domenica 24 maggio 2015

Ecologia rivoluzionaria

  Sembra che dallo studio del nostro anziano vescovo e padre universale, in  Casa Santa Marta qui a Roma, stia per uscire un documento di portata rivoluzionaria sull’ecologia, temuto da molti.
 I temi dell’ecologia non mi hanno mai appassionato. Sono un ragazzo di città. Da ragazzo trattavo con sufficienza i verdi, che, come diceva un amico, sembrava avessero barattato la rivoluzione per un fenicottero (l'avevano messo nel simbolo del loro partito). Stavo per archiviare la cosa, quando l'altra sera, a cena al ristorante con persone importanti della mia vita, mia moglie e le mie figlie, ho dovuto ripensarci.
 Abbiamo fatto velocemente il punto sullo stato del mondo, mutamenti in corso, rivoluzioni del passato, Gramsci, Gobetti, Ginzburg, resistenze e resistenti, l’ultimo libro di Scurati su Ginzburg, la ricerca e la cura, fin da piccoli, per preservarli e farli crescere, di quei pochi “dai quali dipende la sopravvivenza di tutti gli altri” (Scurati),  scuola, sistemi economici, guerre passate, la guerra prossima ventura e, infine, se proporre agli alunni di mia moglie, per la fine dell’anno, la visione del film Hair (Forman) (contro l’ “uomo a una dimensione” - Marcuse) o di Mezzogiorno di Fuoco - High Noon (Zinnemann) (centrato sulla resistenza individuale al male).
  Un pensiero dell’economista Alessandra Smerilli ci ha offerto la chiave per capire la portata potenzialmente rivoluzionaria dei temi ecologici.
 Una delle poche cose (finora) positive di cui si è saputo del grande baraccone milanese dell’Expo è un documento denominato  Terra Viva che ha ricordato il legame tra ecologia ed economia. Entrambe le parole hanno dentro di sé  “òikos”, che in greco significa “casa” e, per estensione, l’ambiente in cui si vive e da cui la vita dipende.
 L’ecologia è una scienza della natura, ma si propone anche un ruolo attivo oltre che conoscitivo: studia come mantenere le condizioni della vita sulla terra. L’incidenza sempre più grande dell’umanità sulla Terra richiede un suo ruolo attivo, richiede di essere saggi amministratori. E qui entra in gioco l’economia.  Oggi la pensiamo essenzialmente come l’arte di far soldi sfruttando opportunisticamente certe condizioni sociali. La Smerilli ricorda che per Aristotele era invece l’arte di vivere in armonia con la natura. Per lui l’arte di far soldi aveva un altro nome: crematistica.
 Se non creiamo le condizioni per una crescita e uno sviluppo intelligenti, dice la Smerilli, citando un antico detto Veda risalente al millecinquecento dell’era antica ricordato anche nel manifesto Terra Viva, la Terra deperirà e ci condurrà alla rovina.
  La parola “economia” è fatta anche del termine greco “nòmos”, che significa “legge”, “organizzazione”. E qui c’entriamo noi giuristi. I fatti “economici” non ci sono e non ci debbono essere estranei.
 In nessun caso l’economia, se vuole restare fedele alla sua missione, può limitarsi a registrare l’esistente: deve studiare come modificarlo, deve dare norme ecologiche, per mantenere la vita sulla Terra. Esse devono diventare leggi collettive e tocca ai giuristi renderle vive in una società.
 Conciliare economia ed ecologia: ecco l’obiettivo indicato dal manifesto Terra Viva.
 Ed è un obiettivo politico, che richiede di rivoluzionare, vale a dire di normare di nuovo, l’esistente sociale.
 Le dinamiche selvagge dell’economia capitalistica contemporanea, diffuse ormai a livello globale, sono suicide, portano sicuramente alla catastrofe sociale. Un mondo così complesso come quello contemporaneo non può essere fondato sull’ideologia della lotta di tutti contro tutti. E’ questa la spettacolare aporia dell’ideologia economia neoliberista dominante: proporre dinamiche selvagge e irrazionali mentre a livello sistemico sono indispensabili scelte razionali per mantenere la vita sulla Terra. Viene in questione la politica, vale a dire il sistema di potere che regge le sorti del mondo. Ecco perché il documento del vegliardo capo religioso è tanto temuto. Ma non sarà da lì che verrà la svolta, perché non è dalla religione che origina il pensiero critico che ne indica la necessità.
 Gramsci, Gobetti, Ginzburg: queste grandi figure simboleggiano le origini di quella critica sociale. E’ dunque da lì che occorre ricominciare. Ci indicano anche il dovere e la bellezza del resistere. E la necessità di farlo argomentando. Rischiando ciò che c’è da rischiare. Ginzburg, nel ’34 libero docente a Torino, rifiutò di giurare fedeltà al fascismo, con altri tredici professori universitari. Si tratta di un dovere etico, che sembra creare, in chi lo adempie, una gioia intima violenta e turbinosa (Scurati).
 Lo sceriffo di High Noon - Mezzogiorno di Fuoco è posto, nel giorno delle sue nozze che è anche l’ultimo giorno del suo servizio, nell’alternativa di farsi gli affari suoi, senza demerito perché appunto il suo servizio è finito, o rimanere per resistere ai pistoleri che gliel’hanno giurata e tornano per mangiarsi la città. Egli resiste, contro tutto e contro tutti, resiste contro i ragionevoli consigli degli amici, degli aiutanti e anche della giovane sposa. Resiste anche rimasto completamente solo. Tutti, a uno a uno, se ne vanno, con motivazioni all’apparenza ragionevoli. Solo un ragazzino si offre di fagli da aiutante, troppo piccolo per combattere. Bisogna essere coraggiosi, dice la ballata nella colonna sonora del film, o essere sepolti da codardi. “Non lasciarmi solo, mia cara”, fa un verso della canzone: la resistenza è anche sempre un appello agli altri. Non lasciateci soli. Nel film, animato da una forte impronta etica, come anche tutti quelli di Ford, la moglie dello sceriffo, una quacchera pacifista,  poi torna e addirittura spara il colpo decisivo che consente allo sceriffo di prevalere. Solo a lavoro compiuto, lo sceriffo si disfa della stella di latta che getta a terra e poi parte con la sposa. Oltre alla ragazza  e allo sceriffo, l’unico personaggio del film che è presentato come positivo è quel ragazzino, uno dell’età degli alunni di mia moglie, che potrebbero identificarsi con lui.
  I grandi film sono opere sofisticate, e soprattutto opere collettive, in particolare gran parte dei film statunitensi. Cresci e ne cogli i vari aspetti.
 Mi è accaduto anche con High Noon - Mezzogiorno di Fuoco.
 Da ragazzo ci vedevo la sparatoria.
 Per diverso tempo non ci pensai più sopra. Mi piacevano di più i film con i "soldati blu".
 Solo da adulto vi ho visto le comunità che erano ritratte, la chiesa, il governo cittadino e l'ho apprezzato per il suo vero valore. La stella di latta, la "Tin star" del racconto da cui la sceneggiatura del film è tratta, fa del protagonista un funzionario pubblico, appunto un "marshal", uno della "municipale" diremmo oggi, anche se ai tempi selvaggi dell'epopea del West USA si occupava di tutti gli aspetti dell'ordine pubblico e poteva arruolare una forza di volontari giurati. A Giulianova, sulla costa dell'Abruzzo, da pretore mandamentale, un tipo di giudice di paese che oggi non c'è più. fui sostanzialmente qualcosa di simile a un "marshal'.
 Piuttosto che dalle mie letture disordinate, caotiche, molte delle mie idee si sono ordinate intorno a dei film. Cominciai ad appassionarmi a questa cose da ragazzo, quando mia madre mi iscrisse a un corso di cineforum qui a Roma, all'Università salesiana, che è vicino a casa mia.  Il corso era "introduzione alla filmologia" ed era tenuto da un professore di lingua francese, non ricordo se francese o belga, Noel Breuval. Iniziò con Truffaut. Imparai ad conoscere e ad apprezzare aspetti dei film sui quali spesso si tende superficialmente a sorvolare.
 Oggi sono diviso tra il Moretti di "Mia madre" e il Sorrentino di "La giovinezza". A quasi sessant'anni e con una madre molto anziana e molto acciaccata mi trovo un po' nelle condizioni ritratte in quei film.
 Hair  è un film contro la cattiva economia e la cattiva politica, che ingabbiano la gente dentro costrizioni sociali opprimenti. Quando lo  vidi, da universitario, mi coinvolse, ora invece molto meno. Del resto era destinato a scandalizzare una società ancora piuttosto rigorista. Lo vedo meno adatto a una civiltà sbracata come l’attuale. Il ritorno alla natura non mi convince. La natura è il regno della lotta di tutti contro tutti che costituisce il modello del neoliberismo corrente. In questo sono rimasto un ragazzo di città: sento la necessità di “nòmos”, di organizzazione, di etica. Non proporrei ai ragazzini di oggi il modello degli hippies della mia generazione. E’ tuttavia attuale il confronto con l’impegno in guerra. Nel film, il personaggio più hippy di tutti alla fine prende il posto del bravo ragazzo dell’Oklahoma che era stato chiamato alle armi. Nell’ultima sequenza lo si vede imbarcarsi su un aereo militare, per il Vietnam. Pochi se ne stanno rendendo conto, mi pare, ma il governo sta preparando la nostra entrata in guerra, in Africa. E una guerra non si sa mai come va a finire. In guerra non ci sono esclusioni di colpi. Bisogna preparare i nostri figli a questo scenario.
 Le cose più emozionanti di Hair sono i canti e le musiche. La storia è fragile e richiama superficialmente un movimento molto importante che contrastò per un decennio le guerre statunitensi in Indocina, ma non per ragioni genericamente umanitarie, pacificiste: c'era l'idea, presente nel socialismo europeo delle origini, almeno fino alla Prima guerra mondiale, di non voler dare un contributo personale a conflitti di classe contro gli sfruttati e gli oppressi ("uomini bianchi che mandano uomini neri a combattere uomini gialli per difendere una terra che hanno rubato ad uomini rossi" è un battuta del film, contro la guerra in Vietnam).
Nel film, ma, credo, anche nell'opera teatrale, mancano le grandi collettività, che invece furono protagoniste, in USA, delle lotte per i diritti civili, delle quali quelle contro le guerre in Indocina era un aspetto. Solo nella sequenza finale, che propone una manifestazione di giovani pacifisti davanti alla Casa bianca, esse vengono richiamate. Del resto, appunto, la sceneggiatura nasce per il teatro, più adatto a questa piccolissima collettività di hippies. Bisogna dire che, ad esempio, i librettisti che lavorarono per Verdi riuscirono ad evocarne anche di grandi. Ma, insomma, la politica che c'è nella sceneggiatura di Hair era, credo, quella che poteva in concreto praticarsi nella Broadway del tempo dell'esordio. Comunque, anche a me quel film è rimasto dentro e ogni tanto me lo rivedo. Ma, in un certo senso, ciò che ho vissuto nella nostra collettività religiosa, per una vita, ha superato di molto tutto ciò che di grande e di bello venne superficialmente ed emotivamente inscenato in quel film, anche se ai tempi nostri, essa, almeno in Italia, dopo l'era glaciale "polacca", appare, ad uno sguardo distratto, cosa da anziani e bigotti.
 La figura del beato Romero ci ricorda che anche in religione c'è questo dovere di resistere, di non accettare l'esistente malvagio, qualunque esso sia, un'economia selvaggia, le forze che spingono verso la guerra, un'interpretazione ristretta e soffocante della religiosità che pretende di imporsi come legge di tutti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli