La
parrocchia nella visione del Sinodo diocesano di Oristano
La parrocchia comunità missionaria
Le profonde trasformazioni che hanno ormai
interessato anche la nostra diocesi rispetto alla composizione sociale, ai
cambiamenti culturali, alla presenza di flussi migratori esterni e interni, all’acquisizione
di nuovi modelli di vita e alla maturazione di nuove responsabilità; la
modifica della nozione stessa di ambito territoriale, una rinnovata idea di
mobilità rispetto alla stessa domanda di religiosità (partecipazione ai riti e
vita liturgico-sacramentale) unito all’invecchiamento della popolazione e con
essa alla riduzione significativa del numero dei presbiteri, inducono la
comunità diocesana a una seria riflessione che, lasciandosi guidare dal
Magistero e dal Concilio Vaticano II, consentirà alla stessa di rinnovare il
volto delle proprie parrocchie in un mondo che cambia.
[traduzione in lingua corrente: Il mondo
è cambiato e anche noi lo siamo. La pensiamo diversamente dal passato su molti
argomenti ed è arrivata gente nuova. Ci
piace andare in giro per le nostre pratiche religiose, siamo meno legati alla
chiesa del paese o del quartiere. Gli anziani sono molti di più e ci sono pochi
preti. Anche la parrocchia deve cambiare, ma vogliamo farlo secondo certi
principi]
La Parrocchia è la forma di Chiesa più
visibile, “la comunità ecclesiale più vicina alla gente”, capace di far
riconoscere la presenza di Cristo nella storia. Essa è l’ambito ordinario dove
si nasce e si cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario più
adeguato, affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente
insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di
prossimità in un determinato territorio, e al suo interno si realizzano vincoli
concreti di conoscenza, di amore e di carità. Essa rappresenta la composizione
del Popolo di Dio perché, in comunione col presbitero, lavorino insieme e
interagiscano tra loro (in autentico spirito di servizio e di
corresponsabilità) uomini e donne, giovani e adulti, ragazzi e ragazze, sani e
malati.
[traduzione in lingua corrente: come
gruppo di gente di fede ci manifestiamo agli altri nella Parrocchia. Lì
impariamo le cose della fede e a vivere da cristiani. Cerchiamo di andare d’accordo
con i preti e con tutti gli altri, anche se sono diversi da noi in tante cose,
come l’età, il sesso e la salute.]
La Parrocchia si qualifica non per sé stessa
ma in riferimento alla Chiesa particolare di cui costituisce un’articolazione.
E’ la Diocesi che assicura la presenza della Chiesa in un determinato
territorio, nelle dimore degli uomini. Il soggetto della missione e della
evangelizzazione è la Chiesa nella sua globalità e da essa, sul fondamento
della successione apostolica, scaturisce la certezza della fede annunciata. E’ attraverso
al Diocesi e , in forza della sua necessità teologica, che la Parrocchia
esprime la propria dimensione locale, ed
è a un tempo una “scelta storica”, non realtà meramente amministrativa, ma
soprattutto “scelta pastorale”. E’ infatti la forma storica privilegiata della
localizzazione della Chiesa particolare. La parrocchia vive nella dimensione
della comunione, infatti non è una realtà a sé ed è impensabile pensarla se non
nella comunione. Essa deve superare la tendenza alla chiusura interna, ma si
deve concepire come lo spazio dove ci si forma per uscire dal tempio verso le
periferie della vita e incontrare gli uomini nei luoghi e nei tempi delle loro
gioie e delle loro sofferenze.
[traduzione in lingua corrente: come
parrocchia non facciamo gruppo a sé, facciamo parte di una realtà collettiva
più grande, quella della Diocesi. La parrocchia non è fatta solo di burocrazia,
ma vuole occuparsi degli altri, specialmente di quelli che stanno peggio.]
In quanto espressione diretta della Chiesa
particolare è una realtà di grazia che si prende cura dei bisogni di salvezza
di tutti indistintamente, per manifestare a tutti la paternità e la
misericordia di Dio. Ricca di misericordia, accoglie e accompagna quanti vivono
con difficoltà e con disagio la complessità sociale crescente, sfugge alla
tentazione di gestire solo la religiosità tradizionale o il bisogno del sacro e
per questo risponde al bisogno di senso che sale dalle nostre comunità locali.
Il mondo più adatto di vivere la comunione e la corresponsabilità è la
sinodalità; per il Concilio la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella
storia, per essere segno del regno di Dio a tutta l’umanità. La radice ultima
della sinodalità è il sacramento del battesimo che consacra il cristiano e lo
fa membro del popolo di Dio. La sinodalità è un modo di essere, di esprimersi,
di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si cerca il bene altrui come il proprio, si fa a
gara nello stimarsi a vicenda. In tutti gli ambiti che la pastorale consente
alla comunità diocesana di lavorare insieme, lo stile della sinodalità dovrà
improntare i rapporti e le relazioni: nella conduzione di progetti e di idee, nel
dialogo e nel confronto continuo, nella collaborazione tra presbiteri e fedeli
battezzati, nella promozione dell’unità nella diversità.
[traduzione in lingua corrente: non ci
basta inscenare i riti religiosi della tradizione, vogliamo occuparci degli altri.
Insieme cerchiamo di dare un senso alla vita secondo la fede religiosa.
Vogliamo sforzarci di rimanere insieme nonostante le diverse opinioni e
condizioni di vita.]
Secondo il codice di diritto canonico, la
parrocchia è “una determinata comunità di fedeli che viene costituita
stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cui cura pastorale è
affidata, sotto l’autorità del Vescovo
diocesano, a un parroco quale proprio pastore” (can.515, comma 1). Gli elementi
costitutivi, quindi, sono: la fede di una comunità, il Vescovo che ne è il
garante, e il parroco, colui che l’anima.
La comunità parrocchiale nel suo complesso,
sotto la guida del ministero ordinato, è
il soggetto della missione e dell’evangelizzazione. Essa si fa carico di
portare l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della vita cristiana a ogni
uomo e donna di buona volontà; promuove la ministerialità e corresponsabilità
di tutti gli operatori pastorali, facendo leva sull’esercizio comune della
vocazione battesimale. Il presbitero concepisce sé stesso come parroco nella e della comunità, in quanto non opera come parroco di, ma come parroco in una comunità. Come lo
sviluppo della ministerialità della comunità diocesana non elimina il ruolo del
Vescovo, così lo sviluppo della ministerialità dei laici non elimina il ruolo
proprio del parroco.
[traduzione in lingua corrente: il
potere del Vescovo e del prete costituisce un bel problema. Non ne vogliamo
fare a meno, ma vorremmo contare di più nelle cose della fede che si fanno in
comune. Per questo chiediamo ai preti di considerarci di più, in particolare in
parrocchia].
La Chiesa è una realtà di grazia, che
manifesta la paternità e la misericordia di Dio. La sua missione, quindi, non
è, in prima istanza, quella di curare le necessità materiali della gente, ma il
bisogno di salvezza della medesima, senza trasformare le strutture caritative e
assistenziali della parrocchia in ammortizzatori sociali.
[traduzione in lingua corrente: la gente
si rivolge continuamente a noi per trovare un lavoro, per pagare bollette
scadute, per avere i soldi per arrivare a fine mese, ma noi ci sentiamo
inadeguati e impotenti per questo lavoro. Lo facciamo, ma preferiamo occuparci
di cose spirituali]
Nello spirito del dialogo ecumenico, si dovrà
dimostrare la dovuta attenzione nei confronti di quanti, vivendo temporaneamente
nel nostro territorio, molto spesso per motivi di lavoro, sentono il bisogno di
testimoniare la propria fede e la propria religiosità.
[traduzione in lingua corrente: è
arrivata gente nuova di altre religioni. Vogliamo sforzarci di non entrare in
conflitto con loro.]
testo
del documento tratto dalla rivista L’Arborense, della Diocesi di Oristano.
Traduzioni in lingua corrente di Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli




