giovedì 27 marzo 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (12)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


In questo processo di mediazione culturale, una specie di pellegrinaggio che si compie assieme e in compagnia con tutti i popoli, si può essere presi dalla paura di rischiare troppo, che può essere provocat[a] dalla fatica di cambiare, dall'intendere la tradizione in modo fossilizzato, il che impedisce di condurre la Chiesa per vie ignote, in terra estranea dove c'è da fidarsi solo sulla Parola di Dio e sulla sua fedeltà.
 Legge fondamentale del Vangelo [è] far sì che la fede, penetrando in ogni cultura, la faccia altra da quella che è, lievitandola in senso dinamico.
 Ci sono epoche nelle quali alle Chiese è chiesto di usare di più la libertà e la fantasia, la profezia per promuovere il gusto e il sentimento della differenza qualitativa. La nostra è una di queste.
 Amore e unità devono accompagnare e fondare il cammino di inculturazione sempre ripreso. Questa comunione nell'unità si qualifica come professione di una sola fede e deve essere vissuta non solo con l'animo del possesso, ma anche con quello del progetto, perché ancora attendiamo di vedere e di vivere tutta la pienezza di santità e di verità.
 Il paradosso del destino umano è che si diventa sé stessi diventando qualcosa d'altro. Ciò non toglie che bisogna individuare gli elementi di continuità. Ci sono alcuni elementi dinamici dell'identità cristiana che devono rimanere costanti. In questo tempo la questione è diventata importante, anche perché la stessa concezione della Chiesa  e della sua relazione con la storia e con il mondo si è modificata profondamente. Il volto della Chiesa emerso in questi  anni è meno giuridico e istituzionale, e più sacramentale e missionario. In effetti la Chiesa esiste perché il mondo creda. Essa non può limitarsi a parlare una lingua intesa e comprensibile solo tra credenti, ma deve di continuo imparare il linguaggio degli uomini e della loro storia.
 [Nello] schema classico degli Atti degli Apostoli, e più precisamente [nei] sommari (At 2,42-47; 4,32-35] sono evidenziati alcuni elementi qualificanti [dell'essere Chiesa]: la perseveranza nella dottrina degli apostoli, la comunione fraterna, l'assiduità alla frazione del pane e alla preghiera, la simpatia presso il popolo.
 
Mie considerazioni
  Storicamente, gli intenti di mantenere l'unità ideologica delle nostre collettività religiose hanno originato movimenti mortiferi e oppressivi. Questa esigenza di unità di pensiero è presto degenerata in quella che, con gli occhi contemporanei, può essere vista come una vera e propria ossessione. Essa ha fondamenti scritturistici ed è perciò assai difficile da superare. La sfida dei tempi nostri è di provare a farlo.
 Utilizzando la chiave di lettura dell'analisi dei moti repressivi, può essere individuata, nella storia della nostra confessione religiosa, un'era, che va dal Concilio di Trento, nel Cinquecento, al marzo 2013, che definirei l'era del Sant'Uffizio, quella dell'ultima Inquisizione romana, caratterizzata da una organizzazione burocratica centralizzata e globale della polizia ideologica religiosa, che ha avuto termine con un nostro sovrano religioso che a lungo era stato a capo di quella burocrazia. Negli ultimi quarant'anni l'azione di polizia ideologica ha prodotto il progressivo inaridimento del pensiero religioso e un gravissimo scollamento tra il popolo dei fedeli e la burocrazia da dove quell'azione repressiva scaturiva. Quella macchina poliziesca avrebbe tuttavia continuato a girare efficacemente, essendo un meccanismo particolarmente perfezionato ed efficiente, basato su raffinati schemi di pensiero e dotato di una notevole potenza mediatica, se non che altri settori della nostra burocrazia religiosa centrale hanno ceduto, disgregandosi, in un gravissimo processo degenerativo causato dall'inaridirsi delle nostre più coinvolgenti idealità di fede, per cui ciò che viene definito mondanità, intesa come smania del potere, del prestigio, della ricchezza e del piacere, e desiderio di compromessi e alleanze con altri potenti della Terra, ha fatto, di nuovo, irruzione negli ambienti di governo centrale della nostra confessione religiosa, arrivando a minacciare direttamente colui che dell'unità di fede è il simbolo mondiale. E' la storia della drammatica crisi che abbiamo collettivamente vissuto l'anno scorso, come ci è stata riferita direttamente da sui protagonisti e come è emersa dalle cronache.
 La polizia ideologica religiosa è stata esercitata, negli ultimi anni, secondo lo schema della lotta all'indifferentismo, basata su una sorta di tirannia della ragione, secondo una concezione per la quale, razionalmente, la verità è una e una sola. Uno schema analogo fu utilizzato, con conseguenza molto più gravi, sotto il regime stalinista, in Unione Sovietica, sistema politico caratterizzato anch'esso da forti azioni di polizia ideologica. In quest'ottica la ragione divide: separa coloro che manifestano un pensiero corretto, ortodosso,  da quelli che ne manifestano uno deviato. Quest'ultimo deve essere rettificato.
 Nell'ottica della mediazione culturale la ragione non è invece un fattore di divisione, ma di relazione. La verità è ricercata, ma  mai posseduta. Ci possono essere diversi approcci, accostamenti alla verità. Secondo questo schema il pluralismo ideologico non minaccia l'unità di fede e non va combattuto, ma è espressione di operazioni di inculturazioni  della fede.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli