martedì 1 aprile 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (14)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


14

 

  Faticosamente stima riscoprendo in questi anni [l'autore scrive nel 1982 - nota mia] la concezione neotestamentaria della fraternità, ben lontana dalla fratellanza di tipo stoico, dall'egualitarismo democratico oggi di moda, come anche dalla concezione di gruppo "settario" e isolato. Fraternità è frutto ed esigenza di un nuovo rapporto col Padre unico e con la sua volontà di salvezza universale in Cristo.
 Attualmente si cercano nuove forme di fraternità, di condivisione dei beni, di povertà evangelica gioiosa e liberante.
 Logico che vi siano in questi tentativi a volte delle radicalizzazione non sempre equilibrate o che si cada nella reciproca diffidenza fra gruppi. Ci sono gruppi che svendono quanto la Chiesa è stata ed ha fatto fino ad oggi, in nome di una purificazione radicale e di una rifondazione alla luce di un Vangelo inquadrato in schemi ideologici di moda. Ma ci sono anche gruppi che al contrario  assolutizzano forme storiche tradizionali fino ad accusare di illegittimità ogni tentativo altrui di rinnovamento. Tali gruppi si fronteggiano oggi nella Chiesa con reciproche repulsioni che dilacerano la comunione.
 Occorre distinguere bene il pluralismo di opzioni temporali  e la professione di fede nel valore singolare dello spirito delle beatitudini e nella speranza del compimento in Cristo di tutta la storia umana.
 Cita san Giovanni Crisostomo (4° secolo dell'era antica): "la Chiesa non è fatta per dividere quelli che si riuniscono, ma per riunire insieme quelli che sono divisi".
 Il centro visibile della comunità e della comunione fa recuperato a livelo locale, ed è il vescovo con il suo presbiterio. Senza comunione con essi, ed insieme ad essi con il Papa, non si dà autentica comunione cattolica, e l'esperienza di mediazione culturale rischia di assumere i connotati della provocazione settaria. Ma anche questa comunione non è fine a se stessa, ma è in vista del popolo di Dio chiamato a modellarsi sull'unità trinitaria e della riunione fra tutte le genti (Lumen Gentium -=luce per le genti; Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965), il che è la vera missione della Chiesa (Mt 28,19).  Una comunione che significasse la fine della creatività e della ricerca profetica, non sarebbe la comunione ereditata da Cristo.
 
Mie considerazioni
 
La fraternità universale supera i limiti fisiologici di un individuo della nostra specie. Si è calcolato, sulla base di sperimentazioni, che una persona umana è in grado di stabilire relazioni sociali profonde con non più di circa 150 persone (è il cosiddetto numero di Dunbar). E' solo in un gruppo più o meno  con questo numero di persone che si possono stabilire, per così dire naturalmente, relazioni sociali non conflittuali. Ma le società umane, e anche le nostre collettività religiose, sono composte da un numero molto più grande di individui. La strategia escogitata dalla nostra specie, con notevoli sviluppi per evoluzione culturale, è quella di non cercare di guardarsi in faccia gli uni con gli altri, tutti quanti siamo, cosa che appunto supera di gran lunga le nostre possibilità fisiologiche, ma di guardare  tutti verso determinati modelli o persone. Questo rende possibili relazioni pacifiche tra un numero enorme di individui e l'organizzazione della complessità delle nostre società. Il metodo democratico contemporaneo è il modello più evoluto di questa strategia e combina il guardare insieme verso modelli e persone, mentre il modello feudale monarchico era basato sostanzialmente sul guardare tutti insieme a delle persone, i sovrani fra loro coordinati gerarchicamente tutti rivolti verso un monarca a tutti superiore, che impersonava l'unità. Il vantaggio del modello democratico è di essere meno conflittuale di quello feudale perché basato  sulla pari dignità delle persone umano e quindi limitativo degli eccessi dispotici delle varie persone alle quali, secondo certi modelli, è attribuito il ruolo di guide. I conflitti tra coloro che ambiscono di impersonare  tali ruolo è condotto secondo procedure altamente formalizzate e, per questo, si proclama che ogni autorità è soggetta alla legge, a un certo modello ideale. Il sistema di tipo feudale ha storicamente prodotto un maggior livello di violenza, nella lotta tra i sovrani feudali per il predominio. Ciò è accaduto e accade nella nostra collettività religiosa che è , anacronisticamente, ancora organizzata sul modello feudale. In realtà noi sperimentiamo nella vita delle nostre collettività che non vi è, in genere un modo di composizione pacifico dei conflitti se non quello di decidere di sottomettersi tutti  ad un unico sovrano. Questa organizzazione è un prodotto dell'evoluzione culturale, non esisteva alle origini, anche se in teologia si pretende di trovarvi agganci con le nostre Scritture sacre.
 La concezione basata sull'idea che vi sia un popolo unito dalla fede e che esso deve potersi esprimere in ogni cosa della fede, emersa con forza all'inizio degli scorsi anni Sessanta,  non è in realtà componibile con la concezione feudale, secondo la quale l'unità consiste nella comune sottomissione a un sovrano, anche se le due concezioni continuano ad essere proposte insieme, come integrabili a vicenda. Presentare la dialettica che oggi si è prodotta nelle nostre collettività religiose come quella tra i vescovi e il Papa significa riproporre schemi antichi (più volte nella storia della Chiesa conflitti basati su di essa si sono accesi, anche con conseguenze tragiche): il centro della questione è se mettere o non mettere radicalmente in questione il sistema feudale di organizzazione che abbiamo ereditato dai secoli passati. Non si verte quindi in materia di contrasto tra un re e i suoi lords, i suoi feudatari ma tra re e popolo. Dove spira il vento del soprannaturale: sul re e i suoi feudatari o sul popolo? Si sostiene che quest'ultimo avrebbe un particolare senso della fede, ma poi, in realtà lo si ascolta poco e, innanzi tutto, di solito lo zittisce. Esso non parla con una voce sola, è infatti una realtà pluralistica. Questo spaventa. La verità, si dice infatti,  è una e una sola ed è quella proclamata dal monarca supremo. Se così non fosse il gregge si disperderebbe, si sostiene. Ma un popolo può essere visto ancora, realisticamente, come un gregge? Avere voluto continuare a considerarlo tale ha prodotto la gravissima e drammatica crisi che la nostra collettività religiosa sta vivendo.
 Questo mese saremo invitati a celebrare due nostri grandi sovrani religiosi, di un passato non lontano.  Verrà quindi in questione la nostra storia recente. Accorreranno le folle, qui a Roma. In occasione di precedenti eventi simili, esse sono state solo comparse di uno spettacolo liturgico diretto a manifestare il grande consenso verso il nostro sistema feudale di organizzazione religiosa, andando dove veniva detto loro di andare, recitando e cantando le parole che veniva detto loro di recitare e di cantare. Questo grande convergere di gente potrebbe però essere anche l'occasione propizia per interrogarsi se quel ruolo ci soddisfi veramente ancora. E se, di fronte ai problemi della nostra storia, si debba mantenere l'organizzazione che abbiamo ricevuto dalla nostra tradizione o proseguire il processo di aggiornamento iniziato all'inizio degli anni Sessanta.
 
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli