Sperimentare nuove
forme di democrazia
La democrazia come oggi la intendiamo, vale a
dire come ordinamento per l’universale
partecipazione al potere politico sulla base di un sistema di valori umani, è esperienza
piuttosto recente, risale infatti a circa due secoli fa, a partire dall’Europa. Se ne sono avuto
diverse concezioni, tutte molto diverse da quelle più antiche, ad esempio da quelle
dell’antica Atene, dell’antica Roma o dei Comuni medioevali. Dalla fine della
Seconda guerra mondiale si collegano democrazia e pace, nel senso che si
ritiene che un ordine internazionale possa essere fondato solo su basi
democratiche. Quest’idea è ancora più recente di quelle su cui si fonda la
concezione moderna della democrazia: all’inizio non c’era e, anzi, le potenze
democratiche si erano dimostrate storicamente piuttosto bellicose. Essa origina
sostanzialmente dal pensiero cattolico. La troviamo nel primo documento nel
quale il papato romano aprì alle concezioni democratiche, dandone anche una
prima ideologia sua propria, il radiomessaggio natalizio del 1944 del papa
Eugenio Pacelli, in cui si legge, nel paragrafo intitolato Il problema della democrazia:
“[…] sotto il sinistro
bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui
sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi
hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo,
critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior
impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e
richieggono [=richiedono] un sistema
di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli
strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga
e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di
sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe
stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare
per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo
stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se
la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il
consenso di coloro che aspirano a collaborare
più efficacemente ai destini degli individui e della società?
Fu il punto di arrivo di una lunga evoluzione,
mediata dall’azione politica dei cattolico-democratici, in particolare nella
fase di ripensamento della politica europea prodottasi durante la Seconda Guerra
Mondiale (1939-1945). All’inizio del secolo, invece, il papato, con le encicliche
Le gravi controversie sulle questioni
sociali (del 1901) e Fin dal principio (1902) aveva
condannato il pensiero e la politica democratici, considerando come eresia l’idea
che potessero accordarsi con l’azione sociale ispirata dalla fede, vietando
addirittura ai sacerdoti di impegnarsi i
movimenti democratici-cristiani e ai seminaristi di acculturarsi alla
democrazia.
Dal Settecento i processi democratici
prendevano come loro soggetto attivo di riferimento il popolo. C’era la
convinzione che i sovrani degli antichi regimi non facessero gli interessi del
popolo, non esprimessero la volontà del popolo. Si pensò di cambiare la
situazione mediante nuove istituzioni che prevedessero una partecipazione del
popolo, essenzialmente mediante elezioni di rappresentanti in organi più
ristretti ai quali poi era attribuito di stabilire leggi uguali per tutti.
Questo sistema richiedeva maggiori spazi di libertà per la gente, che si voleva
elevare dalla condizione di suddita a quella di cittadina. Nei primi ambienti
democratici contemporanei, tuttavia, questa partecipazione aveva dei limiti piuttosto
ristretti, a paragone con gli spazi che oggi sono consentiti. I periodi rivoluzionari
avevano coinvolto le masse, ma al dunque, quando si trattò poi di prendere
decisioni politiche nella gestione ordinaria delle nazioni, tutto andò
diversamente. I sistemi elettorali posero in genere gravi limiti alla
partecipazione delle classi più povere e incolte. Queste ultime erano però
quelle che più risentivano dei disordini internazionali, in particolare delle
guerre. La politica era fatta tuttavia dalla classi dominanti che non temevano
le guerre, pensando di ricavarne profitti. Sembrava che un ordine pacifico
internazionale fosse utopia da filosofi: l’aveva teorizzato, ad esempio, il
filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), in un suo libretto intitolato La pace perpetua. Fatalmente ogni popolo
sembrava finire per questionare con gli altri, in controversie non risolvibili
che con la guerra, non essendovi un’autorità superiore universalmente
riconosciuta. Ma chi era il popolo?
Se ne ebbe a lungo un’immagine vaga e intellettualistica. Lo si concepì come un
organismo che abitava la storia, un po’ come gli individui che lo componevano.
Non se ne percepiva il pluralismo interno: fu lo sviluppo del pensiero
sociologico, a partire da metà Ottocento, a metterlo in luce.
Il pensiero cattolico, che
non aveva il problema di definire il
popolo come nuovo sovrano sociale in
quanto riconosceva la sovranità, il
potere supremo, ad un ordine soprannaturale del quale il papato era il
rappresentante nel mondo, riuscì a rendersi conto di quel pluralismo, innanzi
tutto perché iniziò a viverlo, nelle tante iniziative sociali che si svilupparono
dalla metà dell’Ottocento, sugli esempi che venivano da altre parti d’Europa e,
in particolare, per iniziativa del socialismo. Troviamo descritta questa realtà
nella prima enciclica sociale dell’era contemporanea, la Le
novità del papa Vincenzo
Gioacchino Pecci, del 1891. Quest’ultima era volta essenzialmente a far prendere
al papato il controllo di quel vasto e vivace movimento per indirizzarlo
politicamente secondo gli interessi del papato in quel momento. E’ proprio per
questo che inizialmente se ne vietarono gli sviluppi democratici-cristiani: la politica, in particolare la gestione
delle relazioni con il Regno d’Italia da poco fondato, competevano al papato.
In questa concezione i movimenti presenti nella società erano apprezzati in
particolare nel loro effetto di critica
sociale contro l’ordine
liberale-borghese dominante. A cavallo
tra Ottocento e Novecento il papato aveva in corso con il Regno d’Italia la cosiddetta questione
romana, vale a dire la rivendicazione del papato della restituzione del suo
piccolo regno nel Centro d’Italia, comprendente anche Roma. La cosa non era più
fattibile e alla fine il papato, nel 1929, contrattò con il Mussolini, che in
quegli anni egemonizzava politicamente il Regno d’Italia, risarcimenti, altre
restituzioni e un piccolo regno di quartiere a Roma, e considerò la faccenda
conclusa onorevolmente così. Durante il fascismo il potenziale di critica
sociale del movimento cattolico fu silenziato. In particolare ciò riguardò la
nuova Azione Cattolica, fondata nel 1903 con una struttura di partito popolare
che rapidamente realizzò una vastissima azione di educazione sociale delle
masse, comprese quelle femminili. A differenza dei movimenti che l’avevano
storicamente preceduta, radunati nell’Opera dei Congressi sciolta d’autorità
del papato nel 1904, l’Azione Cattolica non aveva l’obiettivo della critica
sociale. Venne concepita come strumento sociale e politico sotto lo stretto
controllo del papato, in un’epoca in cui si cominciò a pensare a sanare la
frattura con il Regno d’Italia. Sotto il fascismo italiano la critica sociale
in Azione Cattolica fu ammessa, in genere, solo nelle organizzazioni intellettuali, come la FUCI, gli universitari cattolici, e i
Laureati Cattolici. E tuttavia, l’esperienza del fascismi storici europei e gli
sviluppi che avevano preso gli eventi bellici dal 1943, con la prospettiva
imminente di un nuovo ordine europeo, fecero recuperare al papato l’idea di una
critica sociale mediante una società con ordinamento pluralistico, per
ripristinare un ordine pacifico tra le nazioni. Si ritenne infatti che questa
critica sociale in ambiente pluralistico sarebbe valso a contenere l’aggressività
dei poteri politici dominanti. Questa intuizione si rivelò fondata. La nostra
nuova Europa, che ha realizzato il periodo di pace internazionale più a lungo
vissuto sul continente storicamente, si fondò proprio su questo, sull’idea di popoli animati da formazioni
sociali che consentissero l’emergere degli interessi anche degli strati più
umili della popolazione, quelli che in genere venivano ignorati o al più
strumentalizzati e che erano contrari allo sviluppo delle guerre. Questo è il
sistema politico centrato sul principio
di sussidiarietà, che è quando il potere politico non cerca di comprimere o
strumentalizzare le realtà sociali più piccole, ma anzi le aiuta e le promuove,
consentendone l’azione sociale, intervenendo solo quando la società non riesce
a esprimere ciò che serve per il bene comune. Bisogna dire che, però, quando, a
partire dagli anni ’70, la critica sociale interessò la stessa organizzazione
religiosa, essa fu di nuovo scoraggiata. In un ambiente politico come quello
italiano in cui tanta importanza aveva assunto l’azione sociale di quelle formazioni sociali animate dalla nostra
fede questo aprì la strada al populismo,
che oggi è appunto il principale problema della politica italiana. Il populista
conferma la gente nelle sue paure e nelle sue tentazioni, la spinge all’azzardo morale, a farsi ragione da sé a
spese degli altri, confermando che questa è l’unica soluzione. Lo fa per montare sulle spalle della gente e
spingersi in alto, al potere. La gente però rimane in basso, perché non è più
capace di critica sociale e decide senza ragionare, ma emotivamente, divenendo
succube del populista. Una volta al potere il populista continuerà sulla stessa
via, potendo però contare su una disponibilità di mezzi molto superiore. E’ per
questa via che in Italia si sviluppò il fascismo storico, che, nella sua forma
matura, si presentò come un populismo e richiedeva anzitutto conformismo.
I sociologi ci avvertono
che ai tempi nostri il potere politico è cambiato. Non è più accentrato negli
stati o in istituzioni pubbliche sovranazionali. E’ in primo luogo un fatto
dell’economia, la quale, favorita da un complesso sistema di accordi
internazionali, ha preso il controllo delle società globalizzate. Si è riprodotta
una divisione tra classi sociali analoga a quella osservata nell’Ottocento:
dall’economia globalizzata riceviamo tutti i beni materiali della vita e una
buona parte di quelli immateriali, ma essa ci domina in un sistema di scambi
diseguali, che finisce per favorire un’esigua minoranza. Da qui diseguaglianze sociali
molto accentuate, e sempre più accentuate. L’economia ci spinge al conformismo,
minacciando che in caso facessimo diversamente non arriverebbe più ciò che ci
serve per vivere. Spinge a fare ognuno per sé e in questo modo, avendo di
fronte non società ma individui socializzati, ci domina meglio, confermandoci
in tutte le nostre paure e tentazioni: ed è una forma di populismo dai mille
volti. Siccome ci siamo convinti che ognuno debba fare per sé per salvarsi, non
abbiamo argomenti per rimproverare i padroni dell’economia quando, in tempi di
crisi, tolgono le tende e fuggono con il loro tesoro, lasciando tra noi solo
macerie materiali e umane.
Questo nuovo sistema è
intrinsecamente disordinato, caotico, preda degli appetiti egoistici dei gruppi
economici maggiori, in grado di condizionare ormai intere nazioni. E allora da
questo disordine è riemerso il pericolo di una guerra guerreggiata molto estesa, non più solo dei conflitti limitati che
furono caratteristici dell’epoca della guerra fredda (1945-1991) tra statunitensi e sovietici. Anche
l’Europa ne risulta coinvolta.
La soluzione è riprendere a
contrastare i populismi di ogni tipo attraverso la critica sociale condotta in
formazioni sociali pluralistiche, secondo l’intuizione del pensiero sociale
cristiano. E’ molto importante l’educazione alla politica, fin da molto
piccoli, con forme di tirocinio. Si tratta di rinsaldare quel sistema di limiti
e valori che costituisce l’essenza della democrazia avanzata contemporanea. Far
uscire la gente dallo stato di massa,
soggetta acriticamente all’influsso di ogni specie di populismo. E’ una nuova democrazia che occorre progettare e realizzare, o meglio
una democrazia adeguata ai nostri tempi, che vanno anzitutto ben compresi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte
Sacro, Valli.