando il riarmo raccomandato nel 2024
dal cosiddetto rapporto Draghi.
In questa situazione storica viene pubblicata
l’enciclica La magnifica umanità, nella quale viene proclamata l’ingiustizia
della guerra come tale, superando l’antica dottrina tradizionale sui
criteri della guerra giusta, articolata dal Cinquecento, sulla base di
teologie precedenti.
Il mondo cattolico italiano non appare
disposto ad accettare il nuovo paradigma del magistero. Si cerca di mantenere quello
tradizionale sulla giustizia o ingiustizia della guerra.
Ci si appiglia a quanto si legge al n.215
dell’enciclica:
215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al
fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace
qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che
nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di
ciascuno e la pace di tutti». S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 31^ Giornata mondiale della
pace, 1998] . Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che
rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a
praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente
che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in
contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non
rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di
non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei
riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto.
[…] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la
giustizia!
Ma dal contesto, in
particolare dalla citazione biblica e da quella patristica, è evidente che la giustizia
a cui in quel brano si fa riferimento non è quella legale, per cui
ad esempio una questione territoriale potrebbe giustificare una
guerra, ma la giustizia che consegue all’infinità dignità dell’essere
umano, creato a immagine di Dio, la ragione per la quale l’umanità è
detta magnifica.
Nell’ottica di quella giustizia la pace
è un processo che va sempre approfondito e ampliato, man mano che si
acquisisce consapevolezza di nuovi aspetti della dignità dell’essere umano. È,
tuttavia, ottenere la revoca degli ordini di guerra e, prima di allora e quando
ancora non sono portati alle più tragiche conseguenze, resistervi
tenacemente è la base di quel processo, senza la quale non può parlarsi di pace.
I governi possono avere controversie
territoriali, ma bisogna render loro ben chiaro che non possiedono le
popolazioni stanziate su quei territori e, in genere, le popolazioni
soggette a loro potere. La guerra, come tale, è sempre ingiusta e
questo giustifica la resistenza popolare contro di essa, delegittimando
la sovranità dell’entità pubblica che pretenda di costringervi le popolazioni
soggette, nella misura necessaria a quella resistenza. Occorre opporre a chi
pretende di costringere alla violenza di massa una resistenza di massa. É
questa l’esortazione dell’enciclica leoniana.
Mario Ardigò 10AG26
ANCORA SULLA GIUSTIZIA
Una
delle più sconvolgenti acquisizioni delle scienze contemporanee è che
percepiamo il mondo come la nostra mente lo ricostruisce, ma la mente si
inganna. Approfondendo criticamente si può migliorare l’affidabilità delle
ricostruzioni. Questo processo è sempre un prodotto sociale. Ogni
acquisizione conoscitiva si afferma socialmente e così si fa strada nei
paradigmi che reggono gli ordinamenti sociali. È affidabile fin tanto
che funzioni in quel senso. Le dinamiche sociali contribuiscono a
plasmarla e la sua plasticità è condizione della sua durata come paradigma
sociale. Questo vale in particolare nel campo del diritto.
Se immaginiamo la pace, intesa come situazione
di coesistenza tra ordinamenti sovrani, quindi
entità pubbliche che non riconoscono poteri sopra di sé su un certo territorio e
sulla popolazione caduta in loro dominio, come risultato di una giustizia in
senso legale,cioé del mantenimento di un ordine statico voluto da una legge,
affermiamo una cosa contraddetta sempre dalla storia come sinora la
conosciamo e accettiamo secondo i criteri correnti di affidabilità.
Parliamo di diritto quando, in
relazione ad un determinato contesto sociale, più o meno esteso ma comunque
idealmente delimitabile, si cercano le regole dei casi della vita che vi si
sono affermate per ricavarne un sistema in base al quale stabilire, nelle
controversie riguardo ad analoghi casi
della vita, quale sia lo ius, il diritto inteso come giustizia di quel
caso, vale a dire ciò che corrisponde agli usi affermatisi nella società di
riferimento.
La pratica della giurisprudenza, la grandiosa
conquista culturale e sociale che dall’antichità greco-romana si prolunga fino
ai nostri giorni e interessa ormai tutto il mondo degli umani, ha dimostrato che
risultati affidabili nel campo del diritto si hanno solo quando si applica
anche, nella fase applicativa, il criterio dell’equità nel definire lo ius,
che significa tener conto delle particolarità del caso concreto: in questo
senso la giurisprudenza ha sempre anche carattere creativo del diritto. L’equità,
concetto sul quale i giuristi canonisti hanno sviluppato un grandioso sistema
di pensiero, è la condizione dell’affidabilità di una sentenza giuridica.
Questo vale anche nel diritto internazionale, dove in genere le controversie
non vengono portate davanti ad un giudice, riguardando ordinamenti sovrani, se
non nei ristretti limiti in cui quegli ordinamenti accettano di mitigare la
loro pretesa di sovranità.
L’affidabilità di una decisione che riguarda
più parti che controvertono è la condizione della pace sociale. Storicamente,
nelle relazioni internazionali, tale affidabilità non è mai conseguita dal
puro e semplice rifarsi agli usi preesistenti senza tener conto del caso
concreto nella fase applicativa.
La via della pace, in caso di controversia, non
è mai stata quella del ripristino di una legalità violata e, anzi, perseguire
solo questo intento è la via sicura per non avere mai pace. Questo però va
contro il cosiddetto senso comune, ciò che appare superficialmente, ma
che è un’immagine ingannevole.
Mantenere la regione di Bolzano nel dominio italiano, secondo il Trattato di
pace tra Austria e Italia del’47, concluso sulla base dell’accordo Gruber/De
Gasperi dell’anno precedente, non fu il ripristino di una legalità violata. Nel
1915 il Regno d’Italia, legato fino ad allora da un trattato con l’Austria che
escludeva che uno dei contraenti entrasse in alleanze dirette contro l’altro, improvvisamente
si alleò con Francia, Russia e Gran Bretagna e attaccò l’Austria e, concluso
l’armistizio (!), invase la regione di Bolzano, di cultura e lingua austriaca,
che durante la guerra non era riuscito a conquistare. Durante il regime
fascista la popolazione di lingua e cultura austriaca della provincia di
Bolzano fu poi duramente vessata. Tuttavia, tra cristiano-democratici, alla fine
della Seconda guerra mondiale, si raggiunse un accordo di equità, nell’interesse delle
rispettive popolazioni, garantendo parità di diritti, diritto a usare la lingua
tedesco-austriaca, a ripristinare i cognomi austriaci, parità nell’accesso agli
uffici pubblici e in avanzato statuto di autonomia locale. Questo, non subito
ma nel giro di qualche decennio, finì per radicare la pace sociale. Questo oggi
è divenuto ius in quel territorio.
SPEGNERE LA GUERRA
Per cercare di spegnere una guerra in atto – il
problema di noi europei contemporanei – è necessario averne chiare le origini,
perché è su di esse che si deve incidere con decisione.
Non ogni conflitto può essere definito guerra.
Definiamo conflitto quella relazione sociale in
cui gruppi sociali sviluppano un'azione collettiva gli uni contro gli altri per
imporre la propria volontà vincendo la resistenza altrui. Può mancare un centro
organizzatore. L'azione collettiva conflittuale è però sempre sorretta da
elementi culturali mediati da soggetti che svolgono in certe occasioni ruoli
mobilitanti, diffondendo narrazioni. Il gruppo si attiva collettivamente quando
raggiunge una coscienza della propria condizione sociale, elaborata e diffusa
proprio da quei soggetti mediatori: è a loro che Antonio Gramsci allude
parlando di intellettuale organico.
Schematizzando molto, le relazioni
conflittuali trovano moventi in quelli di rapina e dominio egemonico o in quello di reazione a una situazione di
sofferenza sociale. Si ha rapina quando ci si appropria di beni in possesso
altrui sottraendoli a chi li possiede al di fuori di un reale accordo con
quest’ultimo, quindi con la violenza, l’inganno, o profittando della sua
condizione di inferiorità, minorata difesa o sottomissione. Storicamente, ogni volta che un gruppo
sociale ha avuto la forza di farlo senza la prospettiva di affrontare sanzioni
dell’ordinamento di riferimento o una resistenza eccessiva delle vittime, ad
esempio quando si trattò di scontrarsi con popolazioni di culture cosiddette primitive,
si è abbandonato alla rapina senza grandi scrupoli etici. Tutta la
colonizzazione europea degli altri mondi può essere considerata un
gigantesco complesso di rapine. Il culmine violento è la rapina della libertà
altrui, per cui la vittima diviene schiava, un mero oggetto del potere altrui. Il
dominio egemonico si ha quando si detta legge ad altri gruppi
nell’interesse esclusivo e prevalente del proprio gruppo e può essere visto
come un caso particolare di rapina, perché si egemonizza per trarne profitto. Il
movente della reazione a una sofferenza sociale trova origine in violenze
altrui per cui si è stati rapinati o si vive sottomessi, per cui si soffre.
Definiamo pace sociale la condizione nella
quale cessano le sofferenze sociali. La società guarisce. Guarire le
sofferenze sociali è un’attività assai complessa, perché richiede di incidere,
riorganizzandole, sulle dinamiche dei gruppi sociali di riferimento. Ciò
richiede di indurre una conquista culturale, che va rinnovata di generazione in
generazione e nel variare delle popolazioni di riferimento, tutti elementi dai
quali insorgono nuovi elementi conflittuali. E’ semplicistico pensare di
risolvere semplicemente creando un centro di potere che imponga la sua legge della pace sociale,
sovrastando con la forza le parti confliggenti. Sappiamo bene che anche le
società più avanzate, dove vige il principio dello stato di diritto, non sono
veramente pacificate. Va tenuto conto poi che tanto più forte è un
potere, tanto maggiore è il rischio dell’arbitrio, perché ogni potere che
non è contenuto degenera immancabilmente, anche se si ammanta di un’aura
di giuridicità. Così, quello della pacificazione è un cantiere sempre aperto e
si progredisce quando oggi si può dire che ieri eravamo meno pacifici (è la parafrasi di un detto di Aldo
Capitini, grande maestro del pacifismo nonviolento). Si ha nel cuore quel non
appagamento a cui faceva riferimento
Aldo Moro: non ci si contenta di un determinato livello di pace, ma,
raggiuntolo, ci si agita fino a che non se ne raggiunga uno più avanzato. Una
parte importante di questo lavoro di pacificazione sociale la compie l’attività giurisprudenziale, che
non consiste nell’imporre una legge come dall’esterno, ma nel trovare
nella società la legge del caso
concreto articolandone le ragioni, fin tanto che le parti vi si sottomettano (ma
può accadere che non lo facciano, prevale a quel punto la forza pubblica, ma il
risultato della pacificazione non si ottiene).
Per quel particolare tipo di conflitto che è
la guerra la situazione è veramente molto diversa, e bisognerebbe
proprio riuscire ad esserne consapevoli.
Guerra non è qualsiasi tipo di
conflitto sociale, ma solo il conflitto armato organizzato e ordinato
da un’entità pubblica che rivendichi sovranità su un territorio e su una
popolazione. Può essere uno stato, ma anche un altro organismo
pubblico il cui potere su un territorio e una popolazione pretenda di essere sovrano.
Sovrano è il potere pubblico che
non accetta sopra di sé altro potere analogo. Un potere è pubblico quando si impone anche ai dissenzienti. Negli
ordinamenti basati sul principio dello stato di diritto, un potere è costruito
come pubblico per realizzare scopi di interesse generale, ma ciò che
veramente conta perché sia pubblico è che si imponga a prescindere dal consenso di
chi lo subisce.
Dunque, semplificando, la guerra è tale
solo se ordinata da uno stato. Ordinata la guerra, lo stato non accetta che
si resista all’ordine e punisce i resistenti, i renitenti, i disertori.
I motivi per cui uno stato ordina la guerra hanno
sempre a che fare con la struttura del potere pubblico in quello stato. Ogni
potere sociale tende immancabilmente ad espandersi fino a che trovi convenienza
ad espandersi e la trova finché l’espansione lo consolidi nella popolazione di
riferimento ed espanda il numero dei sudditi. Nelle guerre contemporanee, che
coinvolgono necessariamente le masse, le sofferenze sociali vengono utilizzate solo
nel costruire la mitologia giustificativa della guerra che si vuole ordinare:
questo significa che non è mai veramente
questione di giustizia, comunque intesa. Non si tratta mai di guarire la società, perché, anzi, la si
colpisce e le si infligge la più
tremenda delle sofferenze sociali, la guerra appunto. La vera ragione per cui uno stato ordina la guerra è che il blocco di potere che riesce in un
certo momento a controllare gli organismi che, secondo l’ordinamento di
riferimento, hanno il potere di ordinare la guerra, ritiene che il proprio potere possa consolidarsi
o estendersi ordinando e conducendo la guerra.
Sia negli stati democratici che in quelli che
non lo sono il blocco di potere dominante si trova sempre in una condizione di instabilità,
perché è la risultante di molte forze che spingono in varie direzioni. Il suo
equilibrio è sempre precario. La ferocia usata dai più potenti sistemi
dittatoriali è la chiara dimostrazione che, anche in quei contesti in cui non è
ammesso il dissenso, il dissenso nondimeno esiste e si manifesta e minaccia da
vicino anche i maggiori tra i poteri
pubblici. La guerra è uno dei sistemi più efficaci per consolidare un blocco di
potere, perché giustifica la repressione del dissenso e rende deboli i limiti
che in un ordinamento vengono posti al potere pubblico di vertice.
E’ molto importante capire questo: al base
della guerre non vi è mai realmente una situazione di ingiustizia che
invece è tra i moventi dei conflitti sociali in generale. Tanto è vero che le
guerre non si risolvono mai eliminando le situazioni di ingiustizia.
Anzi, fintanto che gli stati fanno questioni di giustizia significa che
il blocco di potere che li controlla non ha la minima intenzione di revocare
l’ordine di guerra.
L’unico motivo che può veramente determinare
il blocco dominante di uno stato a revocare l’ordine di guerra, ciò che è alla
base di una incipiente situazione di
pace, condizione necessaria ma non sufficiente, è il prodursi e
manifestarsi di una valida resistenza interna che renda meno conveniente insistere nella
guerra, o addirittura catastrofico, perché mette in questione il potere di quel
blocco. Non funziona altrettanto bene, o anzi per nulla, una resistenza esterna, vale a dire di
quello che di volta in volta è individuato come nemico. Essa infatti è messa
nel conto quando si ordina la guerra. Si sa che la guerra comporterà un massacro
della propria popolazione, sia tra i militari che tra i civili, che è costretta a subirlo. La mitologia
bellica serve appunto a condurre la propria popolazione al massacro.
Una volta che uno stato abbia ordinato una
guerra, si aspetta che prima o poi il nemico crolli, e allora insiste. D’altra
parte, come osservato da Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, sulle
dinamiche decisionali, una volta che si sono avute ingenti perdite in una
guerra non ci si rassegna a ordinarne la
fine senza poter vantare un qualche risultato in linea con le aspettative
dichiarate, perché si perderebbe la faccia con la propria popolazione, e questo
potrebbe risultare fatale, anche in regimi dittatoriali, e allora, appunto, si insiste. E’ un
cosiddetto bias, un inganno cognitivo. Vi caddero gli Stati Uniti
d’America nelle loro efferate guerre in Indocina. Ciò che in quel contesto fece
la differenza fu (anche) la crescente resistenza del peace-movement, che
si attuò anche con la renitenza alla leva militare.
La fine della guerra si ha solo quando lo stato che l’ha ordinata revoca
l’ordine di guerra. Lo revoca perché vuole la fine della guerra, la pace.
In questo contesto si ha la pace quando si vuole la pace. Non c’entrano nulla le questioni sulla giustizia.
La guerra finisce non quando è possibile ottenere giustizia, ma quando
il blocco di potere egemone nello stato che ha ordinato la guerra vuole la
pace, perché così gli conviene. Allora, si vede che, nel trattare la pace,
le questioni sulla giustizia vengono rapidamente risolte, cercando la
convenienza reciproca dei belligeranti, anzi dei blocchi dominanti negli stati
belligeranti.
Le guerre provocano intense sofferenze
sociali. Alla lunga sono sempre invise alle popolazioni. Questo può far
nascere quella resistenza che è valida ad ottenere la revoca dell’ordine di
guerra. E’ importante suscitarne i presupposti culturali, contrastando le
mitologie belliche: come nelle situazioni di conflitto anche in quelle di
pacificazione sono molto importanti i fattori culturali mediati dal ceto
intellettuale. Le religioni possono aiutare? Di solito le religioni sono state
strumentalizzate per il fine opposto, in particolare i cristianesimi che si
sono storicamente manifestati e che sono stati in genere assai bellicosi. Ma
può andare diversamente. L’abbandono dei tradizionali criteri della guerra
giusta può essere un inizio. E’ cosa che nel cattolicesimo italiano si fatica molto ad accettare. Si cerca di
ricondurre la dottrina alla precedente impostazione, di annullare la grande
novità. D’altra parte la nostra cultura nazionale è fortemente improntata dal
bellicismo: la mitologia risorgimentale, che si è voluta estendere fino alla
Prima guerra mondiale, è estremamente violenta, e certamente è stata in qualche
modo anche sacralizzata, pur
essendosi rivolta anche contro il regno dei Papi nel Centro Italia. Sappiamo come fu accolta la predicazione di Lorenzo
Milani sulla guerra e sull’obiezione di coscienza: finì incriminato. E
l’incriminazione conseguì ad una sua polemica pubblica su una nota dei
cappellani militari sull’obiezione di coscienza.
In Italia non abbiamo più memoria storica
delle sofferenze sociali della guerra. La filmografia statunitense, fortemente
bellicista e centrata sul culto dell’uomo forte e sull’obbedienza a
lui dovuta, ci ha in un certo senso diseducati alla pace. E’ importante,
allora, lavorare per suscitare
avversione alla guerra.
Nelle relazioni tra popolazioni il problema non
è mai realmente quello costruito culturalmente dai nazionalismi, nelle
loro varie manifestazioni, dagli irredentismi ai fascismi, ai sovranismi,
vale a dire che il blocco di potere dominante sia espresso da una determinata
cultura etnica, con una certa mitologia fondativa, dove quindi la giustizia è
vista come la costruzione di uno stato-nazione che comprenda tutte le
popolazioni riconducibili a quella cultura etnica, ma è quello delle sofferenze
sociali causate da discriminazioni su base etno-culturali, che si risolvono
sempre in lesioni alla dignità delle persone con riflessi sui vari tipi
di giustizia concreta che si manifestano nelle società, in particolare sulla giustizia
distributiva e su quella cooperativa-partecipativa. Queste
sofferenze sociali accomunano, affratellandoli, i ceti svantaggiati di una
determinata società, quelli che, in ogni caso, saranno esclusi dalla
partecipazione al blocco dominante. Sono sempre la maggioranza della
popolazione, ma si riesce a tenerli sottomessi alle minoranze che esprimono i
blocchi dominanti creando artefatti mitologici che rendono le masse
docili strumenti dei blocchi dominanti. Il lavoro di un partito popolare, che
si proponga di incidere sulle loro sofferenze sociali, deve essere anzitutto
quello di smontare quegli artefatti: è la grande lezione del socialismo europeo
raccolta dal cattolicesimo sociale. La resistenza parte dalla presa di
coscienza realistica delle cause delle proprie sofferenze sociali.
Questa dinamica
resistenziale fu vissuta nella resistenza storica al fascismo repubblicano organizzato
intorno al Mussolini dal settembre 1943. Di solito, seguendo la tradizione
storiografica comunista, se ne evidenziano gli aspetti militari – e ci fu un
esercito di popolo senza leva obbligatoria – ma sono assai più rilevanti quelli
civili, in particolare la diffusa resistenza alla leva militare del regime,
attuata mediante renitenza e diserzione e dando rifugio a renitenti e disertori,
tutte condotte passibili di pena di morte. La gioia popolare all’annuncio
dell’armistizio, pure attuato a condizioni molto dure, aveva reso evidente che
la popolazione si era resa consapevole dell’origine delle proprie sofferenze
sociali. L’inganno della mitologia bellicista mussoliniana, che aveva promesso una
grandezza costruita su guerre di rapina era stato svelato.
I
sofferenti per la guerra sono una parte di ciò che, nella teologia del
povero (non della povertà) viene compreso nell’idea di povero, dei
discriminati in dignità, ai quali è promessa redenzione. Secondo la teologia
del povero si riconosce nel povero
sofferente Cristo stesso e ce se ne lascia ammaestrare, ci si mette alla sua
sequela, cercando di farsi come lui. E’ la misericordia cristiana che
travalica gli artefatti costruiti dai potenti dai loro troni per
sottomettere i più, travalica i nazionalismi e i fronti degli stati trascinati
in guerra dai rispettivi blocchi dominanti. Alla sua luce si acquisisce
consapevolezza che altro sono i potenti che ordinano le guerre, altro
sono le popolazioni trascinate in quelle guerre e che la pace delle beatitudini consegue al distaccarsi da quei superbi
potenti e riscoprire la fratellanza
umana.
Da cristiani, allora, nel rapporto con altri
cristiani specialmente, si può anche cercare,
nel quadro del dialogo ecumenico, di riallacciare i rapporti con la popolazione
russa, i nostri nemici, in realtà gente caduta nella guerra ordinata dal
blocco di potere laggiù egemone, uscito come tale dalla ristrutturazione economica
e politica della Federazione diretta negli anni Novanta da tecnici statunitensi,
fonte di intensissime sofferenze sociali e di un’impennata del crimine
organizzato. Ma se vogliamo guastare il micidiale congegno che ci sta
conducendo verso una nuova guerra continentale (non mondiale perché il mondo non è più nelle mani solo degli
europei) dobbiamo cercare di incidere con decisione innanzi tutto sui regimi europei, a partire dal nostro,
scoraggiandoli dall’estendere una guerra
feroce che è già in atto in Europa e in cui tutti noi siamo già coinvolti.
Tra i primi effetti della rivoluzione russa
vi fu il ritiro del nuovo regime (in fase di consolidamento) dalla Prima guerra mondiale con il Trattato di
Brest-Litovsk del
3 marzo 1918, nel mezzo di una fase efferata di quel conflitto. Per
l’Italia la guerra finì otto mesi più tardi, con circa centomila vittime
italiane in più tra morti e feriti.
Mario Ardigò – 28-8-26