Grandi orizzonti
Quando fu eletto papa Karol Wojtyla, nell’ottobre del 1978, ci trovammo
in mezzo alla grande storia. Questo mentre il laicato italiano era
prevalentemente occupato in faccende di rilevanza molto minore, nazionale. I movimenti
della destra religiosa, quelli che
volevano riportare le nostre collettività di fede ai tempi del papa Eugenio
Pacelli, a prima del Concilio Vaticano 2°, battagliavano con i
cattolico-democratici accusandoli dell’apparente dispersione della gente di
fede, in particolare della crisi del nostro associazionismo. Si proseguì così per
gran parte degli anni ’80, finché il mondo cambiò e sulle nostre collettività
di fede scese una lunga era glaciale, in cui tutto fu silenziato, sospeso. Tutto
fu sostituito dalla stupefatta adesione al magistero religioso e politico del
Wojtyla, attorno al quale si costruì la leggenda che fosse l’artefice
principale del crollo dell’impero sovietico. Come resistergli?
Di
quella storia fui testimone: ho l’età per esserlo e mi interessava molto.
Il lungo regno religioso del Wojtyla fu caratterizzato da un attivismo
politico internazionale intensissimo, al modo dei Papi della prima metà del
secondo Millennio. Egli, profondo conoscitore della situazione politica dell’Europa
orientale caduta sotto il dominio del sistema sovietico, aveva intuito la
metamorfosi incipiente dei comunismi dell’Europa orientale, analoga e parallela
a quella che si stava producendo anche in quelli dell’Europa occidentale. All’inizio
degli anni ’80 ci credevano in pochi. Egli si illudeva che ciò avrebbe aperto
opportunità alla vita di fede: come ora sappiamo, in questo si sbagliava.
Per capire il senso dei suoi orizzonti si possono leggere le sue
encicliche politiche, la “Il Redentore dell’uomo”, la “Lavorando”
e la “Il Centenario”, quest’ultima
per commemorare il secolo dalla prima enciclica
della dottrina sociale contemporanea, la “Le novità”, del 1891. Erano grandi orizzonti, anche se centrati
prevalentemente sull’Europa. Wojtyla previde che nel giro di pochi anni l’Europa
si sarebbe unificata, sarebbe stata rimossa quella che Winston Churchill chiamò
“cortina di ferro”, il confine
corazzato e non oltrepassabile che
divideva le nazioni europee dominate dal capitalismo di tipo Occidentale da
quelle dominate dall’economica collettivistica sul modello sovietico.
Il Wojtyla non mancò certo di criticare il consumismo occidentale e lo
sfruttamento dei lavoratori in ambiente capitalista. Ma, come osservano i suoi
biografi [chi voglia approfondire può leggere
di Andrea Riccardi, Giovanni Paolo
II, la biografia], egli fondamentalmente apparteneva al mondo comunista; il
suo assillo principale era di ricongiungere quel mondo, il suo mondo, all’altra
parte dell’Europa, che era dominata dal capitalismo, ciò che non poteva farsi
senza abbattere l’economia comunista e i sistemi politici comunisti: era per questo che, presentandosi per la prima volta dopo la sua elezione ai
fedeli in piazza San Pietro (tra i quali c’ero anch’io), ci disse di venire da un paese lontano, “lontano, ma sempre così vicino per
la comunione nella fede e nella tradizione cristiana.” Scrive Riccardi nel libro che ho citato (pag. 159):
“A Cracovia si soffriva la forzata lontananza dal
cuore dell’Europa, proprio nella città che era divenuta un punto di rifugio della cultura polacca nel
clima asburgico e nel contatto
con quella austro-tedesca. Un papa di Cracovia non è distante dal resto dell’Europa.
Ma il papa viene da lontano non per la distanza geografica o culturale, ma
perché appartiene al mondo comunista.
[…]
L’utopia
europea di Giovanni Paolo II si radica nella sua cultura che guarda all’Europa
da quella particolare giuntura tra mondi che è la Polonia. Nell’enciclica
Slavorum Apostoli [=Apostoli degli slavi; ci si riferisce ai
santi Cirillo e Metodio], Giovanni Paolo
II si definisce «il primo papa chiamato alla sede di San Pietro dalla Polonia
e, dunque, dal mezzo delle nazioni slave». Il papa parla spesso di un’Europa
che respira con «due polmoni», alludendo alla tradizione occidentale e orientale (a questa espressione
- disse a padre Duprey - lo aveva familiarizzato un suo professore di
seminario). L’immagine dei «due polmoni» è del russo Viaceslav Ivanov, vicino a
Solov’ev, esule a Roma, professore di letteratura russa al Pontificio Istituto
Orientale. Ivanov, accostatosi al cattolicesimo senza abiurare l’ortodossia,
morì a Roma nel 1949. E’ significativo che Giovanni Paolo II abbia ricevuto nel
maggio 1983 i partecipanti a un convegno
su questo intellettuale russo. In quell’occasione ricorda le parole di Ivanov in una lettera
del 1930, in cui affermava di aver
sofferto per la divisione «dall’altra metà di questo tesoro vivente di santità
e grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico con un solo polmone».
Un cattolico, per il papa, «deve avere due polmoni, cioè quello orientale e
occidentale.”
Questo suo problema principale, riunire le due parti d’Europa
portando l’oriente verso l’occidente,
portò Wojtyla a non comprendere l’evoluzione del socialismo dell’Europa
occidentale, in particolare di quello italiano, e a diffidare di quello dell’America
Latina. Trattò le questioni relative, per ciò che riguardava le collettività di
fede, tagliando corto, senza accettare nessuna mediazione, costruendo un’angusta
gabbia ideologica in cui volle rinchiudere la ricerca teologica, in particolare
con l’imposizione normativa del suo Catechismo della Chiesa cattolica, del 1992-1997. A ciò si accompagnò una
politica di severa polizia ideologica verso i dissenzienti tra il clero e i
religiosi.
L’azione
politica del papa Wojtyla ebbe risvolti spettacolari in Polonia, con l’azione
del partito-sindacato Solidarnosc, che in fondo trovò il suo programma nelle
encicliche Il Redentore dell’uomo e Lavorando. Le urgenze degli eventi
polacchi portarono il Wojtyla piuttosto vicino all’amministrazione del
presidente statunitense Ronald Reagan,
espressa dalla destra politica. Ma vi furono contatti, e forse intese, anche con
il comunista Michail Gorbacev,
presidente dell’Unione Sovietica e ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione
Sovietica, negli anni ’80 impegnato in una profonda riforma del sistema
sovietico, caratterizzata dai due principi della glasnost, che significa trasparenza,
e della perestroika, che significa rinnovamento, ricostruzione. Il Gorbacev
decise di non far intervenire le forze militari del Patto di Varsavia, l’alleanza
tra gli stati comunisti dell’Europa orientale dominati dai sovietici, per
bloccare gli sviluppi politici che si stavano rapidamente manifestando, e
questo consentì la caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale e la
riunificazione dell’Europa, in particolare della Germania, della quale fu
protagonista il democristiano Helmut Kohl. La Germania riunificata fu il
principale motore della costruzione dell’Unione Europea, che comprende anche stati
che furono sotto il dominio dei sovietici e del comunismo di ispirazione marxista-leninista-staliniana,
e ne è rimasta lo stato guida, con la democristiana Angela Merkel. Il disegno
politico del Wojtyla si è così compiuto, anche se ciò che si sta manifestando
negli stati dell’Europa orientale appare molto diverso dai suoi auspici
religiosi.
Mentre il Wojtyla era impegnato in questo grande disegno politico, che
comprendeva anche la progettazione di un futuro democratico per gli stati
usciti dai sistemi politici comunisti, secondo gli indirizzi dell’enciclica Il Centenario, le collettività di fede
italiane svolsero ruoli marginali e prevalentemente centrati sui rivolgimenti
italiani. I reazionari cercarono di accaparrarsi il favore del Papa, con un
certo successo. Gli altri si chiusero in difesa, in particolare nella nuova
Azione Cattolica uscita dall’attuazione del Concilio Vaticano 2° e intorno ad alcuni
capi religiosi preminenti, come l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini.
Dagli anni ’90 si ebbe la dispersione culturale e personale di tutto un mondo,
quello del cattolicesimo-democratico, che era stato protagonista della
travagliata marcia del cattolicesimo italiano verso la democrazia, da metà
Ottocento fino all’inizio degli anni ’80. E questo proprio durante il regno di
uno dei papi più politici di sempre.
Dall’inizio del regno del nostro Padre Francesco, ci vengono esortazioni a riprendere quel processo di acculturazione e sviluppo verso la democrazia. L’altro ieri,
in un’intervista, ha criticato le visioni distorte
di America, Russia, Cina e Corea del
Nord. Questo implica un apprezzamento per la visione europea, non compresa tra quelle altre, negative. Ha detto che se
non rafforziamo l’unità europea non conteremo nulla. Questo lo pensano in
molti. In questa visione si va contro i nostri populismi nazionali,
marcatamente anti-europeisti. Anche Francesco viene di lontano, ma questa
volta veramente di lontano. Sia in
senso geografico che culturale. Sotto quest’ultimo profilo, nelle sue parole si
sente l’eco delle molte voci che il Wojtyla volle silenziare d’autorità. Che
fare, dunque?
Mi piacerebbe che, questa volta, ai grandi orizzonti del Papa ne corrispondessero anche di nostri. Un lavoro che richiede di osservare, capire, progettare collettivamente
e che può farsi anche a partire da realtà di prossimità come la parrocchia.
Ai tempi del Wojtyla i fatti europei degli anni ‘80 ci colsero di
sorpresa e, tutto sommato, non ci videro come protagonisti. Lo furono, invece,
gli Stati Uniti d’America, ma non come azione di massa, come era avvenuto a
cavallo tra gli anni ’60 e i ’70 con la stagione dei diritti civili, ma
prevalentemente come politica presidenziale, supportata da vari centri d’azione
amministrativa e militare, ciò che si ripercosse con tutta evidenza, e
negativamente, su ciò che si produsse,
su come l’evoluzione dal comunismo al capitalismo si realizzò in Europa
Orientale e anche in Russia.
Ora che invece l’Europa Unita, fra tante visioni distorte delle altre potenze mondiali, può diventare potenza umanitaria, il germe di un mondo
nuovo, in fondo secondo gli auspici del nostro Padre Francesco, potremmo
diventare molto più attivi, noi laici di fede, innanzi tutto cominciando a
familiarizzarci con società e politica, in modo, innanzi tutto, da non ricadere
nel desolante populismo subalterno, quello
che rischia di farci diventare docile massa
di manovra per ambiziosi spregiudicati, quello che vuole confermarci in tutte
le nostre paure e tentazioni, rendendo ragionevole il diventare infami, abbandonando al proprio destino
chi sta peggio, ripetendoci che non c’è altra via d’uscita e che non dobbiamo
vergognarcene, perché o noi o loro.
Non si tratta più, come ai tempi del Wojtyla, del riunificare l’Europa per l’Europa
stessa, ma di potenziare il processo
di unità europea per creare un agente di massa sufficiente per iniziare a
riformare il mondo intero.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli