lunedì 31 marzo 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (13)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


13

Quella che si chiama anche ortodossia [deve] intendersi come adesione vitale alla realtà annunciata. Si tratta di una testimonianza di vita.
 Come l'evangelista Giovanni richiama spesso, occorre  "fare la verità" (Gv 3,21; 1Gv 1,6), cioè interiorizzare anzitutto in se stessi la verità di Gesù Cristo perché essa diventi la sorgente segreta di ogni azione.
 Sempre secondo Giovanni la verità non è nozione astratta. Indica [invece] la rivelazione storica di Dio in Gesù Cristo, che si attualizza nel cuore dei credenti in virtù dello Spirito Santo. La Parola e la verità sono come un seme (1Gv 3,9), un olio di unzione (1Gv 2,20.27), acqua viva (Gv 4,10.14); trasforma a poco a poco il credente dall'interno e lo fa "nuovo" in tutto il suo agire.
 C'è una tensione molto feconda nel rapporto tra messaggio cristiano che è irreversibile e definito e la varietà delle espressioni dottrinali, culturali e pratiche, entro cui esso viene veicolato, adattato e spiegato nella vita. C'è il rischio continuo di diluire la forza del Vangelo, ma c'è anche il pericolo che [il] contenuto evangelico sia sopraffatt[o] da contaminazioni ideologiche proprie di certe stagioni culturali, o sia soffocat[o] da assolutizzazioni [esterne] alla rivelazione.
 Il magistero dei successori degli apostoli come anche quello della "collettività dei credenti" uniti ai pastori e sostenuti dalla Spirito nell'unità (Costituzione dogmatica Dei Verbum  - =la Parola di Dio - del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965) [aiutano]  "non sbagliarsi nella fede" (Costituzione dogmatica Lumen Gentium  - =Luce per le genti - del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965).
 Il centro essenziale e sostanziale di tutte le verità cristiane è la proclamazione della misericordia di Dio nell'evento di Gesù Cristo, uomo e Dio incarnato,  morto e risorto per noi, e perciò salvatore e vivente nei secoli. E attorno a simile proclamazione e professione sostanziale e sulla base di essa che va giudicata l'ortodossia o anche la sola compatibilità (o no) delle prospettive e delle opzioni culturali e vitali nuove, emergenti dal mutare degli anni.
 Qualcuno potrebbe pensare che il processo di inculturazione metta in pericolo l'universale forza vincolante dell'unico Vangelo, in quanto apre la via ad un pluralismo pernicioso e relativizzante. Ma si deve osservare che l'universalità del messaggio cristiano, dell'etica cristiana e dell'esperienza cristiana, non è da intendersi in modo fissista e statico, ma dinamico.
  Cita Tullo Goffi, Cattolicità dell'etica acculturata, 1979: "Il Signore ha offerto alla Chiesa il messaggio evangelico come fermento di unità cattolica da realizzare progressivamente; come grazia che orienta faticosamente verso la comunione nell'unica fede; come visione dottrinale destinata a riunire tutti i disparati valori in unità solamente alla fine".
 
Mie considerazioni
 
 La questione dell'ortodossia, del corretto modo di pensare ed esprimere la nostra fede religiosa, ha travagliato le nostre collettività religiose fin dalle origini e ne è rimasta traccia evidente in quella parte delle nostre Scritture sacre che riflette l'esperienze delle prime nostre aggregazioni di fede, in particolare negli scritti di Paolo di Tarso. L'intento di realizzare l'ortodossia ha suscitato storicamente incredibili efferatezze e violenze, fino ad arrivare a vere e proprie guerre,  realtà dalle quali oggi, seguendo il magistero del papa Giovanni Paolo 2°, possiamo onestamente prendere le distanze. Cambiare la storia non è possibile, è possibile invece falsificarne la memoria e ciò è stato fatto, a lungo. Oggi siamo invece chiamati ad un lavoro contrario, vale a dire a quella che è stato definito purificazione della memoria, che implica innanzi tutto fare realistica memoria di ciò che è accaduto e proporsi di distaccarsi dal male che  è stato fatto, prendendo un'altra direzione per il futuro. Non si tratta di ergerci a giudici di personaggi del passato, i quali vissero, ragionarono e agirono secondo la cultura dei loro tempi, per certi versi tanto diversa, e tanto più feroce e intollerante, di quella dei tempi nostri. Si tratta invece di non farsi dominare da un passato che contiene tanta brutalità. E' ciò che si fa, ad esempio, nel confrontarsi con certi brani crudeli delle nostre Scritture Sacre, in particolare di quelle che abbiamo adottato dall'antico giudaismo, in cui si fa l'apologia dell'omicidio, delle stragi, addirittura del genocidio, dello sterminio di interi popoli. Oggi, ad esempio,  non saremmo più disposti a passare tra le case dei nostri concittadini per trucidare, per sacro zelo, coloro che si sono dati agli idoli.  Quello che sto scrivendo può apparire ovvio, ma in realtà non lo è. Per certi versi sembra che solo l'anno scorso si sia usciti dall'era, durata cinque secoli!, dominata dal Sant'Uffizio, la rigida burocrazia di polizia ideologica che, secondo una visione ancora corrente ai tempi nostri, sembrava indispensabile per mantenere l'universalità del messaggio di fede, quasi che esso non si espandesse, in realtà, per  forza propria, soprannaturale.
 Noi laici non abbiamo voce nella riforma delle strutture del clero che esprimono il governo della nostra confessione religiosa. Decideranno quindi i vegliardi che occupano i posti di comandi. Può piacere  o non  piacere, ma così è. Viviamo comunque nel secolo giusto: le loro decisioni, qualunque esse siano, non sconvolgeranno le nostre vite. Fossimo stati, ad esempio, nel Cinquecento, sarebbe stato diverso.
 Quello che possiamo fare è sperimentare nuove forme di convivenza tra di noi, in cui si sia maggiormente tolleranti delle differenze di modi di pensare, di agire, di relazionarsi con gli altri fedeli e con le società intorno. E poi cercare di essere meno clericali, meno dipendenti in tutto, anche in quello che competerebbe primariamente a noi, dai sacerdoti. Cercare quindi di approfondire le questioni, di farsi carico dell'unità, di non rimanere sempre a rimorchio, come pesi morti, di qualche prete. E cercare di non prendere parte nelle lotte clericali, tra fazioni di preti. Non è una cosa facile perché ci hanno cresciuti insegnandoci a farci dipendenti dal clero, obbedienti e docili, al modo di un gregge. E a diffidare di tutti i devianti. Per non avere problemi, che poi potrebbero riflettersi duramente sulla nostra vita spirituale, si tende quindi, nelle questioni controverse, a concedere un assenso formale, mantenendo però riserve interiori. Questo non fa progredire le nostre collettività, che si sono infatti inaridite dal punto di vista del rinnovamento ideale. Si tende ad essere semplici ripetitori. Ecco che ora ci accusano di essere diventati delle mummie, di aver trasformato i nostri templi in musei. Sicuramente noi laici abbiamo le nostre responsabilità, ma bisogna pur dire che, finora,  quelli che comandavano ci hanno voluti proprio così, semplici comparse in uno spettacolo in cui i protagonisti erano i nostri sovrani religiosi. E, in effetti, non è ancora cambiato molto.
 Nell'esperienza religiosa si hanno ciclicamente a che fare con forme individuali e collettive di eccesso e stravaganza, movimenti visionari o tiranneggiati da guide spirituali dispotiche, correnti di bellicoso ritualismo, gruppi che cercano di scalare l'organizzazione feudale della nostra organizzazione religiosa per combattere guerre sante dall'alto dei troni religiosi e via dicendo. Una fede che si propone di fare unità nel genere umano e, in prospettiva, di unificarlo in un solo popolo animato dagli stessi ideali religiosi deve indubbiamente fare i conti con tutto ciò. Tuttavia, probabilmente, la questione va posta, ai tempi nostri, in termini diversi che come ortodossia, intesa come accettazione di un'unica autorità spirituale che tracci i confini con atti normativi e poi giudichi la conformità di pensieri e prassi nel quadro di una sorta di procedimento giudiziario. E, innanzi tutto, quello che si fa in questo campo deve essere forse svincolato dalla burocrazia del clero, che  viene talvolta ad assumere le funzioni di una polizia ideologica, se non esplicitamente politica.
 Dovremmo ideare e sperimentare meccanismi di riconoscimento reciproco condivisi che consentano di far coesistere pacificamente la diversità in una unità benevolente. Mi pare che proprio sviluppando le tematiche che dal secolo scorso hanno riguardato in religione la questione della pace si potrebbero raggiungere dei risultati. Ai tempi nostri infatti parliamo di pace in senso molto diverso dai secoli passati, nei quali una realtà pacificata era in definitiva concepita come quella in cui cessasse ogni dissenso, il pluralismo, la diversità di pensiero e prassi. La pacificazione era intesa quindi come repressione della ribellione. Nell'era contemporanea pace  significa accettazione delle diversità e ricerca di forme organizzative che consentano di farle coesistere senza che diano luogo a conflitti sociali. Il dialogo interreligioso si basa proprio su questa idea. Ciò ha consentito alla nostra confessione religiosa di fare pace con altre confessioni religiose in passato duramente combattute come  eretiche. Si tratta di un portato dei tempi nuovi che stiamo vivendo, che, dunque, non esprimono solo il male e il degrado, come taluni sembrano ritenere. Sono le democrazie occidentali contemporanee ad aver raggiunto i  migliori risultati e, in religione, ci siamo messi alla loro scuola. E, insomma, il nostro magistero professionale si è fatto in questo discepolo, pur continuando, formalmente, a dettare legge. Alcuni vedono in questo un male, ma i frutti sono buoni. Ai tempi nostri non si rischia più la vita per questioni religiose. I laici di fede italiani, che vivono da protagonisti queste nuove dinamiche democratiche, hanno ora la possibilità di essere creativi in campi in cui la polizia ideologica religiosa precludeva l'accesso, pretendendo uniformità e obbedienza. Mancano però le forme organizzative, perché la nostra confessione è ancora struttura al modo feudale. Ma sperimentazioni di base possono essere attuate, ad esempio nei rapporti di diversa ispirazione e tendenza che vivono nelle parrocchie. Dobbiamo innanzi tutto, per come la vedo io, iniziare dal proporci di non far fuori le esperienze degli altri, sebbene diverse dalle nostre.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli