domenica 30 marzo 2014

La fede e la parola


La fede e la parola

 

 Spiegare la nostra fede a chi non ne ha più o non ne ha mai avuto esperienza diretta è difficile. Cerco ora di parlarne sulla base di ciò che ho vissuto e vivo.
  La fede non  origina da un sistema di cognizioni e di ragionamenti e non si mantiene da esso solo sostenuta. Utilizza testi molto antichi, ritenuti ispirati per azione soprannaturale, ma non è una religione del libro e, più in generale, dei libri, anche se su di essa si è scritto e si scrive molto. Ecco infatti che anch'io sento la necessità di farlo.
 La fede, come persuasione e affidamento, origina da incontri personali e, in particolare, da parole dette. Questi incontri si fanno e queste parole vengono dette e ascoltate innanzi tutto in famiglia. Ma per coloro che non hanno avuto occasione di fare certe esperienze da piccoli divengono fondanti anche altri ambiti sociali e altri momenti della vita.
 Non è la stessa cosa il leggere mentalmente un testo sacro e, invece, il proclamarlo ad alta voce o udirlo  da altri. Le parole dette prendono vita e danno vita.
 Io giro sempre con la Bibbia appresso. Ma in certi momenti di grave sofferenza mi è stato molto difficoltoso, se non impossibile, aprirla e leggerla. Allora, in quei momenti, la mia fede si è alimentata solo con le parole dette, in particolare con quelle udite. Ma anche con le parole proclamate da me. Ricordo, ad esempio, che durante il mio primo, e drammatico, primo ricovero ospedaliero inutilmente cercavo di concentrarmi sul Vangelo. Le parole della fede entravano in me solo quando la mattina andavo nella cappella del Policlinico e, a Messa,  proclamavo la prima lettura a una piccola assemblea fatta di suore, infermieri e medici, studenti di medicina, malati e parenti dei malati. Le parole dette e udite  in quella Messa poi mi accompagnavano per tutto il giorno e, in particolare, nelle lunghissime, interminabili,  notti. In un altro ricovero, più recente, ho parlato a lungo di fede ai miei compagni di degenza, ma in realtà non era tanto per loro che lo facevo, ma per me. Solo parlando di fede agli altri  le parole della fede riuscivano a entrarmi nel cuore.
 Un tempo,  grosso modo prima del Cinquecento, la  forma di preghiera più diffusa tra il popolo era quella vocale, quindi  parlata, detta. Si pregava essenzialmente con la voce. Poi si è diffusa e insegnata  la preghiera mentale, nella quale tanti si sono santificati e che era conosciuta e praticata anche nei secoli precedenti, benché, mi pare, essenzialmente da spiriti eletti. Ma, nella mia esperienza, la parola detta e ascoltata  è quella che veramente  fonda e sostiene la fede. Quella letta o meditata la arricchisce, ma non può sostituirla come fondamento.
 Proclamare e  udire le parole della fede è un'esperienza che dà una grande gioia, soprattutto se avviene nel quadro di un incontro personale. Non è la stessa cosa, ad esempio, udirle per radio o in televisione. Le nostre liturgie, in particolare la Messa, sono piene di quegli incontri personali e di quelle parole e, quindi, sono essenziali per fondare e sostenere la fede. Come avviene che si produca questa gioia? Posso solo dire: provate per credere, venite e vedete. Queste parole che state leggendo  sono, appunto, per voi, parole lette e non hanno quella stessa efficacia, benché provengano da una persona di fede.
 Ricordo, ad esempio, uno di quegli incontri personali fondanti, quello che feci, qui proprio nella nostra parrocchia, durante la prima Confessione. Il sacerdote mi chiese perché pensavo che lui stesse lì a fare quello che stava facendo, quindi a sentire il racconto stereotipato delle mie marachelle infantili. Io, dimenticando tutto ciò che mi era stato spiegato al catechismo, gli risposi che proprio non lo sapevo. Facevo quello che mi era stato detto di fare. "Perché ti voglio bene", mi rispose quel sacerdote. Rimasi molto colpito. Non avevo mai pensato che qualcuno, al di fuori dei miei genitori, dei miei nonni e dei miei zii potesse volermi bene. Ne parlai a mia madre che cercò di spiegarmi la cosa, che comunque continuò ad apparirmi sorprendente. Quel "perché ti voglio bene" mi ritorna in mente ogni volta che mi confesso. Quella  è stata ed è rimasta una esperienza fondativa della mia fede. E' allora che l'amore soprannaturale, l'agàpe,  quello che non dipende da stretti legami di sangue o dall'affetto coniugale, quindi per così dire da vincoli tribali, cominciò a raggiungermi.
 Il rischio nell'udire è di distrarsi. Può avvenire anche  dicendo  certe parole. Questo accade quando tende a venire meno la dimensione dell'incontro personale. Si è fisicamente in un certo luogo, ma in realtà si è altrove. A me accade di frequente: fin da bambino molto piccolo ho sognato ad occhi aperti.
 Le distrazioni, nella vita, sono molte. I maestri di spiritualità se ne disperavano. Cercavano sempre nuove tecniche per combatterle, ma, sembra, tutto sommato invano. Così solo una piccola parte delle parole che possono essere più efficaci per la fede raggiunge veramente quella sfera del nostro intimo che una lunga tradizione culturale definisce come cuore. Quelle parole della fede custodite nel cuore costituiscono un tesoro prezioso e raro che ci sorregge nei momenti difficili, quando certe parole  dette  e udite  in incontri personali significativi ci tornano alla mente, ci sorreggono e ci guidano nelle scelte più difficili della vita. Di questo alimento vitale la persona di fede è sempre alla ricerca. Ne sente il bisogno  urgente come quando ha sete. E solo fino ad un certo punto esso può essere tesaurizzato; ad un certo momento occorre sempre udire nuovamente le parole della fede, fare nuovamente incontri significativi. E' allora che ci si muove da dove si è e si va ad ascoltare quelle parole e a fare quegli incontri. Nella mia esperienza la fede è ricerca, non arriva a domicilio  come un pacco postale, anche se la realtà soprannaturale in cui confidiamo è dovunque e quindi non bisogna essere in un posto particolare per esserne e rimanerne persuasi. Ma qualcuno ce le deve dire, le parole della fede, o noi dobbiamo  poterle dire a qualcuno. La nostra fede è intrinsecamente sociale.
 L'esperienza della fede è stata tradizionalmente descritta come un ricevere luce. Ciò è accaduto anche in altre religioni. Chi ha la fede sente di poter vedere meglio, oltre l'apparenza. E' una sorta di sguardo soprannaturale per il quale le cose consuete ci appaiono, appunto, sotto un'altra luce. E chi ha vissuto l'esperienza della tradizione della fede si rende conto di essere stato considerato, da altri, come luce. Questo aprire gli occhi per vedere oltre l'apparenza è il senso di quello che in religione definiamo profezia, per cui, ad un certo punto, nonostante le contrarie apparenze, giungiamo a proclamare "credo!".
 Di solito a questo punto si dice che l'incontro fondamentale è quello con il nostro primo Maestro, che noi crediamo parte della realtà soprannaturale in cui confidiamo. Ma io non lo  faccio. E questo perché quell'incontro non rientra nella mia personale esperienza, anche se io, nella preghiera, mi rivolgo al fondatore come ad una persona viva, presente qui e ora, e confido che lo sia. Ma il soprannaturale rimane per me misterioso e insondabile, la notte oscura e tuttavia amata di cui hanno scritto alcuni celebri mistici. In ciò che a me personalmente  è mancato ha supplito e supplisce la fede detta e vissuta  dalle altre persone importanti nella mia vita, quelle dalle quali la mia fede è originata e dipende. Innanzi tutto i miei familiari e i sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, tutti molto importanti, nessuno di loro ho dimenticato. Poi i miei altri molti maestri ed esempi di vita. Tutte le persone a cui debbo la fede. Non sono quindi autosufficiente. E' come quando, facendo la Comunione, ricevo da altri il pane della vita, non prodotto da me, non cambiato da me in una realtà soprannaturale, e la parola di vita proclamata con la frase "Il Corpo di Cristo" e dico "amen", "è così", è questo assenso è il mio apporto alla liturgia collettiva. Il dipendere da altri, che in altri ambiti mi è penoso, come quando in ospedale non riuscivo più a fare da solo cose elementari della vita,  in religione mi dà gioia e mi conforta e rendo grazie di non essere solo, nella fede. Questa esperienza gioiosa dell'essere parte di una realtà ben disposta verso di me, che mi sorregge e mi alimenta, evoca poi quella dell'essere creatura, non il prodotto del cieco determinismo delle forze della natura, destinato a tornare nel nulla donde è venuto, ma il frutto di un amorevole disegno e da esso orientato verso il Creatore e una vita soprannaturale.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli