Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
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Faticosamente stima
riscoprendo in questi anni [l'autore scrive nel 1982 - nota mia] la concezione neotestamentaria della fraternità, ben
lontana dalla fratellanza di tipo stoico, dall'egualitarismo democratico oggi
di moda, come anche dalla concezione di gruppo "settario" e isolato.
Fraternità è frutto ed esigenza di un nuovo rapporto col Padre unico e con la
sua volontà di salvezza universale in Cristo.
Attualmente si
cercano nuove forme di fraternità, di
condivisione dei beni, di povertà evangelica gioiosa e liberante.
Logico che vi siano
in questi tentativi a volte delle radicalizzazione non sempre equilibrate o che
si cada nella reciproca diffidenza fra gruppi. Ci sono gruppi che svendono quanto
la Chiesa è stata ed ha fatto fino ad oggi, in nome di una purificazione
radicale e di una rifondazione alla luce di un Vangelo inquadrato in schemi
ideologici di moda. Ma ci sono anche gruppi che al contrario assolutizzano forme storiche tradizionali
fino ad accusare di illegittimità ogni tentativo altrui di rinnovamento. Tali
gruppi si fronteggiano oggi nella Chiesa con reciproche repulsioni che
dilacerano la comunione.
Occorre distinguere
bene il pluralismo di opzioni temporali
e la professione di fede nel valore singolare dello spirito delle
beatitudini e nella speranza del compimento in Cristo di tutta la storia umana.
Cita san Giovanni
Crisostomo (4° secolo dell'era antica): "la Chiesa non è fatta per
dividere quelli che si riuniscono, ma per riunire insieme quelli che sono
divisi".
Il centro visibile
della comunità e della comunione fa recuperato a livelo locale, ed è il vescovo
con il suo presbiterio. Senza comunione con essi, ed insieme ad essi con il
Papa, non si dà autentica comunione cattolica, e l'esperienza di mediazione culturale
rischia di assumere i connotati della provocazione settaria. Ma anche questa
comunione non è fine a se stessa, ma è in vista del popolo di Dio chiamato a
modellarsi sull'unità trinitaria e della riunione fra tutte le genti (Lumen Gentium -=luce per le genti;
Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965), il che è la vera
missione della Chiesa (Mt 28,19). Una
comunione che significasse la fine della creatività e della ricerca profetica,
non sarebbe la comunione ereditata da Cristo.
Mie considerazioni
La fraternità universale supera i limiti fisiologici di un
individuo della nostra specie. Si è calcolato, sulla base di sperimentazioni,
che una persona umana è in grado di stabilire relazioni sociali profonde con non
più di circa 150 persone (è il cosiddetto numero
di Dunbar). E' solo in un gruppo più o meno con questo numero di persone che si
possono stabilire, per così dire naturalmente,
relazioni sociali non conflittuali. Ma le società umane, e anche le nostre
collettività religiose, sono composte da un numero molto più grande di
individui. La strategia escogitata dalla nostra specie, con notevoli sviluppi
per evoluzione culturale, è quella di non cercare di guardarsi in faccia gli
uni con gli altri, tutti quanti siamo, cosa che appunto supera di gran lunga le
nostre possibilità fisiologiche, ma di guardare tutti verso determinati modelli
o persone. Questo rende possibili relazioni pacifiche tra un numero enorme di individui
e l'organizzazione della complessità delle nostre società. Il metodo
democratico contemporaneo è il modello più evoluto di questa strategia e
combina il guardare insieme verso
modelli e persone, mentre il modello feudale monarchico era basato
sostanzialmente sul guardare tutti
insieme a delle persone, i sovrani fra loro coordinati gerarchicamente
tutti rivolti verso un monarca a tutti superiore, che impersonava l'unità. Il vantaggio del modello
democratico è di essere meno conflittuale
di quello feudale perché basato sulla pari dignità delle persone umano e
quindi limitativo degli eccessi dispotici delle varie persone alle quali,
secondo certi modelli, è attribuito il ruolo di guide. I conflitti tra coloro che ambiscono di impersonare tali ruolo è
condotto secondo procedure altamente formalizzate e, per questo, si proclama che
ogni autorità è soggetta alla legge,
a un certo modello ideale. Il sistema di tipo feudale ha storicamente prodotto
un maggior livello di violenza, nella lotta tra i sovrani feudali per il
predominio. Ciò è accaduto e accade nella nostra collettività religiosa che è ,
anacronisticamente, ancora organizzata sul modello feudale. In realtà noi
sperimentiamo nella vita delle nostre collettività che non vi è, in genere un
modo di composizione pacifico dei conflitti se non quello di decidere di
sottomettersi tutti ad un unico sovrano. Questa organizzazione è
un prodotto dell'evoluzione culturale, non esisteva alle origini, anche se in
teologia si pretende di trovarvi agganci con le nostre Scritture sacre.
La
concezione basata sull'idea che vi sia un popolo
unito dalla fede e che esso deve potersi esprimere in ogni cosa della fede,
emersa con forza all'inizio degli scorsi anni Sessanta, non è in realtà componibile con la concezione
feudale, secondo la quale l'unità consiste nella comune sottomissione a un
sovrano, anche se le due concezioni continuano ad essere proposte insieme, come
integrabili a vicenda. Presentare la dialettica che oggi si è prodotta nelle
nostre collettività religiose come quella tra i vescovi e il Papa significa
riproporre schemi antichi (più volte nella storia della Chiesa conflitti basati
su di essa si sono accesi, anche con conseguenze tragiche): il centro della
questione è se mettere o non mettere radicalmente in questione il sistema
feudale di organizzazione che abbiamo ereditato dai secoli passati. Non si
verte quindi in materia di contrasto tra un re e i suoi lords, i suoi feudatari ma tra re
e popolo. Dove spira il vento del soprannaturale: sul re e i suoi feudatari
o sul popolo? Si sostiene che quest'ultimo avrebbe un particolare senso della fede, ma poi, in realtà lo
si ascolta poco e, innanzi tutto, di solito lo zittisce. Esso non parla con una
voce sola, è infatti una realtà pluralistica. Questo spaventa. La verità, si
dice infatti, è una e una sola ed è
quella proclamata dal monarca supremo. Se così non fosse il gregge si
disperderebbe, si sostiene. Ma un popolo può
essere visto ancora, realisticamente, come un gregge? Avere voluto continuare a considerarlo tale ha prodotto la
gravissima e drammatica crisi che la nostra collettività religiosa sta vivendo.
Questo mese saremo
invitati a celebrare due nostri grandi sovrani religiosi, di un passato non lontano. Verrà quindi in questione la nostra storia recente. Accorreranno le
folle, qui a Roma. In occasione di precedenti eventi simili, esse sono state
solo comparse di uno spettacolo liturgico diretto a manifestare il grande consenso
verso il nostro sistema feudale di organizzazione religiosa, andando dove
veniva detto loro di andare, recitando e cantando le parole che veniva detto
loro di recitare e di cantare. Questo grande convergere di gente potrebbe però
essere anche l'occasione propizia per interrogarsi se quel ruolo ci soddisfi
veramente ancora. E se, di fronte ai problemi della nostra storia, si debba mantenere l'organizzazione che abbiamo ricevuto dalla nostra tradizione o proseguire il processo di aggiornamento iniziato all'inizio degli anni Sessanta.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli