La fede e la gioia
Un tempo, che io ho
vissuto, non era necessario spiegare il perché
della propria fede religiosa. Nell'epoca che viviamo è diverso. Lo si deve
fare. E il rendere ragione che è
richiesto è molto più impegnativo di quello a cui ci si riferiva alle origini,
quando si trattava, Scritture sacre alla mano, di dimostrare che gli eventi
fondativi della nostra fede erano stati predetti e che si erano effettivamente
svolti come preannunciato.
Non è il fatto di
confidare in realtà invisibili che costituisce un problema. E
neanche la circostanza che si crede in realtà soprannaturali le quali, benché
ritenute ben disposte verso di noi qui sulla Terra e in questo tempo, non si
manifestano concretamente tali, o comunque non sempre, per cui quando sul
sagrato della nostra chiesa parrocchiale esponiamo, come tutti gli anni, il
grande striscione con scritto "Dio
ti ama", poi, parlando con coloro che ci chiedono chiarimenti
esponendoci tutti le loro disgrazie, dobbiamo introdurre molti ragionamenti per
far intendere che con quell'espressione non vogliamo dire che le cose della
vita ci andranno sempre bene, anche
se sinceramente credenti e devoti alle prassi liturgiche, etiche e caritative.
Infatti nelle concezioni comunemente correnti tra le nostre genti la vita è
dominata da potenze incomprensibili e invisibili, caratterizzate da una certa
bizzarria e imprevedibilità di condotta, siano esse chiamate fortuna, economia globale, stato, Europa, la finanza, la scienza, la salute, oltre che con vari appellativi propriamente
soprannaturali e riferiti a potenze
magiche che riscuotono ancora abbastanza credito.
Il vero problema è
spiegare perché, in mezzo a un'offerta tutto sommato sovrabbondante di soprannaturale e realtà misteriose e magiche,
dovremmo confidare proprio nel soprannaturale descritto nella nostra teologia,
una realtà in cui, tutto sommato, ci viene chiesto moltissimo e ci viene dato,
qui e ora, poco, in termini di contraccambio spicciolo. La vita oltre la morte? Nessuno oggi ne ha esperienza, al di
là di esperienze visionarie e spesso allucinate, che in genere, alla lunga,
deludono. Rimane il fatto dell'inevitabile sfacelo del corpo, al quale la
nostra psiche appare inscindibilmente legata, e che i morti non ritornano. Che
ce ne viene, allora, ad avere fede, nella versione proposta dalla nostra
religione?
Poi ci sono tutte le
difficoltà che derivano dal dovere vivere una fede in un cui la dimensione
collettiva, culturale, è tanto importante, che richiede un faticoso
apprendimento, che impone di dominare molti istinti naturali e che quindi, in
questo senso, non è semplice, al modo
in cui lo erano e lo sono certi culti primitivi legati alle forze della natura.
Vivere una fede sociale richiede di
dover fare i conti con una tradizione
e con diverse autorità, con
l'approvazione o la disapprovazione sociale, con un numero sterminato di padri
e di madri, oltre che con una schiera innumerevole di persone verso le
quali siamo obbligati, al di là dei nostri reali sentimenti, a manifestare
sentimenti fraterni. E poi c'è la
storia, per molti versi tremenda, mediante la quale quella fede è giunta fino a
noi, che, pur apparendo essere stata indispensabile per recapitarla al nostro
domicilio, fino alle nostre vite, è sostanzialmente una sostanziale smentita di
quella stessa fede, nelle efferate malvagità che ha prodotto, ma anche, al di
là di quegli estremi, nei mali per così dire quotidiani che in essa si sono manifestati, dei quali l'attuale
crisi che viviamo nella nostra collettività religiosa è una delle espressioni.
Nella mia esperienza ogni apologia della fede basta su ragionamenti è vana. Nessuna della tradizionali "prove"
dell'esistenza del Creatore soprannaturale in cui crediamo è veramente
convincente, tale da non ammettere obiezioni. E neanche l'argomento proposto oggi dagli atei devoti, come già da altri prima di loro, secondo il quale la religione serve per tenere insieme la
società, che si creda o non in un
Creatore amorevole (è la tesi del "perché non possiamo non dirci appartenenti alla religione, benché non credenti"). Infatti l'esperienza ha dimostrato che le complesse
organizzazioni delle società umane contemporanee possono fare a meno, e di
fatto fanno a meno, della religione come affidamento in realtà soprannaturali come supremo fondamento della giustizia terrena.
L'unico argomento
che, per come la vedo io e secondo la mia esperienza di vita, è veramente
valido è che la fede, di fatto, dà gioia e
consente di mantenere una propria dignità personale anche nell'estrema
sofferenza. Ma questa è un realtà che bisogna vivere e sperimentare di
persona, non può essere comunicata da un essere umano all'altro, è quindi
veramente inesprimibile. "Venite e vedete", è l'unico
invito che possiamo fare, da persone di fede, a chi ci chiede ragione delle
nostre convinzioni.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.