domenica 31 maggio 2015

La parrocchia nella visione del Sinodo diocesano di Oristano

La parrocchia nella visione del Sinodo diocesano di Oristano

La parrocchia comunità missionaria
  Le profonde trasformazioni che hanno ormai interessato anche la nostra diocesi rispetto alla composizione sociale, ai cambiamenti culturali, alla presenza di flussi migratori esterni e interni, all’acquisizione di nuovi modelli di vita e alla maturazione di nuove responsabilità; la modifica della nozione stessa di ambito territoriale, una rinnovata idea di mobilità rispetto alla stessa domanda di religiosità (partecipazione ai riti e vita liturgico-sacramentale) unito all’invecchiamento della popolazione e con essa alla riduzione significativa del numero dei presbiteri, inducono la comunità diocesana a una seria riflessione che, lasciandosi guidare dal Magistero e dal Concilio Vaticano II, consentirà alla stessa di rinnovare il volto delle proprie parrocchie in un mondo che cambia.
[traduzione in lingua corrente: Il mondo è cambiato e anche noi lo siamo. La pensiamo diversamente dal passato su molti argomenti ed  è arrivata gente nuova. Ci piace andare in giro per le nostre pratiche religiose, siamo meno legati alla chiesa del paese o del quartiere. Gli anziani sono molti di più e ci sono pochi preti. Anche la parrocchia deve cambiare, ma vogliamo farlo secondo certi principi]
 La Parrocchia è la forma di Chiesa più visibile, “la comunità ecclesiale più vicina alla gente”, capace di far riconoscere la presenza di Cristo nella storia. Essa è l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario più adeguato, affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di prossimità in un determinato territorio, e al suo interno si realizzano vincoli concreti di conoscenza, di amore e di carità. Essa rappresenta la composizione del Popolo di Dio perché, in comunione col presbitero, lavorino insieme e interagiscano tra loro (in autentico spirito di servizio e di corresponsabilità) uomini e donne, giovani e adulti, ragazzi e ragazze, sani e malati.
[traduzione in lingua corrente: come gruppo di gente di fede ci manifestiamo agli altri nella Parrocchia. Lì impariamo le cose della fede e a vivere da cristiani. Cerchiamo di andare d’accordo con i preti e con tutti gli altri, anche se sono diversi da noi in tante cose, come l’età, il sesso e la salute.]
 La Parrocchia si qualifica non per sé stessa ma in riferimento alla Chiesa particolare di cui costituisce un’articolazione. E’ la Diocesi che assicura la presenza della Chiesa in un determinato territorio, nelle dimore degli uomini. Il soggetto della missione e della evangelizzazione è la Chiesa nella sua globalità e da essa, sul fondamento della successione apostolica, scaturisce la certezza della fede annunciata. E’ attraverso al Diocesi e , in forza della sua necessità teologica, che la Parrocchia esprime la propria dimensione  locale, ed è a un tempo una “scelta storica”, non realtà meramente amministrativa, ma soprattutto “scelta pastorale”. E’ infatti la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare. La parrocchia vive nella dimensione della comunione, infatti non è una realtà a sé ed è impensabile pensarla se non nella comunione. Essa deve superare la tendenza alla chiusura interna, ma si deve concepire come lo spazio dove ci si forma per uscire dal tempio verso le periferie della vita e incontrare gli uomini nei luoghi e nei tempi delle loro gioie e delle loro sofferenze.
[traduzione in lingua corrente: come parrocchia non facciamo gruppo a sé, facciamo parte di una realtà collettiva più grande, quella della Diocesi. La parrocchia non è fatta solo di burocrazia, ma vuole occuparsi degli altri, specialmente di quelli che stanno peggio.]
 In quanto espressione diretta della Chiesa particolare è una realtà di grazia che si prende cura dei bisogni di salvezza di tutti indistintamente, per manifestare a tutti la paternità e la misericordia di Dio. Ricca di misericordia, accoglie e accompagna quanti vivono con difficoltà e con disagio la complessità sociale crescente, sfugge alla tentazione di gestire solo la religiosità tradizionale o il bisogno del sacro e per questo risponde al bisogno di senso che sale dalle nostre comunità locali. Il mondo più adatto di vivere la comunione e la corresponsabilità è la sinodalità; per il Concilio la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella storia, per essere segno del regno di Dio a tutta l’umanità. La radice ultima della sinodalità è il sacramento del battesimo che consacra il cristiano e lo fa membro del popolo di Dio. La sinodalità è un modo di essere, di esprimersi, di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si  cerca il bene altrui come il proprio, si fa a gara nello stimarsi a vicenda. In tutti gli ambiti che la pastorale consente alla comunità diocesana di lavorare insieme, lo stile della sinodalità dovrà improntare i rapporti e le relazioni: nella conduzione di progetti e di idee, nel dialogo e nel confronto continuo, nella collaborazione tra presbiteri e fedeli battezzati, nella promozione dell’unità nella diversità.
[traduzione in lingua corrente: non ci basta inscenare i riti religiosi della tradizione, vogliamo occuparci degli altri. Insieme cerchiamo di dare un senso alla vita secondo la fede religiosa. Vogliamo sforzarci di rimanere insieme nonostante le diverse opinioni e condizioni di vita.]
  Secondo il codice di diritto canonico, la parrocchia è “una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata,  sotto l’autorità del Vescovo diocesano, a un parroco quale proprio pastore” (can.515, comma 1). Gli elementi costitutivi, quindi, sono: la fede di una comunità, il Vescovo che ne è il garante, e il parroco, colui che l’anima.
 La comunità parrocchiale nel suo complesso, sotto la guida del  ministero ordinato, è il soggetto della missione e dell’evangelizzazione. Essa si fa carico di portare l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della vita cristiana a ogni uomo e donna di buona volontà; promuove la ministerialità e corresponsabilità di tutti gli operatori pastorali, facendo leva sull’esercizio comune della vocazione battesimale. Il presbitero concepisce sé stesso come parroco nella e della comunità, in quanto non opera come parroco di, ma come parroco in  una comunità. Come lo sviluppo della ministerialità della comunità diocesana non elimina il ruolo del Vescovo, così lo sviluppo della ministerialità dei laici non elimina il ruolo proprio del parroco.
[traduzione  in lingua corrente: il potere del Vescovo e del prete costituisce un bel problema. Non ne vogliamo fare a meno, ma vorremmo contare di più nelle cose della fede che si fanno in comune. Per questo chiediamo ai preti di considerarci di più, in particolare in parrocchia].
 La Chiesa è una realtà di grazia, che manifesta la paternità e la misericordia di Dio. La sua missione, quindi, non è, in prima istanza, quella di curare le necessità materiali della gente, ma il bisogno di salvezza della medesima, senza trasformare le strutture caritative e assistenziali della parrocchia in ammortizzatori sociali.
[traduzione in lingua corrente: la gente si rivolge continuamente a noi per trovare un lavoro, per pagare bollette scadute, per avere i soldi per arrivare a fine mese, ma noi ci sentiamo inadeguati e impotenti per questo lavoro. Lo facciamo, ma preferiamo occuparci di cose spirituali]
 Nello spirito del dialogo ecumenico, si dovrà dimostrare la dovuta attenzione nei confronti di quanti, vivendo temporaneamente nel nostro territorio, molto spesso per motivi di lavoro, sentono il bisogno di testimoniare la propria fede e la propria religiosità.
[traduzione in lingua corrente: è arrivata gente nuova di altre religioni. Vogliamo sforzarci di non entrare in conflitto con loro.]

testo del documento  tratto dalla rivista L’Arborense, della Diocesi di Oristano.
Traduzioni in lingua corrente di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli