INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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venerdì 28 agosto 2026

La proscrizione del pacifismo

 

La proscrizione del pacifismo

 

(documento anticipato parzialmente, in più riprese, per il Meic – Movimento ecclesiale di impegno culturale nel mese di agosto 2026 e pubblicato integralmente il 28 agosto 2026, in vista dell’incontro del Meic fissato per quel giorno)

 

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Risultato da ricerca mediante il LLM chatbot Claude mod. Fable 5 [8AG26]

Pacifismo: significato e breve storia

Nell’italiano corrente, “pacifismo” indica l’orientamento morale e politico che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e opera attivamente per la pace; nell’uso comune il termine designa sia la dottrina sia il movimento organizzato, e talvolta — con sfumatura polemica — un atteggiamento giudicato ingenuo verso le minacce reali.

Storicamente i pacifismi sono plurali. Radici antiche stanno nella nonviolenza religiosa: il cristianesimo dei primi secoli, poi le “chiese pacifiste storiche” (quaccheri, mennoniti), e in Oriente l’ahimsa induista e giainista. Il pacifismo moderno nasce nell’Ottocento con le società per la pace anglosassoni e i congressi internazionali (Victor Hugo, 1849), e con il filone giuridico-istituzionale che da Kant (Per la pace perpetua) conduce all’arbitrato internazionale, alla Società delle Nazioni e all’ONU. Il Novecento aggiunge il pacifismo socialista e operaio, la nonviolenza attiva di Gandhi e poi di Martin Luther King e, in Italia, di Aldo Capitini (la marcia Perugia-Assisi, 1961); dopo Hiroshima si sviluppa il pacifismo antinucleare, forte negli anni Ottanta contro gli euromissili. Nel cattolicesimo, la Pacem in terris di Giovanni XXIII e il Concilio segnano il passaggio da una tollerata “guerra giusta” alla costruzione positiva della pace, fino a Fratelli tutti.

Il termine copre dunque uno spettro: dal rifiuto assoluto di ogni violenza (nonviolenza integrale, obiezione di coscienza) al pacifismo istituzionale, che ammette la forza solo come difesa legittima entro il diritto internazionale.

Gandhi e la pratica della nonviolenza

Per Gandhi la nonviolenza (ahimsa, “non nuocere”) non è semplice astensione dalla violenza, ma una forza attiva: la chiamò satyagraha, “forza della verità” o “fermezza nella verità”. Il fondamento è religioso e metafisico: la verità (satya) coincide con Dio, e poiché nessuno possiede la verità intera, nessuno ha il diritto di imporla con la forza. La violenza è dunque, prima che immorale, epistemologicamente illegittima.

Da qui la pratica: il satyagrahi resiste all’ingiustizia senza odiare l’avversario, distingue il male dal malvagio, e accetta su di sé la sofferenza invece di infliggerla. La sofferenza volontaria — arresti, digiuni, percosse subite senza reagire — non è passività ma strumento di conversione: mira a toccare la coscienza dell’oppressore, non a distruggerlo. Per questo Gandhi distingueva nettamente la nonviolenza del forte, scelta coraggiosa di chi potrebbe colpire e non lo fa, dalla nonviolenza del debole, mera codardia mascherata; giunse a dire che tra viltà e violenza avrebbe preferito la violenza.

La nonviolenza è inoltre inseparabile dalla coerenza tra mezzi e fini: mezzi impuri corrompono qualsiasi fine, come il seme determina l’albero. E non si limita alla politica: comprende un’intera disciplina di vita — verità, povertà volontaria, lavoro manuale, swadeshi (autosufficienza economica), il “programma costruttivo” per la rigenerazione dei villaggi. Le grandi campagne — la marcia del sale (1930), il Quit India (1942) — furono l’applicazione pubblica di un’ascesi personale.

L’eredità passa a King, a Capitini, ai movimenti per i diritti civili: la prova storica che la nonviolenza organizzata può essere politicamente efficace.

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 Su La Repubblica di giovedì 6 agosto 2026, nella rubrica Posta e risposta, il giornalista Francesco Merlo, rispondendo a chi gli aveva scritto «I pacifisti non sono filorussi. Trattasi di concetti diversi. Così come i produttori di armi non sono filoccidentali (spero)», ha risposto:

    Anche se i concetti sono diversi, il risultato è lo stesso: la guerra. Disarmando infatti l’Ucraina, questo “pacifismo” non la consegnerebbe all’Occidente e ai suoi valori “pacifisti” (che lei pensa, chissà perché, di non dover spiegare), ma all’imperialismo di Putin che, armato sino ai denti e ringalluzzito, ne uscirebbe affamato di nuove guerre, Bel risultato per chi predica la pace; e nella sinistra è quella che abbandona l’aggredito alla furia dell’aggressore. E allora, caro B., si ricordi della vecchia divisione degli italiani in furbi e fessi: oggi “pace” è quella parola che si trova nelle solenni orazioni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino con loro».

 

 Ecco così liquidati, con un motto icastico e arguto, il Papa Leone XIV e la sua enciclica La magnifica umanità, nella quale, per altro, si spiegano estesamente le ragioni proprio del pacifismo cristiano: pacifista è il costruttore di pace, in senso evangelico.

 Del resto è scritto nell’enciclica La magnifica umanità

 

190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.

[…]

205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.

 

 E nel Messaggio per la 59° Giornata mondiale per la pace 2026:

 

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».

 

 Ma peggio ancora il volersi fare costruttori di pace è  di questi tempi proscritto come intelligenza con il nemico, connivenza con il male, per cui si dice che i pacifisti sono in realtà pacifinti, che proponendo di non ingaggiare conflitti armati o di non contribuire a incrementarli vogliono fare gli interessi della parte avversa, che, quanto alla guerra in corso in Ucraina, è la Federazione Russa. Così si dice, proprio come sostiene il Papa, che occorre preparare la guerra per creare le condizioni di una pace giusta e duratura, perché, se non si agisce così, la pace forse verrà, ma alle condizioni del nemico.

 Naturalmente non tutte le forze che richiedono che non ci si prepari alla guerra contro la Federazione russa sono pacifiste. Non lo sono tutti i nazionalismi. Il nazionalismo è bellicoso per natura ideologica e sempre ammazza. Lo fa in vari modi, che magari scandalizzano o impauriscono di meno, come quando si abbandonano le attività di soccorso ai migranti che si avventurano nel Mediterraneo per dirigersi verso le coste dell’Unione Europea, ma sempre  ammazzano. Sempre  usa i dispositivi militari, verso l’esterno e verso l’interno. E’ una caratteristica che storicamente si riscontra sempre  in tutti i nazionalisti, e ora anche in quello che ha progressivamente sempre più caratterizzato dalla metà del primo decennio degli anni 2000 il regime putiniano russo, per il quale la guerra in Ucraina ha costituito una grande opportunità per affermarsi e consolidarsi nella sterminata Federazione russa. Capitò qualcosa di simile allo stalinismo, durante la Seconda guerra mondiale, nonostante i pesantissimi rovesci bellici, fino a quando, infine le armate tedesche e dei loro alleati iniziarono a cedere, in particolare dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. Il regime putiniano è diventato il modello di molti dei nazionalismi europei, che ora preferirebbero che non gli si facesse guerra, perché pensano di potersi avvantaggiare da un suo successo negli affari europei.  Ma, appunto, la posizione di questi nazionalismi non è pacifista e, del resto, nessun nazionalista, o sovranista come oggi si chiamano i nazionalismi, accetta di essere definito tale, se non strumentalmente, quando cerca, ad esempio, la benevolenza clericale.

 Definiamo pacifismo l’orientamento di chi si propone di costruire la pace sociale, considerata un bene pubblico, prevendendo, sopendo, spegnendo o risolvendo i conflitti. Non è pacifista, quindi, chi vuole pacificare mediante conflitti. Il pacifista può trovarsi a subire un conflitto ma si propone sempre di sopirlo o di spegnerlo.

  Il pacifismo, che significa quindi volersi fare costruttori di pace, può applicarsi ad ogni realtà sociale, anche molto piccola, e senza che rilevi il fatto che eserciti poteri pubblici, che sono quelli che pretendono di imporsi  a prescindere dal consenso di chi li subisce, purché siano esercitati secondo le regole pubbliche che li riguardano.

 La questione dell’uso delle armi è diversa da quella che è al centro dei pacifismi. La legge italiana del 1972, n.772, sull’obiezione di coscienza al servizio militare armato riguarda il rifiuto individuale, per ragioni appunto di coscienza, spirituali possiamo dire, di  prestare il servizio militare armato ed  è il suo grave limite riguardo al pacifismo, che invece ha ad oggetto conflitti, armati o non che siano, e che non è un fenomeno individuale ma collettivo.

  L’obiezione di coscienza riguardo al servizio militare in realtà è contro la guerra, sulla quale rimando alla sezione che segue in cui specificamente ne tratto, e quindi contro il servizio militare in sé, ma al tempo in cui fu deliberata la legge italiana sull’obiezione di coscienza riguardo al servizio militare, non fu trovato il modo di riconoscerla con quella estensione.

  Guerra  è solo il conflitto armato che sia ordinato da un potere pubblico, al quale chi lo subisce non possa esimersi dall’obbedire, sotto pena di sanzioni, che possono essere anche molto gravi, in particolare in caso di diserzione in tempo di guerra.  Ai tempi nostri, quel livello di violenza, quello della guerra, è monopolio degli stati. Ciò che il pacifismo riguardo alla guerra  di propone di prevenire, sopire, spegnere o risolvere, mette quindi in questione gli stati e, in particolare, la loro pretesa di sovranità, vale a dire di non riconoscere limiti, quindi di poter dare e ordinare di dare la morte.

  Per i cattolici, la cui (recente) legittimazione democratica è dipensa  anche dal superamento dell’opposizione “intransigente” alla logica dei contemporanei stati ad ordinamento liberal-democratico, questo risveglia problemi molto seri, soprattutto in una situazione, come quella italiana, nella quale la componente cattolica nel blocco dominante è molto rilevante, nonostante ciò che di cui di solito ci si lamenta, vale a dire di una sua irrilevanza politica.

  Gli stati avanzati contemporanei, identificati di soliti con quelli Occidentali, praticano ancora ampiamente la violenza politica come strumento di governo, sia  nelle forme della guerra, sia nelle sue varie altre manifestazioni, ad esempio con la repressione di ordine pubblico. L’Unione Europea fa eccezione, ma solo quanto alle relazioni tra i suoi stati membri, i quali hanno voluto costruire la pace fra di loro e quindi l’hanno avuta.

 Non sono certamente disarmati, sia nel senso che complessivamente dispongono di un imponente dispositivo bellici, con circa un milione e mezzo di militari in servizio permanente attivo, sia nel senso che progettano incessantemente scenari di guerra verso stati non appartenenti all’Unione Europea, perché non si acquistano che le armi che si progetta di usare e non si arruolano che i militari che si progetta di impiegare, anche se poi i piani di guerra possono non essere a breve scadenza e possono essere condizionati ad eventi futuri e incerti, più o meno probabili, di solito in relazioni ad evoluzioni della situazione internazionale.

 Ai tampi nostri, in relazione agli sviluppi della feroce guerra incorso in Ucraina a seguito dell’invasione di quello stato ordinata dal presidente della Federazione russa, i progetti bellici di Gran Bretagna e degli stati dell’Unione Europea  contro la Federazione russa si sono fatti assai stringenti, perché ci si trova di fronte alla prospettiva di un più che probabile collasso dell’esausta armata ucraina, qualora non vi sia una intensificazione dell’intervento dei suoi alleati occidentali, e allora, anche in base a una serie di accordi bilaterali  e con l’Unione Europea e all’integrazione del dispositivo bellico ucraino in organismi della N.A.T.O., un intervento di truppe europee occidentali nel conflitto ucraino rientra negli eventi possibili a breve, ciò che determinerebbe una guerra continentale, con l’apertura di nuovi fronti di guerra, in particolare dove la situazione è già molto tesa, ad esempio alle frontiere con gli stati baltici, dichiaratisi indipendenti nel 1991 dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica della quale erano parte.

  E’ molto evidente di questi tempi il tentativo di mobilitazione bellica dell’opinione pubblica dell’Unione Europea, e anche di quella italiana, in questo caso anche da parte dei maggiori quotidiani nazionali, come il Corriere della sera  e La Repubblica. Ci dicono che occorre prepararsi alla guerra perché essa incombe e che questa è l’unica cosa da fare, perché la Federazione russa ci attaccherà. E’ appunto l’atteggiamento criticato dall’enciclica Magnifica Humanitas.

  Si ricordano, a questo proposito, i tardivi e infruttuosi tentativi di pacificazione  compiuti dalle potenze europee negli anni ’30 di fronte  alle minacce belliche del regime nazista hitleriano tedesco e si ricorda che, nel settembre 1939, si ebbe la guerra, addebitando a quei tentativi di pacificazione  questo risultato, e non, come sarebbe più logico, al fatto che in realtà da tempo tutte le potenze europee, non solo la Germania, si stessero preparando ad una guerra continentale, già dalla fine della Prima guerra mondiale, e che quindi, avendo voluto la guerra, alla fine si ebbe la guerra.

 Il contesto del conflitto bellico ucraino è però molto diverso da quella che si manifestò nell’Europa degli anni ’30, con l’invasione tedesca della Polonia, innanzi tutto perché le opinioni pubbliche europee , comprese quelle russe, sono altamente scolarizzate e quindi si rendono bene conto di ciò che significherebbe una guerra continentale e le sono decisamente avverse.

  Bisogna ricordare che tra le principali cause di caduta dei regimi comunisti marxisti leninisti dell’Europa orientale a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, vi fu la pressione psicologica verso l’imitazione acquisitiva verso i costumi degli europei occidentali. L’economia russa, poi, dagli anni ‘’90 , venne modellata seguendo dottrine di economicisti della scuola liberista statunitense, all’epoca molto influenti sotto presidenza della Federazione russa di Eltsin. La Federazione russa è oggi un sistema capitalista avanzato, al pari di quelli dell’Europa occidentale, che ha avuto esperienza concreta degli enormi  vantaggi derivati dalla cooperazione internazionale, incrementata esponenzialmente già dagli anni dell’era sovietica, dopo la Conferenza di Helsinki del ’73\’75 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.

  La genesi del confitto ucraino attualmente in corso risiede in cause molto diverse da quelle dell’espansionismo imperialista nazista degli anni ’30, tanto che, paradossalmente, i progetti bellici che attualmente si dispiegano sono molto diversi e, in particolare mirano, da parte russa, non all’asservimento della popolazione ucraina in una condizione di asservimento schiavistico verso quella russa, come invece si proponevano i nazisti tedeschi verso i polacchi nel ’39,  ma alla reintegrazione dell’Ucraina nella Comunità degli stati indipendenti egemonizzata dalla Federazione russa, organismo che anche l’Ucraina, con la Bielorussia, aveva contribuito a istituire, e, da parte Europea occidentale, all’integrazione piena dell’Ucraina nell’Unione Europea, secondo la volontà inserita da quello stato nella propria Costituzione.

  E’ questa diversità di situazione che il pacifismo europeo considera nel raccomandare soluzioni negoziali, e non progetti di guerra alla Federazione russa,  del resto secondo la politica diplomatica dispiegata dalla Santa Seda.  Da parte avversa, l’orientamento che il chiamo Draghiano perché fondato sull’ideologia di competizione tra blocchi  che è alla base del cosiddetto rapporto Draghi del 2024 alla Commissione Europea, osserva  che, se non ci si prepara concretamente alla guerra contro la Federazione russa, e quindi non la si progetta in dettaglio e si aggiornano di conseguenza i propri dispositivi bellici secondo tali progetti, ciò che nel complesso viene definito come riarmo, del quale tanto si dibatte in Europa occidentale e anche in Italia, si finirà vittime dell’espansionismo russo guidato dal regime putiniano. Si dice, in sostanza, secondo quanto criticato nell’enciclica Magnifica Humanitas che la guerra è rimasta l’unica opzione possibile.  In questo si risente della mitologia bellica sulla Seconda Guerra Mondiale che originò da un’opera letteraria importantissima, che fruttò al suo autore il premio Nobel, la storia della seconda guerra mondiale di Winston Churchill, il quale, a strage immensa perpetrata, con circa cinquanta milioni di morte e l’Europa distrutta, seppe sapientemente narrare quegli eventi presentando la guerra  che si era combattuta come l’unica opzione possibile e onorevole nella situazione storica che si era creata negli anni ’30 a seguito della minaccia costituita dall’imperialismo hitleriano e i tentativi di pacificazione (non il pacifismo perché le potenze che vi presero parte, tra le quali il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini,  non erano senz’altro pacifiste) come disonorevoli.

  Ma in realtà, anche in quelle condizioni storiche, la guerra non era la sola opzione possibile, come  scrisse la Santa Sede nello storico radiomessaggio diffuso il 24 agosto 1939 sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo rivolto ai governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra:

  È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.

  Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.

  Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra.   

  Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare.

 Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.

  E si sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.

 

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ABBANDONARE IL PARADIGMA CENTRISTA

 

 Il cattolicesimo sociale italiano si manifestò della seconda metà dell’Ottocento come forza di resistenza per lenire le sofferenze sociali delle masse. Si viveva in uno spaventoso clima di violenza sociale,  che si prolungò ben oltre l’abbattimento dell’ultimo regno indipendente, quello dei Papi nel Centro Italia,  che si frapponeva al completamento progetto egemonico costruito dal governo Cavour strumentalizzando la monarchia sabauda, uno stato autoritario, militarista  e bellicista, piegato al costituzionalismo durante le dinamiche politiche risorgimentali.

  I cattolici  della mia generazione, e giù di lì, sono stati educati politicamente secondo la mitologia risorgimentale, che vede virtù sociali in quello  stragista irredentismo nazionalista. L’accettazione di quella mitologia fu vista dai cattolici democratici, dei quali Giovanni Battista Montini fu uno dei principali esponenti in Italia,  come condizione indispensabile per la piena integrazione dei cattolici nelle istituzioni pubbliche italiane dello stato unitario. Tuttavia fino al 1913 l’orientamento prevalente fu quello contrario, veicolato dalle rivendicazioni territoriali  della Santa Sede, che non accettava di essere stata spossessata con la forza del proprio stato con capitale Roma, nel cui governo, tuttavia, aveva largamente praticato la violenza di stato in tutte le sue dimensioni, perché il suo era uno Stato come tutti gli altri. Le rivendicazioni anti-risorgimentali della Santa Sede non furono quindi pacifiste (come ci si sarebbe pure potuti aspettare data l’importanza evangelica del tema della pace), ma legittimiste, e non contestavano tanto o solo la violenza dei moti risorgimentali, ma il fatto che quei movimenti irredentisti, per dare l’Italia agli italiani, si fossero proposti,  e avessero infine conseguito l’abbattimento, all’esito di una breve guerra mossa dal Regno d’Italia, dello Stato pontificio, restaurato in base agli accordi internazionali raggiunti nel Congresso di Vienna del 1814/1815. Per ragioni analoghe da un lato  si considera illegittima la pretesa russa di reintegrare l’Ucraina nel sistema internazionale dominato dalla cultura russa e, da parte russa, si considera proprio dovere storico e religioso riportare l’Ucraina nel mondo russo.

 Comunque, dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino ad epoca a ridosso della Prima Guerra mondiale i cattolici italiani furono indotti dal Magistero a resistere allo Stato democratico liberale del Regno d’Italia, in una posizione che fu detta intransigente, perché rifiutava qualsiasi compromesso sulle rivendicazioni territoriali della Santa Sede. Quando le tendenze democratiche per una piena partecipazione alle istituzioni pubbliche italiani si fece più forti nell’Opera dei Congressi, l’organismo di coordinamento delle iniziative sociali dei cattolici italiani, la Santa Sede, nel triste clima della persecuzione del cosiddetto “modernismo” nel 1904 ne ordinò lo scioglimento e, al suo posto, nel 1906 fece costituire l’Azione Cattolica Italiana, nelle intenzioni docile strumento delle sue politiche in Italia. Poi l’associazione, che ebbe grande successo di popolo, in particolare tra le donne, neglette nell’Opera dei Congressi, divenne anche altro, con varie vicende storiche in una direzione e nell’altra, fino alla epocale riforma statuaria del 1969 sotto la presidenza di Vittorio Bachelet,

  La posizione della Santa sede verso il Regno d’Italia e il suo regime si ammorbidì con l’espansione del movimento socialista di orientamento marxista in Italia. L’enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891 fu sostanzialmente dedicata alla polemica contro quel socialismo, che la Santa Sede temeva molto perché anti-religioso oltre che anti-clericale, e lo era veramente e per la sua crescente presa sul proletariato (questo termine, di origine marxista, è usato nella Rerum novarum fin dalle prime righe e la Santa sede del proletariato intese farsi patrona). È in questo quadro che maturò l’intesa per la partecipazione alle elezioni politiche del 1913 con le forze politiche liberali italiane mediata da Vincenzo Ottorino Gentiloni (da cui prese il nome), nominato nel 1909 dal Papa presidente della Unione Elettorale Cattolica Italiana, una delle tre articolazioni dell’Azione Cattolica Italiana. Nel corso degli anni Venti, a seguito di lunghe trattative con il regime fascista mussoliniano la Santa Sede concluse nel 1929 una serie di accordi con il Regno d’Italia, i Patti Lateranensi, stipulati nei palazzi del Laterano a Roma tra il cardinal Gasparri per la Santa Sede e da Mussolini come capo del governo italiano, tra i quali un Trattato che riconobbe alla Santa Sede la piena sovranità su alcune zone di Roma, in una entità chiamata Città del Vaticano, mai però definita stato in quell’accordo. La Santa Sede considerò soddisfatte le sue rivendicazioni territoriali e chiusa la cosiddetta Questione romana, e, con l’enciclica Il quarantennale – Quadragesimo anno del 1931 esortò i cattolici italiani a cooperare nel corporativismo fascista, plaudendo alla repressione del socialismo. Nel contesto di tali infausti frangenti, venne poi la dichiarazione del papa Pio undicesimo in un discorso agli universitari della FUCI che la politica è una forma molto esigente di carità, poi divenuto ricorrente nel Magistero sulla dottrina sociale.  Da quell’orientamento si prdusse la quasi completa fascistizzazione del’Azione Cattolica Italiana, della quale si lamentava De Gasperi, ad eccezione dei rami intellettuali, gli universitari, i laureati e i maestri cattolici.

 Dal 1939 e, in particolare con i radiomessaggi natalizi diffusi dalla Santa Sede sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo tra il 1942  e il 1944, si ebbe lo sganciamento della dottrina sociale dall’intesa con il regime fascista e l’accettazione di sviluppi democratici, in particolare in Italia a seguito dell’intesa politica tra il nuovo partito cattolico  della Democrazia Cristiana e la Santa Sede mediata da Alcide De Gasperi e Giovanni Battista Montini al tempo del suo servizio presso la Segreteria di stato. Tuttavia non riprese il vecchio orientamento intransigente perché, a seguito delle vicende belliche e resistenziali, il governo nazionale finì sotto l’egemonia dei cattolici e vi rimase fino al 1994.

 In questo contesto l’emergente movimento per l’obiezione di coscienza al servizio militare venne represso e di questo me fece le spese una grande anima come Lorenzo Milani, che fu tratto a giudizio con le imputazioni di istigazione a delinquere e di istigazione ai militari a disobbedire alle leggi nel 1965 per una lettera scritta in risposta da una presa di posizione dei cappellani militari. Assolto in primo grado perché i fatti non costituivano reato, venne tratto a giudizio per l’appello proposto dalla Procura generale e morì prima della sentenza definitiva, conseguendone la dichiarazione di improcedibilità per “morte del reo”. Il direttore del settimanale Rinascita, dove la lettera aperta di Milani era stata pubblicata, venne invece condannato ma durante il giudizio per cassazione sopravvenne l’amnistia e l’estinzione del reato e il procedimento si concluse per quella causa di improcedibilità.

  Il pacifismo, quando ha riguardo alla guerra, è sempre una questione che riguarda lo stato. Si tratta di capire, in particolare,  se ci si debba rassegnare a obbedire a una decisione legittima che comandi la guerra e in che limiti. Per un pacifista gandhiano o seguace di Aldo Capitini, apostolo della nonviolenza in Italia, la decisione è negativa: è una forma, questa, di obiezione di coscienza, ben oltre quella ammessa dalla legge italiana del 1972. Ma, prima di questo, si tratta di decidere, se il bene dello stato richieda di rassegnarsi a che la guerra sia l’unica soluzione possibile in un certo contesto o non o mai.

 In un clima politico come quello attuale, in cui il blocco politico dominante, e pure parte dell’opposizione, e potenti organi di informazione pubblica stanno spingendo per la guerra, considerandola inevitabile, l’unica soluzione ragionevole, ci si deve chiedere quale debba essere la posizione basata sugli insegnamenti evangelici: l’enciclica Magnifica Humanitas è la risposta. Procedendosi verso la guerra, e la cosa si presenta oggi come una china difficilmente arrestabile, ci si deve chiedere se non sia il caso di riprendere l’antica posizione intransigente  verso lo stato che sta per ordinare la guerra, abbandonando quella centrista che fu della Democrazia Cristiana, secondo la quale l’aspirazione alla pace veniva contemperata realisticamente con la situazione concreta per cui l’Italia era venuta a trovarsi non in posizione non allineata, ma nel blocco militare egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, e dunque non si ponevano obiezioni alle richieste che venivano dal potente alleato nel quadro della N.A.T.O., considerando l’appartenenza alla N.A.T.O., in particolare per la deterrenza nucleare che consentiva verso l’Unione Sovietica e i  suoi alleati nell’Est Europeo, condizione indispensabile per il mantenimento della pace in un’Europa divisa dalla cosiddetta cortina di ferro.

 

 

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Note di metodo

 

 Pensiamo di uscire con un documento sulle questioni della pace e della guerra in Europa, tenendo conto della guerra che già si combatte dal 2022 in Ucraina e che vede già coinvolte la N.A.T.O. e l’Unione Europea e dell’enciclica La magnifica umanità dello scorso maggio che proprio di quei problemi tratta.

  Su questi temi non vi è pieno accordo tra noi. Le due giornate di brainstorming e di dibattito sul risultato del brainstorming lo hanno evidenziato. La bozza di documento che ho fatto elaborare ad un sistema intelligente evidenziava solo i punti di convergenza emersi nella fase di brainstorming. Mi sono servito di un sistema intelligente, il più potente in commercio come LLM chatbot perché l’analisi del brainstorming alla ricerca delle convergenze fosse il più possibile neutrale.

  Se il documento deve riflettere le posizioni del gruppo, quello é il massimo a cui si può arrivare: l’individuazione di convergenze.

 Per un gruppo ecclesiale, procedere nel dialogo per produrre un risultato che faccia emergere convergenze tali da riflettersi su una decisione finale in cui si accetti di riconoscersi senza rompere l’unità agapica significa procedere con metodo  sinodale. In questo quadro è centrale farsi guidare dalla Parola di Dio nel discernimento. È appunto quello che abbiamo fatto nel lavoro fin qui svolto, sotto la guida di don Celso. Ho seguito, adattandole al nostro contesto, le linee guida sul metodo sinodale formulate e sperimentate negli anni dei processi sinodali sulla sinodalità svolti dall’ottobre 2021 e tuttora in corso. La bozza di documento che ho ottenuto è strutturata seguendo la meditazione sulla Parola di Dio proposta da don Celso, ciò che lui con understatement definisce pensierino, ma che è ciò che da nerbo ecclesiale all’insieme.

 Credo che sia importante continuare a procedere così, in particolare lavorando a partire dalla bozza di documento che abbiamo ottenuto, anche se poi il risultato potrà apparire meno appariscente sotto vari punti di vista e soprattutto senza la pretesa di dire una parola conclusiva. Seguiamo il metodo sinodale, vivendo così il grandioso moto di riforma che, nell’inconsapevolezza di molti, la nostra Chiesa sta tentando.

  Voglio evidenziare anche un punto molto importante: ogni politica di riarmo non è compatibile con il magistero espresso nell’enciclica La magnifica umanità. I redattori dell’enciclica e il Papa sotto la cui autorità è stata promulgata sono, in questo senso, pacifisti, vale a dire si propongono di essere costruttori di pace in senso evangelico. La via di Gesù è disarmata, ha scritto papa Leone nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno.

 Sul pacifismo, piuttosto diffamato di questi tempi, è addirittura proscritto come viltà e intelligenza con il nemico, sto scrivendo una nota che spero di potervi mandare entro il 21 prossimo. In tempi che erano molto violenti e armati, negli scorsi anni Settanta, molto giovani di allora, non tutti, erano pacifisti e, comunque, si faceva un gran parlare di pace in politica. Nel decennio successivo, non prevista dai più, si ebbe infine la pace. E gli anni ’80 si erano aperti con la crisi degli euromissili, innescati dal posizionamento di piattaforme di lancio di missili tattici SS20 in Europa orientale, ai confini con gli stati membri della N.A.T.O., a cui gli statunitensi risposero posizionando micidiali missili da crociera in Italia, secondo la strategia della deterrenza. In Italia i comunisti e altre forze pacifiste organizzarono agitazioni popolari e furono accusati di intelligenza con il nemico. Ma agitarsi per la pace era, per i comunisti marxisti, un modo per far emergere la progressiva distanziazione dal pensiero marxiano, che certamente non era pacifista. Moti nella stessa linea iniziarono a manifestarsi anche nei socialismi leninisti dell’Europa orientale, unitamente a eclatanti agitazioni popolari per la libertà europea di movimento a ridosso degli eventi epocali del 1989. E poi, come ho detto, si ebbe la pace.

  Si dice che in Ucraina si tratterebbe di reagire ad una aggressione. Ma oggi non è quello il punto importante se si vuole ripristinare la pace. L’aggressione ordinata dal governo federale russo ha innescato una guerra, perché il governo ucraino ha ordinato di reagire. Ma ora il problema è la guerra e come mettervi fine. E qui conta il sano realismo di cui si parla nell’enciclica La magnifica umanità, perché quattro anni di feroci battaglie hanno disegnato nuove frontiere. Il realismo che l’enciclica definisce falso, perché (contrariamente a ciò che emerge dalla storia delle guerre) ritiene che non vi sia alternativa alla guerra, consiglia di continuare ad alimentare la guerra, perché ad un certo punto il regime putiniano finirà per cedere perché perderà il consenso popolare e sarà rovesciato. I realisti russi la pensano nello stesso modo.

  La situazione, a questo punto, può evolvere verosimilmente in un solo modo, e ormai tutti i governi implicati ne sono consapevoli: ad un certo punto, improvvisamente, il dispositivo bellico ucraino collasserà e allora la N.A.T.O. interverrà con proprie truppe in Ucraina e scoppierà una guerra continentale.

  Voglio sottolineare che la questione non è più solo quella della deterrenza, perché la guerra è già in atto.

  Per chi si proponga di spegnere la guerra la via è tracciata ed è quella indicata nell’enciclica.

 

GUERRA: DEFINIZIONE

 

  La guerra  è solo un conflitto armato organizzato e  ordinato da uno stato o da altra entità pubblica che rivendica sovranità. Un’entità è pubblica quando pretende di imporsi su una popolazione prescindendo dal consenso dei suoi sudditi, e riesce a farlo, vale a dire che ha effettività. La sovranità è la rivendicazione di un’entità pubblica  di non essere soggetta ad altre entità pubbliche.

  Una guerra inizia solo quando viene ordinata da un’entità pubblica che rivendichi sovranità e cessa solo quando l’entità che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra o si dissolve come entità pubblica sovrana.

  La guerra viene sempre ordinata verso uno specifico obiettivo, che è un’altra entità pubblica sovrana, per abbatterla come tale o, più spesso, per piegarla al proprio volere. Dai tempi della guerra rivoluzionaria francese la guerra è divenuta di massa, con la mobilitazione di intere popolazioni, secondo lo schema della nazione in armi. Per la prima volta nella storia, all’esito della Seconda guerra mondiale le perdite civili superarono quelle dei militari, venendo stimate in non meno di cinquanta milioni di persone. I dispositivi militari degli stati contemporanei sono in grado di provocare perdite molto superiori. Le guerre di massa sono preparate da una fase, più o meno lunga, in cui le popolazioni sono educate agli eventi bellici, cercando di vincere la loro resistenza contro la guerra. Nell’Europa contemporanea si è appunto in questa fase. Si tratta di ottenere il consenso all’estensione di una guerra già in atto in Ucraina, nella quale N.A.T.O.  è Unione Europea sono già potenze belligeranti. La guerra è stata ordinata da N.A.T.O. e Unione Europea quando si é deciso di sostenere il dispositivo bellico ucraino in vari modi e di colpire la Federazione russa con ritorsioni economiche. Colpi micidiali nella Federazione russa sono stati possibili con tutta evidenza solo con le informazioni date alle forze armate ucraine mediante gli apparati satellitari degli occidentali. Va evidenziato che si è già oltre lo schema della deterrenza, che consiste nell’organizzare una minaccia bellica per scoraggiare potenze avversarie. La guerra infatti è già in atto.

  Sì cerca di radicare nelle popolazioni la convinzione che la guerra è giusta, che non c’era altra alternativa onorevole che parteciparvi, che non vi è altra alternativa che prepararsi ad estenderla ed intensificarla, che il pacifismo è intelligenza con il nemico, che il nemico, se non contenuto con la guerra, non sarà mai sazio e continuerà ad aggredire gli occidentali.

 Lo scenario più probabile di estensione del conflitto è quello dell’improvviso collasso del dispositivo bellico ucraino al quale seguirà, per effetto della rete di accordi già conclusi con l’Ucraina per la guerra in corso, l’ingresso di truppe europee e statunitensi in Ucraina per dare battaglia ai russi. Si è ad un passo da questo scenario. È in questo quadro che si sta già attuando il riarmo raccomandato nel 2024 dal cosiddetto rapporto Draghi.

  In questa situazione storica viene pubblicata l’enciclica La magnifica umanità, nella quale viene proclamata l’ingiustizia della guerra come tale, superando l’antica dottrina tradizionale sui criteri della guerra giusta, articolata dal Cinquecento, sulla base di teologie precedenti.

  Il mondo cattolico italiano non appare disposto ad accettare il nuovo paradigma del magistero. Si cerca di mantenere quello tradizionale sulla giustizia o ingiustizia della guerra.

 Ci si appiglia a quanto si legge al n.215 dell’enciclica:

 

215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti». S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 31^ Giornata mondiale della pace, 1998] .  Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!».  Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!

 

 Ma dal contesto, in particolare dalla citazione biblica e da quella patristica, è evidente che la giustizia a cui in quel brano si fa riferimento non è quella legale, per cui ad esempio una questione territoriale potrebbe giustificare una guerra, ma la giustizia che consegue all’infinità dignità dell’essere umano, creato a immagine di Dio, la ragione per la quale l’umanità è detta magnifica.

  Nell’ottica di quella giustizia la pace è un processo che va sempre approfondito e ampliato, man mano che si acquisisce consapevolezza di nuovi aspetti della dignità dell’essere umano. È, tuttavia, ottenere la revoca degli ordini di guerra e, prima di allora e quando ancora non sono portati alle più tragiche conseguenze, resistervi tenacemente è la base di quel processo, senza la quale non può parlarsi di pace.

 I governi possono avere controversie territoriali, ma bisogna render loro ben chiaro che non possiedono le popolazioni stanziate su quei territori e, in genere, le popolazioni soggette a loro potere. La guerra, come tale, è sempre ingiusta e questo giustifica la resistenza popolare contro di essa, delegittimando la sovranità dell’entità pubblica che pretenda di costringervi le popolazioni soggette, nella misura necessaria a quella resistenza. Occorre opporre a chi pretende di costringere alla violenza di massa una resistenza di massa. É questa l’esortazione dell’enciclica leoniana.

Mario Ardigò 10AG26

 

ANCORA SULLA GIUSTIZIA

 

  Una delle più sconvolgenti acquisizioni delle scienze contemporanee è che percepiamo il mondo come la nostra mente lo ricostruisce, ma la mente si inganna. Approfondendo criticamente si può migliorare l’affidabilità delle ricostruzioni. Questo processo è sempre un prodotto sociale. Ogni acquisizione conoscitiva si afferma socialmente e così si fa strada nei paradigmi che reggono gli ordinamenti sociali. È affidabile fin tanto che funzioni in quel senso. Le dinamiche sociali contribuiscono a plasmarla e la sua plasticità è condizione della sua durata come paradigma sociale. Questo vale in particolare nel campo del diritto.

  Se immaginiamo la pace, intesa come situazione  di coesistenza tra ordinamenti sovrani, quindi entità pubbliche che non riconoscono poteri sopra di sé su un certo territorio e sulla popolazione caduta in loro dominio, come risultato di una giustizia in senso legale,cioé del mantenimento di un ordine statico voluto da una legge, affermiamo una cosa contraddetta sempre dalla storia come sinora la conosciamo e accettiamo secondo i criteri correnti di affidabilità.

  Parliamo di diritto quando, in relazione ad un determinato contesto sociale, più o meno esteso ma comunque idealmente delimitabile, si cercano le regole dei casi della vita che vi si sono affermate per ricavarne un sistema in base al quale stabilire, nelle controversie  riguardo ad analoghi casi della vita, quale sia lo ius, il diritto inteso come giustizia di quel caso, vale a dire ciò che corrisponde agli usi affermatisi nella società di riferimento.

  La pratica della giurisprudenza, la grandiosa conquista culturale e sociale che dall’antichità greco-romana si prolunga fino ai nostri giorni e interessa ormai tutto il mondo degli umani, ha dimostrato che risultati affidabili nel campo del diritto si hanno solo quando si applica anche, nella fase applicativa, il criterio dell’equità nel definire lo ius, che significa tener conto delle particolarità del caso concreto: in questo senso la giurisprudenza ha sempre anche carattere creativo del diritto. L’equità, concetto sul quale i giuristi canonisti hanno sviluppato un grandioso sistema di pensiero, è la condizione dell’affidabilità di una sentenza giuridica. Questo vale anche nel diritto internazionale, dove in genere le controversie non vengono portate davanti ad un giudice, riguardando ordinamenti sovrani, se non nei ristretti limiti in cui quegli ordinamenti accettano di mitigare la loro pretesa di sovranità.

  L’affidabilità di una decisione che riguarda più parti che controvertono è la condizione della pace sociale. Storicamente, nelle relazioni internazionali, tale affidabilità non è mai conseguita dal puro e semplice rifarsi agli usi preesistenti senza tener conto del caso concreto nella fase applicativa.

  La via della pace, in caso di controversia, non è mai stata quella del ripristino di una legalità violata e, anzi, perseguire solo questo intento è la via sicura per non avere mai pace. Questo però va contro il cosiddetto senso comune, ciò che appare superficialmente, ma che è un’immagine ingannevole.

  Mantenere la regione di Bolzano  nel dominio italiano, secondo il Trattato di pace tra Austria e Italia del’47, concluso sulla base dell’accordo Gruber/De Gasperi dell’anno precedente, non fu il ripristino di una legalità violata. Nel 1915 il Regno d’Italia, legato fino ad allora da un trattato con l’Austria che escludeva che uno dei contraenti entrasse in alleanze dirette contro l’altro, improvvisamente si alleò con Francia, Russia  e Gran  Bretagna e attaccò l’Austria e, concluso l’armistizio (!), invase la regione di Bolzano, di cultura e lingua austriaca, che durante la guerra non era riuscito a conquistare. Durante il regime fascista la popolazione di lingua e cultura austriaca della provincia di Bolzano fu poi duramente vessata.   Tuttavia, tra cristiano-democratici, alla fine della Seconda guerra mondiale, si raggiunse  un accordo di equità, nell’interesse delle rispettive popolazioni, garantendo parità di diritti, diritto a usare la lingua tedesco-austriaca, a ripristinare i cognomi austriaci, parità nell’accesso agli uffici pubblici e in avanzato statuto di autonomia locale. Questo, non subito ma nel giro di qualche decennio, finì per radicare la pace sociale. Questo oggi è divenuto ius in quel territorio.

 

SPEGNERE LA GUERRA

 

 Per cercare di spegnere una guerra in atto – il problema di noi europei contemporanei – è necessario averne chiare le origini, perché è su di esse che si deve incidere con decisione.

  Non ogni conflitto può essere definito guerra.

  Definiamo conflitto quella relazione sociale in cui gruppi sociali sviluppano un'azione collettiva gli uni contro gli altri per imporre la propria volontà vincendo la resistenza altrui. Può mancare un centro organizzatore. L'azione collettiva conflittuale è però sempre sorretta da elementi culturali mediati da soggetti che svolgono in certe occasioni ruoli mobilitanti, diffondendo narrazioni. Il gruppo si attiva collettivamente quando raggiunge una coscienza della propria condizione sociale, elaborata e diffusa proprio da quei soggetti mediatori: è a loro che Antonio Gramsci allude parlando di intellettuale organico.

 Schematizzando molto, le relazioni conflittuali trovano moventi in quelli di rapina e dominio egemonico  o in quello di reazione a una situazione di sofferenza sociale. Si ha rapina quando ci si appropria di beni in possesso altrui sottraendoli a chi li possiede al di fuori di un reale accordo con quest’ultimo, quindi con la violenza, l’inganno, o profittando della sua condizione di inferiorità, minorata difesa o sottomissione.  Storicamente, ogni volta che un gruppo sociale ha avuto la forza di farlo senza la prospettiva di affrontare sanzioni dell’ordinamento di riferimento o una resistenza eccessiva delle vittime, ad esempio quando si trattò di scontrarsi con popolazioni di culture cosiddette primitive, si è abbandonato alla rapina senza grandi scrupoli etici. Tutta la colonizzazione europea degli altri mondi può essere considerata un gigantesco complesso di rapine. Il culmine violento è la rapina della libertà altrui, per cui la vittima diviene schiava, un mero oggetto del potere altrui. Il dominio egemonico si ha quando si detta legge ad altri gruppi nell’interesse esclusivo e prevalente del proprio gruppo e può essere visto come un caso particolare di rapina, perché si egemonizza per trarne profitto. Il movente della reazione a una sofferenza sociale trova origine in violenze altrui per cui si è stati rapinati o si vive sottomessi, per cui si soffre.

  Definiamo pace sociale la condizione nella quale cessano le sofferenze sociali. La società guarisce. Guarire le sofferenze sociali è un’attività assai complessa, perché richiede di incidere, riorganizzandole, sulle dinamiche dei gruppi sociali di riferimento. Ciò richiede di indurre una conquista culturale, che va rinnovata di generazione in generazione e nel variare delle popolazioni di riferimento, tutti elementi dai quali insorgono nuovi elementi conflittuali. E’ semplicistico pensare di risolvere semplicemente creando un centro di potere che imponga  la sua legge della pace sociale, sovrastando con la forza le parti confliggenti. Sappiamo bene che anche le società più avanzate, dove vige il principio dello stato di diritto, non sono veramente pacificate. Va tenuto conto poi che tanto più forte è un potere, tanto maggiore è il rischio dell’arbitrio, perché ogni potere che non è contenuto degenera immancabilmente, anche se si ammanta di un’aura di giuridicità. Così, quello della pacificazione è un cantiere sempre aperto e si progredisce quando oggi si può dire che ieri eravamo meno pacifici  (è la parafrasi di un detto di Aldo Capitini, grande maestro del pacifismo nonviolento). Si ha nel cuore quel non appagamento  a cui faceva riferimento Aldo Moro: non ci si contenta di un determinato livello di pace, ma, raggiuntolo, ci si agita fino a che non se ne raggiunga uno più avanzato. Una parte importante di questo lavoro di pacificazione sociale  la compie l’attività giurisprudenziale, che non consiste nell’imporre una legge come dall’esterno, ma nel trovare  nella società la legge del caso concreto articolandone le ragioni,  fin tanto che le parti vi si sottomettano (ma può accadere che non lo facciano, prevale a quel punto la forza pubblica, ma il risultato della pacificazione non si ottiene).

 Per quel particolare tipo di conflitto che è la guerra la situazione è veramente molto diversa, e bisognerebbe proprio riuscire ad esserne consapevoli.

  Guerra non è qualsiasi tipo di conflitto sociale, ma solo il conflitto armato organizzato e ordinato da un’entità pubblica che rivendichi sovranità su un territorio e su una popolazione. Può essere uno stato, ma anche un altro organismo pubblico il cui potere su un territorio e una popolazione pretenda di essere sovrano. Sovrano  è il potere pubblico che non accetta sopra di sé altro potere analogo. Un potere è pubblico  quando si impone anche ai dissenzienti. Negli ordinamenti basati sul principio dello stato di diritto, un potere è costruito come pubblico per realizzare scopi di interesse generale, ma ciò che veramente conta perché sia pubblico  è che si imponga a prescindere dal consenso di chi lo subisce.

  Dunque, semplificando, la guerra è tale solo se ordinata da uno stato. Ordinata la guerra, lo stato non accetta che si resista all’ordine e punisce i resistenti, i renitenti, i disertori.

  I motivi per cui uno stato ordina la guerra hanno sempre a che fare con la struttura del potere pubblico in quello stato. Ogni potere sociale tende immancabilmente ad espandersi fino a che trovi convenienza ad espandersi e la trova finché l’espansione lo consolidi nella popolazione di riferimento ed espanda il numero dei sudditi. Nelle guerre contemporanee, che coinvolgono necessariamente le masse, le sofferenze sociali vengono utilizzate solo nel costruire la mitologia giustificativa della guerra che si vuole ordinare: questo significa che non è mai veramente  questione di giustizia, comunque intesa. Non si tratta mai  di guarire la società, perché, anzi, la si colpisce  e le si infligge la più tremenda delle sofferenze sociali, la guerra appunto. La vera ragione  per cui uno stato ordina la guerra  è che il blocco di potere che riesce in un certo momento a controllare gli organismi che, secondo l’ordinamento di riferimento, hanno il potere di ordinare la guerra,  ritiene che il proprio potere possa consolidarsi o estendersi ordinando e conducendo la guerra.

  Sia negli stati democratici che in quelli che non lo sono il blocco di potere dominante si trova sempre in una condizione di instabilità, perché è la risultante di molte forze che spingono in varie direzioni. Il suo equilibrio è sempre precario. La ferocia usata dai più potenti sistemi dittatoriali è la chiara dimostrazione che, anche in quei contesti in cui non è ammesso il dissenso, il dissenso nondimeno esiste e si manifesta e minaccia da vicino anche i  maggiori tra i poteri pubblici. La guerra è uno dei sistemi più efficaci per consolidare un blocco di potere, perché giustifica la repressione del dissenso e rende deboli i limiti che in un ordinamento vengono posti al potere pubblico di vertice.

  E’ molto importante capire questo: al base della guerre non vi è mai realmente una situazione di ingiustizia che invece è tra i moventi dei conflitti sociali in generale. Tanto è vero che le guerre non si risolvono mai eliminando le situazioni di ingiustizia. Anzi, fintanto che gli stati fanno questioni di giustizia significa che il blocco di potere che li controlla non ha la minima intenzione di revocare l’ordine di guerra.

 L’unico motivo che può veramente determinare il blocco dominante di uno stato a revocare l’ordine di guerra, ciò che è alla base  di una incipiente situazione di pace, condizione necessaria ma non sufficiente, è il prodursi e manifestarsi di una valida resistenza interna  che renda meno conveniente insistere nella guerra, o addirittura catastrofico, perché mette in questione il potere di quel blocco. Non funziona altrettanto bene, o anzi per nulla,  una resistenza esterna, vale a dire di quello che di volta in volta è individuato come nemico. Essa infatti è messa nel conto quando si ordina la guerra. Si sa che la guerra comporterà un massacro della propria popolazione, sia tra i militari che tra i civili,  che è costretta a subirlo. La mitologia bellica serve appunto a condurre la propria popolazione  al massacro.

  Una volta che uno stato abbia ordinato una guerra, si aspetta che prima o poi il nemico crolli, e allora insiste. D’altra parte, come osservato da Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, sulle dinamiche decisionali, una volta che si sono avute ingenti perdite in una guerra non ci si rassegna  a ordinarne la fine senza poter vantare un qualche risultato in linea con le aspettative dichiarate, perché si perderebbe la faccia con la propria popolazione, e questo potrebbe risultare fatale, anche in regimi dittatoriali,  e allora, appunto, si insiste. E’ un cosiddetto bias, un inganno cognitivo. Vi caddero gli Stati Uniti d’America nelle loro efferate guerre in Indocina. Ciò che in quel contesto fece la differenza fu (anche) la crescente resistenza del peace-movement, che si attuò anche con la renitenza alla leva militare.

  La fine della guerra si ha solo  quando lo stato che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra. Lo revoca perché vuole la fine della guerra, la pace. In questo contesto si ha la pace quando si vuole la pace.  Non c’entrano nulla le questioni sulla giustizia. La guerra finisce non quando è possibile ottenere giustizia, ma quando il blocco di potere egemone nello stato che ha ordinato la guerra vuole la pace, perché così gli conviene. Allora, si vede che, nel trattare la pace, le questioni sulla giustizia vengono rapidamente risolte, cercando la convenienza reciproca dei belligeranti, anzi dei blocchi dominanti negli stati belligeranti.

 Le guerre provocano intense sofferenze sociali. Alla lunga sono sempre  invise alle popolazioni. Questo può far nascere quella resistenza che è valida ad ottenere la revoca dell’ordine di guerra. E’ importante suscitarne i presupposti culturali, contrastando le mitologie belliche: come nelle situazioni di conflitto anche in quelle di pacificazione sono molto importanti i fattori culturali mediati dal ceto intellettuale. Le religioni possono aiutare? Di solito le religioni sono state strumentalizzate per il fine opposto, in particolare i cristianesimi che si sono storicamente manifestati e che sono stati in genere assai bellicosi. Ma può andare diversamente. L’abbandono dei tradizionali criteri della guerra giusta può essere un inizio. E’ cosa che nel cattolicesimo italiano si  fatica molto ad accettare. Si cerca di ricondurre la dottrina alla precedente impostazione, di annullare la grande novità. D’altra parte la nostra cultura nazionale è fortemente improntata dal bellicismo: la mitologia risorgimentale, che si è voluta estendere fino alla Prima guerra mondiale, è estremamente violenta, e certamente è stata in qualche modo anche sacralizzata,  pur essendosi rivolta anche contro il regno dei Papi nel Centro Italia. Sappiamo  come fu accolta la predicazione di Lorenzo Milani sulla guerra e sull’obiezione di coscienza: finì incriminato. E l’incriminazione conseguì ad una sua polemica pubblica su una nota dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza.

 In Italia non abbiamo più memoria storica delle sofferenze sociali della guerra. La filmografia statunitense, fortemente bellicista e centrata sul culto dell’uomo forte e sull’obbedienza a lui dovuta, ci ha in un certo senso diseducati alla pace. E’ importante, allora,  lavorare per suscitare avversione alla guerra.

 Nelle relazioni tra popolazioni il problema non è mai realmente quello costruito culturalmente dai nazionalismi, nelle loro varie manifestazioni, dagli irredentismi ai fascismi, ai sovranismi, vale a dire che il blocco di potere dominante sia espresso da una determinata cultura etnica, con una certa mitologia fondativa, dove quindi la giustizia è vista come la costruzione di uno stato-nazione che comprenda tutte le popolazioni riconducibili a quella cultura etnica, ma è quello delle sofferenze sociali causate da discriminazioni su base etno-culturali, che si risolvono sempre in lesioni alla dignità delle persone con riflessi sui vari tipi di giustizia concreta che si manifestano nelle società, in particolare sulla giustizia distributiva e su quella cooperativa-partecipativa. Queste sofferenze sociali accomunano, affratellandoli, i ceti svantaggiati di una determinata società, quelli che, in ogni caso, saranno esclusi dalla partecipazione al blocco dominante. Sono sempre la maggioranza della popolazione, ma si riesce a tenerli sottomessi alle minoranze che esprimono i blocchi dominanti creando artefatti mitologici che rendono le masse docili strumenti dei blocchi dominanti. Il lavoro di un partito popolare, che si proponga di incidere sulle loro sofferenze sociali, deve essere anzitutto quello di smontare quegli artefatti: è la grande lezione del socialismo europeo raccolta dal cattolicesimo sociale. La resistenza parte dalla presa di coscienza realistica delle cause delle proprie sofferenze sociali.

  Questa dinamica resistenziale fu vissuta nella resistenza storica al fascismo repubblicano organizzato intorno al Mussolini dal settembre 1943. Di solito, seguendo la tradizione storiografica comunista, se ne evidenziano gli aspetti militari – e ci fu un esercito di popolo senza leva obbligatoria – ma sono assai più rilevanti quelli civili, in particolare la diffusa resistenza alla leva militare del regime, attuata mediante renitenza e diserzione e dando rifugio a renitenti e disertori, tutte condotte passibili di pena di morte. La gioia popolare all’annuncio dell’armistizio, pure attuato a condizioni molto dure, aveva reso evidente che la popolazione si era resa consapevole dell’origine delle proprie sofferenze sociali. L’inganno della mitologia bellicista mussoliniana, che aveva promesso una grandezza costruita su guerre di rapina era stato svelato.

  I sofferenti per la guerra sono una parte di ciò che, nella teologia del povero (non della povertà) viene compreso nell’idea di povero, dei discriminati in dignità, ai quali è promessa redenzione. Secondo la teologia del povero  si riconosce nel povero sofferente Cristo stesso e ce se ne lascia ammaestrare, ci si mette alla sua sequela, cercando di farsi come lui. E’ la misericordia cristiana che travalica gli artefatti costruiti dai potenti dai loro troni per sottomettere i più, travalica i nazionalismi e i fronti degli stati trascinati in guerra dai rispettivi blocchi dominanti. Alla sua luce si acquisisce consapevolezza che altro sono i potenti che ordinano le guerre, altro sono le popolazioni trascinate in quelle guerre e che la pace  delle beatitudini  consegue al distaccarsi da quei superbi potenti  e riscoprire la fratellanza umana.

  Da cristiani, allora, nel rapporto con altri cristiani specialmente,  si può anche cercare, nel quadro del dialogo ecumenico, di riallacciare i rapporti con la popolazione russa, i nostri nemici, in realtà gente caduta nella guerra ordinata dal blocco di potere laggiù egemone, uscito come tale dalla ristrutturazione economica e politica della Federazione diretta negli anni Novanta da tecnici statunitensi, fonte di intensissime sofferenze sociali e di un’impennata del crimine organizzato. Ma se vogliamo guastare il micidiale congegno che ci sta conducendo verso una nuova guerra continentale (non mondiale  perché il mondo non è più nelle mani solo degli europei) dobbiamo cercare di incidere con decisione innanzi tutto  sui regimi europei, a partire dal nostro, scoraggiandoli dall’estendere una  guerra feroce che è già in atto in Europa  e in cui tutti  noi siamo già coinvolti.

  Tra i primi effetti della rivoluzione russa vi fu il ritiro del nuovo regime (in fase di consolidamento)  dalla Prima guerra mondiale con il Trattato di Brest-Litovsk del  3 marzo 1918, nel mezzo di una fase efferata di quel conflitto. Per l’Italia la guerra finì otto mesi più tardi, con circa centomila vittime italiane in più tra morti e feriti.

 Mario Ardigò – 28-8-26