Osservazioni sul
documento sinodale di Oristano
Nel documento sinodale di Oristano si nota la
mancanza di qualsiasi accenno alle procedure per arrivare a decisioni
collettive condivise, vale a dire al metodo democratico. Quest’ultimo comprende
anche garanzie per evitare la prevaricazione di gruppi di tendenza su altri,
vale a dire per la salvaguardia della minoranze. Senza chiarire questo aspetto,
la proposta della sinodalità come metodo di lavoro serve a poco.
Si ritiene di solito che il metodo democratico
sia incompatibile con le cose della religione. La nostra Azione Cattolica
dimostra il contrario.
Effettivamente la gerarchia del clero è oggi
strutturata, con organizzazione ricevuta dai secoli passati, come una burocrazia
ad ordinamento feudale e oppone viva resistenza ad ogni proposta di
cambiamento. Cerca l’appoggio popolare fomentando una sorta di culto della
personalità intorno ai papi, come dimostrato spettacolarmente dalle recenti
canonizzazioni. Il papismo affettivo,
l’ingenuo trasporto emotivo verso il capo supremo religioso, è divenuto una
sorta di surrogato della democrazia come fonte di unità.
Il problema è che ogni sorta di potere, nelle
nostre collettività religiose, tende ad ordinarsi secondo quel modello, anche
in ambito laicale e talvolta a prescindere da una formale investitura della gerarchia del clero.
Chiunque tra i laici, nelle nostre collettività, ambisca ad un ruolo di comando o di
direzione, non di rado ricusa qualsiasi investitura dal basso, dalla base, ma ritiene
sufficiente l’essere comandato ad un
ruolo di potere da una qualche autorità di grado superiore, alla quale sola
pretende di rispondere, e non sempre questa autorità deriva da una investitura ad opera del clero. Nella nostra parrocchia
è questa la figura che vedo impersonata dai catechisti per adulti che
dirigono le comunità neocatecumenali, i quali, mi pare di capire, svolgono anche mansioni di vera e propria direzione spirituale.
Purtroppo, mentre i preti si sono costruiti
una competenza professionale con una formazione lunga e completa, come osservato
in un suo saggio dal sociologo Luca Diotallevi, altre figure di potere, in
particolare quelle emergenti dal mondo laicale, non sempre hanno requisiti di formazione paragonabili.
Poco pronte a fronteggiare il dibattito sulle varie questioni che si pongono
nella vita religiosa, esse si fanno allora mere ripetitrici di una lezione appresa e,
ad ogni contestazione, reagiscono ponendo gli interlocutori nell’alternativa di
accettare la loro impostazione o andarsene. Questa dinamica può essere stata
alla base dell’impressionante calo di consensi che la nostra parrocchia ha
subito nel quartiere.
D’altra parte la collaborazione dei laici al
lavoro che si fa in parrocchia tende a divenire sempre più intensa, man mano
che la scarsità di vocazioni sacerdotali rende impossibile coprire i vuoti
lasciati dagli anziani, nonostante l’ampio ricorso al reclutamento di vocazioni
straniere. Queste ultime, poco a conoscenza delle complesse dinamiche storiche
dei fatti religiosi italiani, finiscono per approfondire l’estraniazione delle
collettività religiose dalla storia del loro tempo. Bisogna tener conto che
sacerdoti come Romolo Murri, Luigi Sturzo e Giuseppe Dossetti sono state figure fondamentali
nella costruzione della democrazia italiana.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli