Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
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Quella che si chiama anche ortodossia [deve] intendersi come adesione vitale alla realtà annunciata. Si tratta di una testimonianza di
vita.
Come l'evangelista
Giovanni richiama spesso, occorre
"fare la verità" (Gv 3,21; 1Gv 1,6), cioè interiorizzare
anzitutto in se stessi la verità di Gesù Cristo perché essa diventi la sorgente
segreta di ogni azione.
Sempre secondo
Giovanni la verità non è nozione
astratta. Indica [invece] la rivelazione storica di Dio in Gesù Cristo, che si
attualizza nel cuore dei credenti in virtù dello Spirito Santo. La Parola e la
verità sono come un seme (1Gv 3,9), un olio di unzione (1Gv 2,20.27), acqua
viva (Gv 4,10.14); trasforma a poco a poco il credente dall'interno e lo fa
"nuovo" in tutto il suo agire.
C'è una tensione
molto feconda nel rapporto tra messaggio cristiano che è irreversibile e
definito e la varietà delle espressioni dottrinali, culturali e pratiche, entro
cui esso viene veicolato, adattato e spiegato nella vita. C'è il rischio
continuo di diluire la forza del Vangelo, ma c'è anche il pericolo che [il]
contenuto evangelico sia sopraffatt[o] da contaminazioni ideologiche proprie di
certe stagioni culturali, o sia soffocat[o] da assolutizzazioni [esterne] alla
rivelazione.
Il magistero dei
successori degli apostoli come anche quello della "collettività dei
credenti" uniti ai pastori e sostenuti dalla Spirito nell'unità (Costituzione
dogmatica Dei Verbum - =la Parola di Dio - del Concilio Vaticano 2°
- 1962/1965) [aiutano] "non
sbagliarsi nella fede" (Costituzione dogmatica Lumen Gentium - =Luce per le
genti - del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965).
Il centro essenziale e sostanziale di tutte
le verità cristiane è la proclamazione della misericordia di Dio nell'evento di
Gesù Cristo, uomo e Dio incarnato, morto
e risorto per noi, e perciò salvatore e vivente nei secoli. E attorno a simile
proclamazione e professione sostanziale e sulla base di essa che va giudicata
l'ortodossia o anche la sola compatibilità (o no) delle prospettive e delle
opzioni culturali e vitali nuove, emergenti dal mutare degli anni.
Qualcuno potrebbe
pensare che il processo di inculturazione metta in pericolo l'universale forza
vincolante dell'unico Vangelo, in quanto apre la via ad un pluralismo
pernicioso e relativizzante. Ma si deve osservare che l'universalità del
messaggio cristiano, dell'etica cristiana e dell'esperienza cristiana, non è da
intendersi in modo fissista e statico, ma dinamico.
Cita Tullo Goffi, Cattolicità dell'etica acculturata,
1979: "Il Signore ha offerto alla
Chiesa il messaggio evangelico come fermento di unità cattolica da realizzare
progressivamente; come grazia che orienta faticosamente verso la comunione
nell'unica fede; come visione dottrinale destinata a riunire tutti i disparati
valori in unità solamente alla fine".
Mie considerazioni
La questione dell'ortodossia, del corretto
modo di pensare ed esprimere la nostra fede religiosa, ha travagliato le nostre
collettività religiose fin dalle origini e ne è rimasta traccia evidente in
quella parte delle nostre Scritture sacre che riflette l'esperienze delle prime
nostre aggregazioni di fede, in particolare negli scritti di Paolo di Tarso.
L'intento di realizzare l'ortodossia ha suscitato storicamente incredibili
efferatezze e violenze, fino ad arrivare a vere e proprie guerre, realtà dalle quali oggi, seguendo il magistero del papa
Giovanni Paolo 2°, possiamo onestamente prendere le distanze. Cambiare la storia non è
possibile, è possibile invece falsificarne la memoria e ciò è stato fatto, a
lungo. Oggi siamo invece chiamati ad un lavoro contrario, vale a dire a quella
che è stato definito purificazione della
memoria, che implica innanzi tutto fare realistica memoria di ciò che è
accaduto e proporsi di distaccarsi dal male che
è stato fatto, prendendo un'altra direzione per il futuro. Non si tratta
di ergerci a giudici di personaggi del passato, i quali vissero, ragionarono e
agirono secondo la cultura dei loro tempi, per certi versi tanto diversa, e tanto
più feroce e intollerante, di quella dei tempi nostri. Si tratta invece di non
farsi dominare da un passato che contiene tanta brutalità. E' ciò che si fa, ad
esempio, nel confrontarsi con certi brani crudeli delle nostre Scritture Sacre,
in particolare di quelle che abbiamo adottato dall'antico giudaismo, in cui si
fa l'apologia dell'omicidio, delle stragi, addirittura del genocidio, dello
sterminio di interi popoli. Oggi, ad esempio,
non saremmo più disposti a passare tra le case dei nostri concittadini
per trucidare, per sacro zelo, coloro che si sono dati agli idoli. Quello che sto scrivendo può apparire ovvio,
ma in realtà non lo è. Per certi versi sembra che solo l'anno scorso si sia
usciti dall'era, durata cinque secoli!, dominata dal Sant'Uffizio, la rigida burocrazia di polizia ideologica che,
secondo una visione ancora corrente ai tempi nostri, sembrava indispensabile
per mantenere l'universalità del messaggio di fede, quasi che esso non si
espandesse, in realtà, per forza
propria, soprannaturale.
Noi laici non abbiamo
voce nella riforma delle strutture del clero che esprimono il governo della
nostra confessione religiosa. Decideranno quindi i vegliardi che occupano i
posti di comandi. Può piacere o non piacere, ma così è. Viviamo comunque nel
secolo giusto: le loro decisioni, qualunque esse siano, non sconvolgeranno le
nostre vite. Fossimo stati, ad esempio, nel Cinquecento, sarebbe stato diverso.
Quello che possiamo
fare è sperimentare nuove forme di convivenza tra di noi, in cui si sia maggiormente
tolleranti delle differenze di modi di pensare, di agire, di relazionarsi con
gli altri fedeli e con le società intorno. E poi cercare di essere meno
clericali, meno dipendenti in tutto, anche in quello che competerebbe
primariamente a noi, dai sacerdoti. Cercare quindi di approfondire le
questioni, di farsi carico dell'unità, di non rimanere sempre a rimorchio, come
pesi morti, di qualche prete. E cercare di non prendere parte nelle lotte
clericali, tra fazioni di preti. Non è una cosa facile perché ci hanno
cresciuti insegnandoci a farci dipendenti dal clero, obbedienti e docili, al
modo di un gregge. E a diffidare di tutti i devianti. Per non avere problemi,
che poi potrebbero riflettersi duramente sulla nostra vita spirituale, si tende
quindi, nelle questioni controverse, a concedere un assenso formale, mantenendo
però riserve interiori. Questo non fa progredire le nostre collettività, che si
sono infatti inaridite dal punto di vista del rinnovamento ideale. Si tende ad
essere semplici ripetitori. Ecco che
ora ci accusano di essere diventati delle mummie,
di aver trasformato i nostri templi in musei. Sicuramente noi laici abbiamo le
nostre responsabilità, ma bisogna pur dire che, finora, quelli che comandavano ci hanno voluti
proprio così, semplici comparse in uno spettacolo in cui i protagonisti erano i
nostri sovrani religiosi. E, in effetti, non è ancora cambiato molto.
Nell'esperienza
religiosa si hanno ciclicamente a che fare con forme individuali e collettive
di eccesso e stravaganza, movimenti visionari o tiranneggiati da guide
spirituali dispotiche, correnti di bellicoso ritualismo, gruppi che cercano di
scalare l'organizzazione feudale della nostra organizzazione religiosa per combattere
guerre sante dall'alto dei troni religiosi e via dicendo. Una fede che si
propone di fare unità nel genere umano e, in prospettiva, di unificarlo in un
solo popolo animato dagli stessi
ideali religiosi deve indubbiamente fare i conti con tutto ciò. Tuttavia,
probabilmente, la questione va posta, ai tempi nostri, in termini diversi che
come ortodossia, intesa come
accettazione di un'unica autorità spirituale che tracci i confini con atti
normativi e poi giudichi la conformità di pensieri e prassi nel quadro di una
sorta di procedimento giudiziario. E, innanzi tutto, quello che si fa in questo
campo deve essere forse svincolato dalla burocrazia del clero, che viene talvolta ad assumere le funzioni di una
polizia ideologica, se non esplicitamente politica.
Dovremmo ideare e
sperimentare meccanismi di riconoscimento reciproco condivisi che consentano di
far coesistere pacificamente la diversità in una unità benevolente. Mi pare che
proprio sviluppando le tematiche che dal secolo scorso hanno riguardato in
religione la questione della pace si
potrebbero raggiungere dei risultati. Ai tempi nostri infatti parliamo di pace in senso molto diverso dai secoli
passati, nei quali una realtà pacificata
era in definitiva concepita come quella in cui cessasse ogni dissenso, il
pluralismo, la diversità di pensiero e prassi. La pacificazione era intesa quindi come repressione della ribellione. Nell'era
contemporanea pace significa accettazione delle diversità e
ricerca di forme organizzative che consentano di farle coesistere senza che
diano luogo a conflitti sociali. Il dialogo interreligioso si basa proprio su
questa idea. Ciò ha consentito alla nostra confessione religiosa di fare pace con altre confessioni
religiose in passato duramente combattute come eretiche. Si tratta di un
portato dei tempi nuovi che stiamo vivendo, che, dunque, non esprimono solo il
male e il degrado, come taluni sembrano ritenere. Sono le democrazie
occidentali contemporanee ad aver raggiunto i
migliori risultati e, in religione, ci siamo messi alla loro scuola. E,
insomma, il nostro magistero professionale si è fatto in questo discepolo, pur
continuando, formalmente, a dettare legge. Alcuni vedono in questo un male, ma
i frutti sono buoni. Ai tempi nostri non si rischia più la vita per questioni religiose.
I laici di fede italiani, che vivono da protagonisti queste nuove dinamiche
democratiche, hanno ora la possibilità di essere creativi in campi in cui la
polizia ideologica religiosa precludeva l'accesso, pretendendo uniformità e
obbedienza. Mancano però le forme organizzative, perché la nostra confessione è
ancora struttura al modo feudale. Ma sperimentazioni di base possono essere
attuate, ad esempio nei rapporti di diversa ispirazione e tendenza che vivono
nelle parrocchie. Dobbiamo innanzi tutto, per come la vedo io, iniziare dal
proporci di non far fuori le
esperienze degli altri, sebbene diverse dalle nostre.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

