Comprendere
gli esseri umani
Siamo stati abituati ad ascoltare molti
pregiudizi sulla nostra fede, come quello che non comprenderebbe a fondo gli
esseri umani. Invece è proprio il contrario ed è un vero miracolo: una dottrina
proclamata da una schiatta di veterani reazionari da sempre, per scelta
estranei alla vita dei più, che coglie così bene nel segno. Vi si può vedere
addirittura un segno soprannaturale. Ne rimango sempre stupefatto. Va bene, non
hanno inventato nulla, hanno imparato dalla vita, ma non è da tutti farlo. C’è
qualcosa di più della semplice osservazione, come potrebbe fare un antropologo
che gira per le varie società umana, prende appunti, fa domande, vede come
fanno quelli in mezzo ai quali è capitato e poi ci ragiona su. Come lo possiamo
chiamare? Compassione, empatia, simpatia, misericordia… Non è mai uno sguardo
distaccato quello religioso perché prende le mosse da una conversione. Quando
lo spirito, che è in noi e che non è solo la nostra mente, ci porta a desistere
dai nostri istinti di antiche belve e ad accostarci agli altri in modo nuovo.
E’ un comandamento nuovo che si segue
e che avvince, ma non come le altre regole a cui si è soggetti e che pesa obbedire: è un giogo leggero, anche se ne può andare di
mezzo la vita. Perché chi perde la propria vita seguendo il comandamento nuovo
la salverà, come è scritto.
E’ un papa reazionario, Achille Ratti, ad
avere collegato politica e carità, in un discorso agli universitari della FUCI
tenuto il 18 dicembre 1927:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono,
non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai
suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della
vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene
comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così
facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani,
giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare,
tanto più doveroso è il lavoro. E tale è
il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che
sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica,
a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere
superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono
considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i
gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la
politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari
interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue
vedute particolari. Atteggiamento questo tanto più raccomandabile a giovani
universitari che devono consacrarsi alla propria preparazione, senza la quale
la loro futura attività non può essere né illuminata, né benefica. Come nel
loro presente periodo essi attendono allo studio delle future professioni e non
le esercitano, così anche per ciò che riguarda il viver sociale; essi devono
ora attenersi al loro programma di preparazione, perché, quando prenderanno il
loro posto nella società, possano poi dare a questa anche il contributo della
buona, cristiana politica.
Abbiamo riflettuto bene su ciò che comporta?
E’ la base di una vera e propria rivoluzione. Tradurre l’agàpe in realtà sociale:
niente di meno! Fare posto a tutti, perché si sa che la vita non è vita umana
se si rinuncia ad anche uno solo degli altri intorno a noi.
Parliamo di popolo e ci sentiamo
spaesati. Ma chi è questo popolo,
riusciamo a figurarcelo? Se però parliamo di mondi sociali, di un insieme
di relazioni che creano il senso della vita e che si cercano e si conoscono
continuamente tra loro e danno senso alla vita proprio nel cercarsi e
incontrarsi, allora è diverso, perché vi è rappresentata la nostra vita. Siamo
noi. Si parte dalle famiglie, al loro meglio naturalmente, quando non sono
ancora sfigurate dalle convenzioni sociali e nascono da un cercarsi e un
conoscersi, per incontrarsi, e allora sono innanzi tutto luoghi dell’anima, mondi vitali, come scriveva mio zio
Achille. Perché non dovrebbe essere in tutto così? Questa l’utopia religiosa.
Utopia però sarebbe un posto che non c’è, in un tempo che non viene mai. Ma tra
gli esseri umani questo c’è già, lo si vive. Ma intorno c’è anche una realtà
sociale che fa resistenza. Perché? La realtà dell’agàpe ci è stata rivelata, ci si è imposta ad un certo
punto, da un certo momento. Ci distoglie dalle nostre antiche e crudeli
consuetudini naturali, pe cui pesce grosso mangia pesce piccolo. Non sono
d’accordo con chi dice che le fedi religiose sono più o meno tutte uguali. Ma è
vero che più o meno in tutte quelle che mi sono note si coglie questa
aspirazione verso l’agàpe. Ma poterla chiamare per nome? Nella nostra
fede lo facciamo. Non è questa una
grande responsabilità? Perla preziosa, tesoro nascosto, la definiamo con tanti paragoni. Si è spinti a
lasciare tutto per conseguirla. E più si avanza negli anni, se si riesce anche
ad avanzare in saggezza, questo diventa sempre più evidente.
Non siamo macchine animate, pensanti: c’è in noi
una realtà spirituale, che non è fantasia, ma, appunto, realtà, che ciascuno sperimenta. E’ attraverso lo spirito che
entriamo in relazione con gli altri e costruiamo l’agàpe in senso anche
religioso. I problemi sociali nascono
più o meno tutti quando quella realtà viene negata, con vari argomenti e per
varie ragioni. Ma fondamentalmente accade quando si vuole poter fare degli
altri ciò che si vuole, farne docili strumenti della propria volontà. Qui viene
però l’irriducibile obiezione religiosa che ha anche un valore politico. I papi
storicamente immaginarono di essere plenipotenziari religiosi, vicari, in quel senso. Ma non riuscì
loro granché bene. Furono storicamente sovrani mediocri, alcuni migliori degli
altri, ma in genere mediocri. Penso che si possa trasferirli dai loro troni
agli altari solo con una buona dose di immaginazione. Furono sovrani come tanti
altri del loro tempo e anche prima e dopo di loro. Gli esseri umani posti sul
trono in genere deludono, e ci si può fare poco, salvo prevedere procedure per
la loro sostituzione senza esiti drammatici. A questo appunto serve la democrazia, a porre
un limite a qualsiasi potere. Ma i papi,
nell’indicare una sovranità celeste, nel relativizzare ogni altra sovranità, anche
quella che si pretendeva fosse del popolo, funzionarono. Nessuno deve essere
completamente in mani altrui. E ciò che non è agàpe vale poco.
Pervicacemente i papi da fine Ottocento proclamarono questa dottrina, che, nell'opera ostinata del cattolicesimo democratico, sovvertì, alla caduta dei fascismi
storici, la bellicosa Europa di prima, creando un’Europa di pace, la nostra
nuova Europa, fondata sul principio di
sussidiarietà.
Eccolo definito da un papa:
80. È vero certamente e ben
dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose
non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si
eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio
importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le
forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto
rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori
comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno
sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è
quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già
distruggerle e assorbirle.
81. Perciò è necessario che l'autorità suprema dello stato,
rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle
cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta
; e allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le
parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione
cioè, di vigilanza di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle
necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto
più perfettamente sarà mantenuto l'ordine gerarchico tra le diverse associazioni,
conforme al principio della funzione suppletiva dell'attività sociale, tanto
più forte riuscirà l'autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e
più prospera la condizione dello Stato stesso.
82. Questa poi deve essere la prima mira, questo lo sforzo dello
Stato e dei migliori cittadini; mettere fine alle competizioni delle due classi
opposte, risvegliare e promuovere una cordiale cooperazione delle varie
professioni dei cittadini.
[Dall’enciclica Il
quarantennale, del 1931, diffusa dal papa Achille Ratti, regnante in
religione come Pio 11°]
Che cosa potrebbe esserci
di più distante dal fascismo italiano totalitario, che imperava nel 1931?
Eppure solo due anni prima, nel 1929, il papato aveva concluso un compromesso
proprio con il capo del fascismo che venne immortalato mentre, nel palazzo del
Laterano, firmava i documenti dei Patti Lateranensi.
E’ per questo che noi cattolici non abbiamo
mai avuto veramente cuore di separarci dai nostri papi, pur come essi sono, con
i loro limiti umani, che tanto più vengono in evidenza negli esseri umani, ed
anche nei sovrani religiosi, quanto più si giunge in alto. Sì, ci sono state anche
altre grandi anime che si sono spese
in quella stessa direzione. Ma in fondo è proprio la dottrina sociale, il lavoro
organizzato dai nostri papi, ad aver prodotto, con una svolta cultura
importantissima, con riflessi politici, giuridici, istituzionali, sociali, la
straordinaria realtà sociale della nostra nuova Europa, un fatto unico nella
storia dell’umanità, mai visto prima. Non è un caso, credo, che l’Unione Europa sia
attualmente guidata dalla Germania governata da democristiani. Ora è in crisi,
certo, ognuno è tentato di fare per sé, il miracolo sembra dissolversi. Si
preferirebbe lasciare i sofferenti al loro destino, non si pensa si avere
bisogno, non ci si sente diminuiti se mancano all’appello. Non è forse perché
la capacità politica dei cattolico-democratici è venuta progressivamente meno
e, allora, la politica è vista come lotta di tutti contro tutti per far
prevalere gli interessi dei più forte, gli altri abbiano le briciole, stiano
indietro e spilucchino ciò che cade dalle tavole dei ricchi? Uno spirito
religioso si sente rimordere dentro. Ma se uno vuole farsi macchina sociale,
antica belva, perché, nel suo spirito, non vede altra soluzione e, inoltre, i
populisti gli confermano che effettivamente non c’è altra soluzione che essere,
farsi, cattivi? Ed ecco che anche oggi, però, ci giunge la voce di un papa, il
quale, pur con tutti i suoi limiti che egli nemmeno nega, tanto che non manca
mai di chiederci di pregare per lui, ci richiama l’anima e lo spirito, l’agàpe e l’insegnamento del nostro antico
Maestro, la giusta via. Dal male nasce solo il male: oggi tocca ad altri,
domani toccherà a noi, come accade in natura quando le bestie invecchiano e
allora vengono lasciate indietro e muoiono, sopraffatte da bestie più feroci di
loro o semplicemente dalla natura, senza più nessuno a dare aiuto.
Democrazia, carità, pace, persona e mondi
vitali: tutto il nostro pensiero sociale ruota intorno a questo. Quando c’era
il conflitto tra socialismo e capitalismo se ne parlava come di una terza via, una specie di via
di mezzo, ma non è così: è veramente un’altra
via. Lì dove i mondi vitali, invece di confliggere, come vorrebbe la
crudele legge della natura, si cercano, si incontrano, e nell’incontro, nella
relazione, non nel conflitto, crescono e si arricchiscono.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli