La fede e la parola
Spiegare la nostra fede
a chi non ne ha più o non ne ha mai avuto esperienza diretta è difficile. Cerco
ora di parlarne sulla base di ciò che ho vissuto e vivo.
La fede non
origina da un sistema di cognizioni e di ragionamenti e non si mantiene
da esso solo sostenuta. Utilizza testi molto antichi, ritenuti ispirati per azione soprannaturale,
ma non è una religione del libro e,
più in generale, dei libri, anche se
su di essa si è scritto e si scrive molto. Ecco infatti che anch'io sento la
necessità di farlo.
La fede, come
persuasione e affidamento, origina da incontri
personali e, in particolare, da parole
dette. Questi incontri si fanno e queste parole vengono dette e ascoltate
innanzi tutto in famiglia. Ma per coloro che non hanno avuto occasione di fare
certe esperienze da piccoli divengono fondanti anche altri ambiti sociali e
altri momenti della vita.
Non è la stessa cosa
il leggere mentalmente un testo sacro e, invece, il proclamarlo ad alta voce o udirlo
da altri. Le parole dette prendono vita e danno vita.
Io giro sempre con la
Bibbia appresso. Ma in certi momenti di grave sofferenza mi è stato molto
difficoltoso, se non impossibile, aprirla e leggerla. Allora, in quei momenti,
la mia fede si è alimentata solo con le parole
dette, in particolare con quelle udite.
Ma anche con le parole proclamate da
me. Ricordo, ad esempio, che durante il mio primo, e drammatico, primo ricovero
ospedaliero inutilmente cercavo di concentrarmi sul Vangelo. Le parole della
fede entravano in me solo quando la mattina andavo nella cappella del
Policlinico e, a Messa, proclamavo la
prima lettura a una piccola assemblea fatta di suore, infermieri e medici,
studenti di medicina, malati e parenti dei malati. Le parole dette e udite in
quella Messa poi mi accompagnavano per tutto il giorno e, in particolare, nelle
lunghissime, interminabili, notti. In un
altro ricovero, più recente, ho parlato a lungo di fede ai miei compagni di
degenza, ma in realtà non era tanto per loro che lo facevo, ma per me. Solo parlando di fede agli altri le parole della fede riuscivano a entrarmi nel
cuore.
Un tempo, grosso modo prima del Cinquecento, la forma di preghiera più diffusa tra il popolo
era quella vocale, quindi parlata, detta. Si pregava essenzialmente con la voce. Poi si è diffusa e
insegnata la preghiera mentale, nella
quale tanti si sono santificati e che era conosciuta e praticata anche nei
secoli precedenti, benché, mi pare, essenzialmente da spiriti eletti. Ma, nella
mia esperienza, la parola detta e ascoltata è quella che veramente fonda e sostiene la fede. Quella letta o
meditata la arricchisce, ma non può sostituirla come fondamento.
Proclamare e udire le parole della fede è un'esperienza
che dà una grande gioia, soprattutto se avviene nel quadro di un incontro personale. Non è la stessa cosa, ad
esempio, udirle per radio o in televisione. Le nostre liturgie, in particolare
la Messa, sono piene di quegli incontri
personali e di quelle parole e,
quindi, sono essenziali per fondare e sostenere la fede. Come avviene che si
produca questa gioia? Posso solo dire: provate per credere, venite e vedete.
Queste parole che state leggendo sono,
appunto, per voi, parole lette e non
hanno quella stessa efficacia, benché provengano da una persona di fede.
Ricordo, ad esempio,
uno di quegli incontri personali fondanti, quello che feci, qui proprio nella
nostra parrocchia, durante la prima Confessione. Il sacerdote mi chiese perché
pensavo che lui stesse lì a fare quello che stava facendo, quindi a sentire il
racconto stereotipato delle mie marachelle infantili. Io, dimenticando tutto ciò
che mi era stato spiegato al catechismo, gli risposi che proprio non lo sapevo.
Facevo quello che mi era stato detto di fare. "Perché ti voglio
bene", mi rispose quel sacerdote. Rimasi molto colpito. Non avevo mai
pensato che qualcuno, al di fuori dei miei genitori, dei miei nonni e dei miei
zii potesse volermi bene. Ne parlai a mia madre che cercò di spiegarmi la cosa,
che comunque continuò ad apparirmi sorprendente. Quel "perché ti voglio
bene" mi ritorna in mente ogni volta che mi confesso. Quella è stata ed è rimasta una esperienza fondativa
della mia fede. E' allora che l'amore soprannaturale,
l'agàpe, quello che non dipende da stretti legami di
sangue o dall'affetto coniugale, quindi per così dire da vincoli tribali, cominciò
a raggiungermi.
Il rischio nell'udire
è di distrarsi. Può avvenire anche dicendo certe parole. Questo accade quando tende a
venire meno la dimensione dell'incontro personale. Si è fisicamente in un certo
luogo, ma in realtà si è altrove. A me accade di frequente: fin da bambino
molto piccolo ho sognato ad occhi aperti.
Le distrazioni, nella
vita, sono molte. I maestri di spiritualità se ne disperavano. Cercavano sempre
nuove tecniche per combatterle, ma, sembra, tutto sommato invano. Così solo una
piccola parte delle parole che possono essere più efficaci per la fede
raggiunge veramente quella sfera del nostro intimo che una lunga tradizione
culturale definisce come cuore. Quelle
parole della fede custodite nel cuore costituiscono un tesoro prezioso e raro
che ci sorregge nei momenti difficili, quando certe parole dette e udite in incontri
personali significativi ci tornano alla mente, ci sorreggono e ci guidano
nelle scelte più difficili della vita. Di questo alimento vitale la persona di
fede è sempre alla ricerca. Ne sente il bisogno
urgente come quando ha sete. E solo fino ad un certo punto esso può
essere tesaurizzato; ad un certo momento occorre sempre udire nuovamente le parole della fede, fare nuovamente incontri significativi. E' allora che ci
si muove da dove si è e si va ad ascoltare quelle parole e a fare quegli
incontri. Nella mia esperienza la fede è ricerca, non arriva a domicilio come un pacco postale, anche se la realtà
soprannaturale in cui confidiamo è dovunque e quindi non bisogna essere in un
posto particolare per esserne e rimanerne persuasi. Ma qualcuno ce le deve dire, le parole della fede, o noi
dobbiamo poterle dire a qualcuno. La nostra fede è intrinsecamente sociale.
L'esperienza della
fede è stata tradizionalmente descritta come un ricevere luce. Ciò è accaduto
anche in altre religioni. Chi ha la fede sente di poter vedere meglio, oltre
l'apparenza. E' una sorta di sguardo soprannaturale per il quale le cose
consuete ci appaiono, appunto, sotto un'altra
luce. E chi ha vissuto l'esperienza della tradizione della fede si rende
conto di essere stato considerato, da altri, come luce. Questo aprire gli occhi per vedere oltre
l'apparenza è il senso di quello che in religione definiamo profezia, per cui, ad un certo punto,
nonostante le contrarie apparenze, giungiamo
a proclamare "credo!".
Di solito a questo punto si dice che
l'incontro fondamentale è quello con il nostro primo Maestro, che noi crediamo
parte della realtà soprannaturale in cui confidiamo. Ma io non lo faccio. E questo perché quell'incontro non
rientra nella mia personale esperienza, anche se io, nella preghiera, mi
rivolgo al fondatore come ad una persona viva, presente qui e ora, e confido
che lo sia. Ma il soprannaturale rimane per me misterioso e insondabile, la
notte oscura e tuttavia amata di cui hanno scritto alcuni celebri mistici. In
ciò che a me personalmente è mancato ha
supplito e supplisce la fede detta e vissuta dalle altre persone importanti nella mia vita,
quelle dalle quali la mia fede è originata e dipende. Innanzi tutto i miei
familiari e i sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, tutti molto
importanti, nessuno di loro ho dimenticato. Poi i miei altri molti maestri ed
esempi di vita. Tutte le persone a cui debbo la fede. Non sono quindi
autosufficiente. E' come quando, facendo la Comunione, ricevo da altri il pane della vita, non prodotto da me, non
cambiato da me in una realtà soprannaturale, e la parola di vita proclamata con la frase "Il Corpo di Cristo" e dico "amen",
"è così", è questo assenso è il mio apporto alla liturgia collettiva.
Il dipendere da altri, che in altri ambiti mi è penoso, come quando in ospedale
non riuscivo più a fare da solo cose elementari della vita, in religione mi dà gioia e mi conforta e
rendo grazie di non essere solo, nella fede. Questa esperienza gioiosa dell'essere parte di una realtà ben disposta
verso di me, che mi sorregge e mi alimenta, evoca poi quella dell'essere creatura, non il prodotto del cieco determinismo
delle forze della natura, destinato a tornare nel nulla donde è venuto, ma il frutto
di un amorevole disegno e da esso orientato verso il Creatore e una vita
soprannaturale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli