Noi e il mondo
Nel 1982 fu pubblicata un’edizione in quattro
volumi degli scritti di Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza
Episcopale italiana negli anni ’70, cruciali per l’attuazione dei principi
enunciati durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Andai alla presentazione
dell’opera, e un amico mi prestò una copia di quei libri. Confesso che sono rimasti sempre con
me. In questo momento ho tra le mani il quarto volume intitolato La Chiesa nel mondo.
L’ultimo Concilio produsse un grandioso
mutamento di prospettiva nelle nostre relazioni religiose con il
mondo, vale a dire con tutto ciò che c’è fuori degli spazi liturgici.
Come sempre accade in queste cose, prima venne la sperimentazione, la pratica, e poi ci si ragionò sopra in
teologia.
A che cosa serve lo stare insieme, in
religione?
A rendere presenti realtà soprannaturali, ci
insegnano i teologi. Non accade solo nella liturgia, non è faccenda solo da
preti. Il nostro lavoro di fedeli in società non è indifferente, non serve solo
ad acquisire meriti personali: si è segno di realtà
soprannaturali e loro strumento. Ci
sono un metodo e una via che conducono ad esse e tutti i fedeli
ne fanno parte e ne sono, quindi corresponsabili.
Per certi versi, nei secoli precedenti le
società religiose secondo la nostra fede venivano viste come un mondo a parte.
Un sopra-mondo nel quale era molto visibile il clero,
organizzato al modo di un impero religioso con una propria gerarchia molto ben
definita. Di questa organizzazione era membri a pieno titolo i membri degli
istituti di vita consacrata, monaci e monache, frati e suore, con loro speciali
ordinamenti. Poi c’erano tutto gli altri, semplicemente soggetti al potere
altrui, ma solo per una parte delle loro vite, perché per il resto erano
sudditi dei sovrani civili. La presenza
di tutti questi altri non caratterizzava l’insieme: ci fosse o non ci fosse, in
fondo, era indifferente. Potevano esserci o non esserci, ma quel sopra-mondo andava avanti lo stesso. Si
cercava di coinvolgerli come sudditi religiosi, perché la missione consisteva, in
definitiva, in questo. O anche in questo? Il bene principale era considerato
infatti mantenere integra l’organizzazione gerarchica, il suo spazio di libertà
nei confronti dei sovrani civili, l’integrità dei suoi beni, la maggiore
esenzione possibili dagli altri poteri, sotto i profili politico, fiscale,
giurisdizionale. Questo, naturalmente, per portare tutti al Cielo. La sola via per ottenere quella salvezza era quella di farsi
sudditi religiosi. Ancora ai tempi nostri vi è traccia di questa concezione,
quando si dice la Chiesa fa, la Chiesa
dice, e
si intende riferirsi al papa e ai vescovi, e qualche volta anche ai preti e ai
religiosi. In questa concezione sono molto importanti i diritti dell’organizzazione
religiosa, intesi come il complesso di libertà,
proprietà ed esenzioni riconosciute dalle autorità civili. Si viene a patti con
i sovrani civili, attraverso concordati, o altri accordi simili tra autorità religiose
e civili, si stabilisce una sorta di condominio
sui sudditi, e, una volta raggiunte
queste intese, non si sta a sindacare, dal punto di vista religioso, le
politica dei sovrani civili ai quali in questo modo ci si è federati. Decidono
la guerra? In questo caso i diritti che si rivendicano sono solo: l’esenzione
di preti e religiosi dal
combattimento e la libertà di assistere spiritualmente i combattenti e, in genere, i morenti, compresi i condannati
dalle corti militari secondo il diritto di guerra (negli opposti eserciti
belligeranti, nel caso di conflitti tra nazioni che seguissero la nostra fede).
Lorenzo Milani, negli anni ’60, in una polemica con i cappellani militari, i preti
inquadrati militarmente nel nostro esercito, fece notare che ai preti e ai
religiosi il Concordato stipulato nel 1929 con il Regno d’Italia, e
rimasto in vigore in epoca repubblicana, riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza che invece costava il carcere ai nostri fedeli
che lo invocavano. Questo rende bene l’idea della situazione dell’epoca.
Di
solito, quando si racconta degli eventi del Concilio Vaticano 2°, e nella
prassi parrocchiale lo si fa piuttosto di rado, si inizia con il dire che fu
richiesto un maggiore impegno dei laici. Questo essenzialmente perché dei laici
oggi si ha bisogno per integrare il lavoro dei preti, che sono sempre meno.
Così però finisce che i laici appaiono come arruolati
nei ranghi parrocchiali o di altri
settori dell’organizzazione religiosa come una specie di preti onorari, o di vice preti, al modo in cui accadeva nel West,
in Nord-America, in cui lo sceriffo per certe emergenze poteva nominare dei vice.
In realtà l’impegno nuovo dei laici progettato
dai saggi dell’ultimo Concilio conseguì ad una nuova idea della missione
religiosa, che troviamo in particolare in due documenti molto importanti
approvati e diffusi dal Concilio Vaticano 2°, le Costituzioni Luce per le genti e La
gioia e la speranza. Si ritenne che per la fede non potesse essere
indifferente come andava il mondo, anche dopo aver sistemato le questioni dei diritti dell’organizzazione religiosa.
Occorre infatti: consociare le forze, risanare le istituzioni e le condizioni del
mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano
rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano le
virtù (Cost. Luce per le genti, n.36).
Ed è qui che entrano in campo i laici in una nuova posizione, con una nuova dignità. Servono per questo lavoro di
trasformazione del mondo secondo i principi di fede, che, nel gergo teologico, viene espresso
con “trattare le cose temporali [vale
a dire del mondo] ordinandole secondo i
principi di fede” (Cost. Luce per le genti n. 31). Devono essere competenti, certo, per questo devono essere formati
adeguatamente, certo, ma il loro compito non si esaurisce nell’essere
consulenti. Devono anche lavorare nella
società, in spirito di dialogo fraterno
con le altre sue componenti (Cost. La
gioia e la speranza n. 92) per il
conseguimento del bene comune (Cost. La
gioia e la speranza n. 73).
Perché:
Le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti
coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non
trovi eco nel loro cuore. (Cost. La gioia e la speranza n. 1).
e:
Nessuna ambizione terrena spinge
la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito
consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere
testimonianza alla verità a salvare e
non a condannare, a servire e non ad essere servito (Cost. La Gioia e la speranza n.3)
pertanto:
Per svolgere questo compito, è
dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli
alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa
rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente
e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e
comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo
carattere spesso drammatico. (Cost. La Gioia e la speranza n.4)
Quindi non “ci sono anche i laici, troviamo loro da fare”, ma “c’è un lavoro in società da fare in cui i
laici sono indispensabili”. Il nuovo
ruolo dei laici avrebbe richiesto anche modifiche organizzative, che però non
si riuscì, in gran parte, non dico a realizzare, ma proprio a progettare. Come
è evidente dalla lettura della Costituzione Luce
per le genti, le nostre collettività religiose sono rimaste ancora
organizzate come un impero religioso feudale, secondo l’impostazione data loro tra
l’Undicesimo e il Sedicesimo secolo, e
questo pur nel contesto di una diversa
teologia.
Secondo le statistiche del 2014, i battezzati nella nostra confessione religiosa
sarebbero un miliardo e trecento milioni, circa il 17% della popolazione
mondiale. dei quali circa un milione
sono preti, diaconi, monaci e monache, suore e frati, in questa quota compresi
il papa e i vescovi. E’ una popolazione mondiale più o meno uguale a quella
dell’attuale Repubblica popolare cinese. I due sistemi politici, quello nostro religioso
e quello cinese presentano qualche somiglianza, anche se il secondo è molto più
complesso. Fondamentalmente in entrambi il potere scende dall’alto. Non vi è
ammessa la democrazia come la si intende in Europa. Nel primo, però, è
tollerata nei sudditi una maggiore libertà ideologica, salvo che per i
funzionari del clero e dei religiosi. Quando si viaggia su quei numeri, quella
della democrazia è una vera sfida. Come tenere tutto insieme? Senza poi poter
contare su di un apparato poliziesco come quelli degli stati.
Certe volte si ha l’impressione che i nostri
capi religiosi, tutti appartenenti al clero, vadano per la loro strada, come
nei secoli passati. Parlano di noi, ma senza di noi. Noi parliamo loro della
società e di noi, ma quelli sentono solo quello che vogliono sentire. Poi
legiferano, ma noi obbediamo quello a cui ci sentiamo di obbedire. Noi e loro,
poi, facciamo come se tutto andasse come deve. Perché, se si dovesse cambiare
veramente, nulla sarebbe più come prima, nelle loro vite e nelle nostre vite, e
per noi laici sarebbe molto più impegnativo di adesso. Così, in genere, ripieghiamo
nel ruolo di sudditi, che fu del passato. Così però la religione diventa
insignificante e inutile, un po’ la ciliegina
sulla torta delle nostre vite per il
giorno della festa, come lamentano i nostri critici. Continuiamo a fare massa
per garantire i diritti della nostra organizzazione religiosa, le sue libertà, le sue proprietà e le sue esenzioni, e anche un ingente e automatico
flusso di finanziamenti pubblici che, solo, consente di tenere in vita tutto l'apparato. Ma, fatto questo, non ci sentiamo veramente impegnati a molto di
più. E i principi di condivisione delle gioie, speranza, dolori, tristezze e angosce?
Il lavoro di trasformare il mondo secondo i principi di fede? Ci passiamo un po’
sopra, non è così? Ecco che poi, ad esempio, sentiamo proclamare nella nostra
politica il proposito “aiutiamoli a casa
loro”, che significa in definitiva respingere, e non ci sentiamo interpellati
religiosamente, in questo non nostro rifiuto dell’impegno etico di condividere sofferenze altrui.
Va bene, questa è l’analisi. Che si fa?
Proviamo a sperimentare dei cambiamenti.
Quello che appare tanto difficile nel piccolo regno vaticano, nel quale la
Curia appare come prigioniera del proprio ruolo storico e delle alte muraglie
dietro cui è arroccata, può essere più facile in una realtà di prossimità come
una parrocchia. Impariamo a praticarvi la democrazia, che non è solo metodo di
conta per decidere chi ha vinto, ma
anche e soprattutto sistema di valori.
Impariamo a rendere conto pubblicamente di ciò che facciamo. Se si
progetta, poi si facciano bilanci dei risultati. Si discutano apertamente le
modifiche da fare. In ogni cosa, anche a partire dai più giovani, si attivi la
corresponsabilità. Contrastiamo la clericalizzazione dei laici. Rendiamo
pubblici i conti della gestione e l’inventario.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli