Fare
politica in spirito di carità
Quando il papa Achille Ratti, nel 1927, diceva
agli universitari cattolici della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica
Italiana, queste parole:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare
alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti,
vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande
politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello
della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è
la suprema lex a cui
devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e
compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e
importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il
lavoro. E tale è il campo della
politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo
riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si
potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore.
non pensava alla politica democratica, a quella
che oggi dobbiamo praticare in Italia.
In
Italia si era all’epoca del fascismo storico trionfante e da tempo si stava
trattando per superare la questione
romana, le pretese rivendicate dal papato sulla città di Roma e sull’Italia
dopo la conquista militare del suo piccolo regno nell’Italia centrale, nel
1870, da parte del Regno d’Italia. A breve sarebbero stati compiuti due atti
formali che avrebbero spinto i cattolici italiani alla collaborazione con le
istituzioni del regime fascista italiano, in particolare nel sistema delle
Corporazioni che organizzava, inquadrandole nel sistema statale, le forze del
lavoro. Si tratta dei Patti Lateranensi,
conclusi nel 1929 dal rappresentante del papa Ratti e dal capo del governo
Benito Mussolini, in rappresentanza del Regno d’Italia, e dell’enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione
dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale
contemporanea, la Le novità, del papa Vincenzo Gioacchino
Pecci.
Tuttavia presto
gli universitari cattolici e gli aderenti al movimento di Azione cattolica
denominato Laureati Cattolici, sorto
tra i fucini laureati, i rami
intellettuali dell’Azione Cattolica,
colsero l’opportunità del collegamento tra politica e carità, che rendeva
lecito dal punto di vista dottrinale conciliare
quelle due dimensioni, per
progettare un futuro dell’Italia diverso da quello prospettato dal fascismo e,
in particolare, una politica democratica. Bisogna ricordare che quest’idea era
stata scomunicata all’inizio del secolo, dallo
stesso papa della Le novità, il Pecci, con l’enciclica Le gravi [controversie] sociali, del 1901. Lo stesso magistero
papale virò verso questa concezione democratica a partire dal 1944, quando,
constatando la rovina dell’Italia causata dalla guerra mondiale in cui dal 1940
il Mussolini aveva portato la nazione al seguito del despota nazista Adolf
Hitler, il papa Eugenio Pacelli, nel radiomessaggio natalizio del 1944,
incoraggiò i cattolici sulla via della democrazia. La piena accettazione delle
democrazia come regime politico maggiormente conforme allo spirito di carità si
ebbe però molto più tardi, con l’enciclica Il
centenario, diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla in occasione dei cento
anni dall’enciclica Le novità. Tra il
1891 e il 1991 si è avuto un completo ribaltamento del magistero papale sulla
democrazia, condannata addirittura come eretica all’inizio e alla fine proposta
come regime politico più conforme alla dignità umana. Con il Wojtyla si ebbe
invece una ripresa della polemica con il socialismo, che era molto forte nell’enciclica
Le novità. Ma quanto a questo la
situazione storica era molto diversa: nel 1891 il socialismo era in forte
espansione, in particolare tra gli operai europei, mentre nel 1991 era in crisi
terminale.
Che
significa questo nesso tra politica e carità, che secondo il magistero ci deve
essere? Dipende da che cosa si intende per politica e per carità. Politica
significa governo della società.
Carità, in senso religioso secondo la nostra fede, è far posto agli altri in un benevolo convito
dove ce n’è per tutti. In spirito di carità religiosa non è lecito fare
esclusioni: tutti significa tutti.
Prefigura un nuovo ordine mondiale. C’è appunto questo in due documenti
normativi molto importanti in religione, le Costituzioni Luce per le genti e La
gioia e la speranza diffusi dal
Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Tra quei due poli
c’è la democrazia, che significa governo del popolo, ma anche per
il popolo e mediante il popolo. E’ appunto questa la
definizione che ne diede il presidente statunitense Abramo Lincoln in un
celebre discorso tenuto a Gettysburg nel
1863, durante fine la Guerra civile tra gli stati del nord e quelli del sud,
inaugurando un cimitero militare:
[…]we here highly resolve that
these dead shall not have died in vain—that this nation, under God, shall have
a new birth of freedom—and that government of the people, by the people, for
the people, shall not perish from the earth.
Siamo fortemente determinati a
far sì che questi morti non siano morti
invano, che questa nazione, al cospetto di Dio, abbia una rinascita di libertà,
e che il governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo non scompaia
dalla terra.
Nella
concezione fascista il popolo era il popolo italiano, intesa come gente che
era nata da italiani da generazioni e che per questo aveva un po’ la stessa
faccia. Si pensava ad una razza fascista, una variante umana italica, che in realtà non è mai
esistita. L’altro giorno un politico, parlando di sostenere le famiglie italiane,
ha detto che bisogna farlo perché la
nostra razza non scompaia: non se ne
è reso conto, perché è una persona che politicamente vuole collocarsi in ambito
democratico, ma ha sviluppato un’idea fascista. C’è questa concezione al fondo
della decisione di attribuire la cittadinanza italiana a persone che abbiano
nonni italiani, anche se non hanno altro legame con l’Italia, e addirittura di
farle votare alle nostre elezioni politiche. L’altro giorno si è saputo che il
ministro australiano Matt Canavan si è dovuto dimettere perché ha scoperto di
avere anche la cittadinanza italiana e in Australia non si
può essere ministri avendo la doppia cittadinanza. Nel 2007 sua madre, nata da
italiani, chiese e ottenne la cittadinanza italiana, così sembra che si
diventato cittadino italiano, a sua insaputa,
anche il figlio, appunto Matt Canavan, all’epoca venticinquenne. Ma è davvero
andata così? Davvero non c’è stato necessità di altro? Sulla stampa sono state
riportate queste dichiarazioni del ministro dimissionario: “Non sono nato in Italia, non ci sono mai
stato e per quanto ne sappia non ho neanche mai messo piede nel consolato o
nell’ambasciata italiana. Sapevo che mia
madre fosse diventata cittadina italiana, ma non avevo idea di esserlo anch’io,
né avevo mai chiesto di diventarlo”. Ecco dunque un signore australiano che è
diventato italiano senza aver altro
legame con l’Italia che i suoi nonni, per diritto
di sangue. E da noi ci sono tantissimi ragazzi che sono nati in Italia, parlano
italiano, hanno studiato in Italia, pensano in italiano, agiscono come
italiani, amano l’Italia e gli italiani,
vorrebbero con tutte le loro forze essere cittadini italiani e non possono
diventarlo perché sono nati da stranieri. Per condanna di sangue sono esclusi, l’Italia non è loro, né per
loro, né mediante loro. Non potranno votare da noi e se vanno in visita alla
Camera dei deputati con la loro classe scolastica, come è accaduto, vengono
cortesemente accompagnati alla porta. Il Canavan vi sarebbe invece ammesso,
caso mai gli capitasse di passare per l’Italia, perché è anche cittadino italiano.
Avrebbe probabilmente bisogno dell’interprete per farsi capire bene, perché l’italiano
che sa risale all’infanzia, se mai la madre gli ha parlato nella nostra lingua.
“Noi il popolo degli Stati Uniti”, con
si apre la Costituzione degli Stati Uniti d’America, entrata in vigore nel 1789,
uno degli atti fondamentali della prima rivoluzione democratica moderna, quella
statunitense, insieme alla Dichiarazione di Indipendenza nel 1776. Quel noi non comprendeva la popolazione schiava,
composta di genti africane deportate in America, che viveva negli Stati Uniti,
una parte rilevante della popolazione residente. Ma neanche tutto il resto del
mondo. Ma, con tutto ciò, era un atto lungimirante, che poteva prefigurare una
rivoluzione molto più vasta, globale: in qualche modo i rivoluzionari
statunitensi avevano parlato a nome dell’intera umanità, non solo di un popolo, ma di tutti
i popoli della Terra, quando avevano
proclamato, nella loro Dichiarazione di indipendenza:
Noi riteniamo che le
seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati
dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la
Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i
Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati;
che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è
Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che
si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa
che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità.
Non si
può rivendicare il diritto alla democrazia senza riconoscerlo a tutti. Ne siamo
consapevoli?
Settant’anni di democrazia avanzata hanno
inciso meno profondamente nella cultura popolare dei vent’anni del fascismo storico.
Perché? La vera ragione è molto dura da accettare, specialmente per noi
cattolici. E’ che fascismo e dottrina sociale si erano profondamente integrati
e questo ha determinato una vera e propria tradizione,
di genitori in figli, che è giunta anche tra noi. E qualche volta, quando si
parla del buon cattolico, non ci si
rende conto di tratteggiare la figura del fascista
cattolico, approvata dal magistero ai tempi della compromissione con il
regime fascista storico, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Lo si fa il più
delle volte senza rendersene conto, ripetendo atteggiamenti che si sono
imparati da piccoli, dai nostri genitori, i quali a loro volta li hanno
imparati dai loro. Questa ideologia di conciliazione tra fede e fascismo si è radicata fortemente nelle nostre genti di
fede al tempo in cui l’Azione Cattolica, la potente agenzia culturale e politica
(oltre che naturalmente religiosa) creata
dal papato nel 1906, si fascistizzò, ad eccezione dei suoi rami intellettuali, della FUCI
e dei Laureati Cattolici. Abbiamo, così, in qualche modo, succhiato il clerico-fascismo con il
latte delle nostre madri. Sarebbe possibile realizzare una tradizione democratica nella fede altrettanto forte? Perché no? Tutto però
dipende da che cosa, e soprattutto da chi, consideriamo per popolo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli