Che portiamo al
mondo?
Ieri ho parlato di un libro di scritti di
Enrico Bartoletti che avevo tra le mani, intitolato La Chiesa nel mondo, l’ultimo di un’opera in quattro volumi, del
1982. Bartoletti morì nel 1976, da
segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, l’istituzione che
riunisce i vescovi italiani. Lo era diventato nel 1972. Si era agli inizi della
fase di attuazione del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), al quale Bartoletti
aveva partecipato. Chi ha studiato il suo lavoro concorda che il suo ruolo fu
molto importante. Egli lo definì come quello di traghettare la Chiesa Italiana sulla sponda del Concilio. Fu scelto
come segretario generale perché aveva iniziato a farlo con sapienza e efficacia
già durante il Concilio, a Lucca, dove faceva il vescovo e poi anche dopo, in particolare nel progettare il rinnovamento della catechesi. La raccolta di scritti a
cui faccio riferimento inizia con un intervento del gennaio 1962 al Movimento dei Laureati Cattolici,
un’organizzazione di Azione Cattolica che oggi, con maggiore autonomia
organizzativa, si chiama MEIC - Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale. Il Concilio era stato indetto pochi giorni
prima. Dalla lettura si capiscono le attese che si ebbero verso il Concilio. Il discorso comincia appunto con il riferirsi ad un carico di speranze e di attese. Ma Bartoletti chiarì anche
che non si trattava di un inizio di
una nuova stagione, ma della presa d’atto di un inizio che c’era già stato,
già si viveva. Era un fatto buono?
Bartoletti riteneva di sì. Occorreva però ripensare il modo di stare insieme e,
innanzi tutto, le ragioni e il senso dello stare insieme, in religione: quindi serviva
una adeguata teologia.
Che cos’è la teologia? E’ ragionare sulla
nostra fede collettiva, sulla religione e sulla liturgia, sullo stare insieme
nella fede. Spesso si ha presente prevalentemente quella che si occupa di
esporre le verità individuate e ritenute come fondamentali e come tali anche proclamate
dall’autorità religiosa: la teologia
dogmatica. Questo perché i catechismi, specialmente quelli per la
formazione degli adulti, vi fanno molto riferimento. Ma la dogmatica non è tutto. Si
tratta anche di capire il senso religioso di ciò che si fa. E’ per questo che
praticamente ogni attività umana ha una sua teologia. C’è, ad esempio, una
teologia del lavoro, ma anche, ne ha parlato il nostro Padre Francesco qualche
giorno fa in un intervento che ho trascritto su questo blog, una specie di teologia dell’ozio. Se ragioniamo sul
senso dello stare insieme in religione i due aspetti sono presenti entrambi: la
dogmatica e la riflessione religiosa sul lavoro che si
fa. Che relazioni ci sono tra di loro, qual è la più importante? Nasce prima la
seconda: i dogmi, infatti, le concezioni ritenute fondamentali e
caratterizzanti della fede, ne sono sviluppi. Nella nostra confessione vengono
proclamati d’autorità dai concilio e dai papi. Individuato un dogma, si cerca
di farlo entrare nella tradizione e
di trovargli anche precedenti in quella passata. Quindi l’altra teologia vi è
soggetta. Ma ci sono anche sviluppi nei dogmi, successivi alla loro
proclamazione, per approfondirne la comprensione. Ci lavorano la teologia
dogmatica e l’altra teologia. E’ quello che è accaduto proprio nel Concilio
Vaticano 2° su diversi temi, in particolare sulle ragioni, il senso e il modo di essere delle nostre
collettività di fede. Tra le leggi date dal Concilio vi è infatti una grandiosa Costituzione dogmatica sulla Chiesa,
denominata Luce per le genti dalle
prime parole del suo testo: “Cristo è luce delle genti: questo santo
Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente,
annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini della luce
del Cristo che risplende nel volto della Chiesa”. Questa è dogmatica. Poi c’è la riflessione sul
senso religioso del lavoro che si fa collettivamente: ad essa è dedicata un’altra
grandiosa Costituzione, quella denominata La
gioia e la speranza, che inizia così: Le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che
soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore. L’intera mia vita di fede, così come quella
dei miei coetanei credenti, è stata centrata su quei documenti. La prima vera
acculturazione a quei testi la ebbi con la lettura degli scritti di Bartoletti,
raccolti dal suo segretario Pietro Gianneschi, che oggi è parroco nella parrocchia
di San Vito, nella diocesi di Lucca. E’ lui che mi prestò i volumi di cui ho
scritto ieri e oggi.
Disse Bartoletti ai Laureati Cattolici, in
quell’intervento del 1962:
“[…] il Concilio sarà altresì, una nuova
Pentecoste; più volte il Santo Padre ha parlato di ringiovanimento della Chiesa, di purificazione interiore,
cioè, e conseguentemente di rinnovamento delle sue strumentazioni
apostoliche, in faccia alla realtà
nuova del mondo moderno da evangelizzare ed assumere.
E li esortò a prepararsi al
Concilio:
[…]Prepararsi
a comprendere la vastità dell’impegno della Chiesa intera, che si mette
a confronto con la realtà del mondo, così vasta e sconcertante.
Prepararsi a percepire i due termini di confronto, nella loro piena
accezione, e nella loro dimensione esistenziale.
Prepararsi, soprattutto, a realizzare quell’incontro, salvifico tra la
Chiesa e il mondo che non può avvenire senza di noi o fuori di noi, essendo
tutti, in maniera diversa, compresenti all’una e all’altra realtà, sì da
costituire naturale elemento di congiunzione e strumento di penetrazione.
Prepararsi; in modo da dare ciascuno
modestamente il proprio contributo,
oltreché di preghiera, anche di studio e di esperienza cristiana, presentando
difficoltà e insuccessi, offrendo disponibilità e collaborazione.
Quindi c’era nelle sue parole l’idea di un Concilio che non
fosse solo un congresso di dignitari religiosi, ma che coinvolgesse tutte le
persone di fede perché dessero anche un contributo di studio e di esperienza cristiana.
Perché, in fondo, che cosa si porta innanzi tutto al mondo, da persone di fede, nell’incontro? Portiamo noi stessi in quanto partecipi di un’unità soprannaturale, di cui
ci sforziamo di farci tramite verso gli
altri, verso il mondo, perché “Per
analogia con Gesù Cristo - lui solo dà una giusta nozione della Chiesa che è il
suo corpo e la sua manifestazione
terrestre - il divino è in esse sempre legato all’umano. Fino alla fine dei
tempi la Chiesa rimane mistero di Dio e opera dell’uomo, un unico ministero di
luce e d’ombre [Hans Kung, Il
Concilio e il ritorno all’unità, 1961, citato da Bartoletti nel discorso ai
Laureati Cattolici del 1962].
Proseguì Bartoletti:
[…] è possibile fissare
un momento storico della vita della Chiesa; per questo è doveroso, per noi
cristiani, confrontarla col mondo e vedere i suoi rapporti con esso.
E’
chiaro, la Chiesa non è il mondo e non è del mondo; ma pure vive nel mondo -
Chiesa peregrinante - e vi è immersa secondo il piano stesso di Dio, come in
cosa che le appartiene, appartenendo a Cristo, che la riconduce a sé.
Ché,
anzi, il mondo è nella Chiesa attraverso di noi, che del mondo portiamo la
cultura e la mentalità, i problemi e le istanze, il male da redimere, il bene
da soprannaturalizzare [=rendere manifesto il
senso religioso del bene che c’è],
Chiesa di uomini e Chiesa anche di peccatori,
che cerchiamo in lei redenzione e salvezza.
Per
questo il cammino della Chiesa è tanto difficile nei secoli: essa deve
stabilire il suo incontro col mondo, senza restare “mondanizzata” [livellata ad un gruppo sociale tra i tanti e come tanti], portare la nostra debolezza, senza per questo
rimanerne indebolita; attraversare la nostra opacità, senza per questo perdere
la sua lucentezza.
Sta di
fatto che il volto della Chiesa, adeguatamente considerato in un momento della
sua storia, è la risultante di questa duplice componente: il dono permanente di
Dio e la risposta degli uomini.
La realtà
e la vita della Chiesa, oggi, scaturisce da una sorgente che è in Dio e nell’atto
costitutivo di Cristo; ma è anche frutto della sua storia precedente, come dei
rapporti che essa assume col mondo attuale, in una convergenza della libera
cooperazione dei suoi membri all’azione liberissima e sempre nuova dello
Spirito Santo.
Sono passati
cinquantadue anni dalla fine del Concilio Vaticano 2°. E allora? Che ne è stato
delle attese e speranze che ne accompagnarono l’annuncio?
Si è, in fondo, ancora appena agli inizi del
lavoro che si era progettato. Ma non solo. Quello che si stava realizzando ha
spaventato. Ad un certo punto si è sospesa d’autorità l’evoluzione. Ciò accadde
durante il lungo regno religioso di san Karol Wojtyla. Così, l’organizzazione
delle nostre collettività religiose non è molto cambiata da com’era negli anni
Cinquanta: vi si sono solo affiancate altre componenti che fanno prevalentemente
vita propria. La teologia si è molto rinnovata e ha visto anche la comparsa di
una generazione di teologhe. Ma la formazione religiosa delle masse è ancora
piuttosto carente: e, in fondo, sembra che a volte si preferisca che rimangano
quello che sono, masse appunto, che vanno dove si dice loro e fanno ciò che si
richiede loro, secondo quello che è scritto nel foglietto che viene
distribuito nei grandi eventi che i nostri capi religiosi periodicamente
organizzano. Nelle parrocchie la situazione non è poi molto diversa da quella
di sessant’anni fa e, in fondo, sono proprio i laici ad essere riottosi al
cambiamento. I preti, i quali una volta erano tanto partecipi della vita sociale della
nazione, spesso si sono spiritualizzati, non riescono a spiegare bene il senso
religioso della vita civile, e se
vengono da altre nazioni conoscono poco i fedeli. Si sono scoraggiate le
sperimentazioni, timorosi di perderne il controllo. L’altro giorno a Roma è
morto Giovanni Franzoni, che fu benedettino, abate della comunità monastica di
San Paolo fuori le mura e che partecipò con il rango di vescovo al Concilio Vaticano
2°, il più giovane tra i saggi che vi presero parte. Le sue sperimentazioni
religiose furono duramente represse, perse tutto come maestro e capo religioso,
salvo l’affetto della sua comunità di
base e di molti altri che lo
stimavano. Una storia che lo accomuna a
molti altri brillanti sperimentatori sulla via tracciata dai saggi del Concilio,
come ad esempio il teologo Kung citato da Bartoletti.
I documenti del Concilio sono poco
conosciuti. Si è spesso insegnato a diffidarne pregiudizialmente, propinandoli con un'avvertenza simile a quella che si legge sui pacchetti di sigarette: "può nuocere grandemente alla salute dello spirito". Lo avverto tutta la
volta che provo a parlarne. Si è spinti ad accontentarsi di compendi di dogmatica. Ma è proprio dalla formazione e
dalla sperimentazione che bisognerebbe ripartire. Un maggior impegno dei laici
richiede, in particolare, lo sviluppo di procedure democratiche anche nelle collettività
religiose: consiglio, nella formazione, di partire da una specie di teologia della democrazia. Ci può
essere? Certo, perché possiamo trovare il senso religioso di ogni nostro bene.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli