Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
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Afferma fortemente
S.Paolo: "Poiché c'è un solo pane,
noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo a
quest'unico pane" (1 Cor
10,17).
Nei molteplici gruppi
e nelle esperienze varie spesso la celebrazione dell'eucaristia rimane il punto
di incontro più alto e intenso.
L'eucaristia della ecclesìa (termine del greco antico, che
significava assemblea del popolo, passato
poi nel latino come ecclèsia, da cui Chiesa) locale rende presente la sostanza
della Chiesa tutta intera, facendo dinamicamente tutte le esperienze cristiane
comunitarie.
Nel fare memoria di
quanto Dio ha fatto per noi nella pasqua del suo Figlio, la Chiesa viene
chiamata ad assumersi delle responsabilità in ordine alla liberazione degli
uomini.
"Una volta
attirati alla sequela di Cristo nell'eucaristia, i cristiani trovano la forza
di liberare se stessi e i loro fratelli da ogni manipolazione e di divenire
costruttori di un mondo nuovo, dove i diritti e la dignità di ciascuno siano
rispettati, non a parole ma a fatti" (cita un testo sul Congresso
eucaristico internazionale di Lourdes, 1981).
Mie considerazioni
L'esperienza dimostra che la nostra fede
funziona molto meglio come fattore di liberazione
individuale, personale, che
collettivo. Solo nei primi quattro, cinque secoli della nostra storia religiosa
le nostre collettività hanno espresso potenzialità di innovazione e
liberazione. Per un tempo veramente lunghissimo, durato fino alla metà del
secolo scorso, esse si sono aggregate in un impero religioso che ha sempre teso,
dove ha potuto, a stipulare alleanze con i sovrani civili, senza tener tanto
conto del loro orientamento etico. In genere la religione come manifestazione
collettiva viene tuttora sperimentata
come espressione di orientamenti conservatori e di azioni repressive. Appare
superficialmente che, per essere religiosi, ci si debba sottomettere ai preti
e ai loro alleati politici. Solo approfondendo si può scoprire e sperimentare il
potenziale liberatorio che è insito nella nostra fede. Coloro che hanno cercato
di teorizzare e di attuare prassi liberatorie a sfondo religioso sono stati
duramente repressi, in particolare dalla fine degli anni Settanta. Ogni volta
che in religione si affronta il tema della libertà
inizia col precisare, pignolescamente, che cosa non deve intendersi per libertà. Sembra poi che quando si passa a
dare una definizione di libertà in
positivo rimanga poco. In genere ai fedeli viene posto come pio obiettivo l'obbedire liberamente al volere dei nostri sovrani religiosi.
In effetti, finché si
rimane sul generico, le parole libertà
e liberazione fanno effettivamente parte
del lessico religioso. Quando però si cerca di dare un po' di concretezza a
questi aneliti liberatori, le cose si complicano.
L'unico campo in cui
l'azione collettiva a sfondo religioso appare ottenere risultati di un certo
rilievo è quello del volontariato sociale. Per il resto, quando uno si propone
di agire in altri settori della società civile, gli viene di solito intimato di
farlo sotto la propria responsabilità e senza manifestare motivazioni
religiose: viene in sostanza sconfessato.
Così, la grande
emotività che deriva dalle nostre grandi celebrazioni liturgiche rimane in
genere ad un livello collettivo piuttosto superficiale e le folle, dopo essersi
adunate e aver pregato insieme, si disperdono, e se non lo fanno spontaneamente ci si preoccupa
di disperderle. Per tanto tempo è andata bene così. E' possibile cambiare? E'
possibile. Ma bisogna prepararsi, riprendere in mano i libri, correre il
rischio di sperimentare. In genere, noi laici si va dietro ai preti, e loro sono
inseriti in un sistema feudale che ha sempre funzionato bene come strumento
repressivo in tutti i sensi. Oggi forse non si arriverebbe alle inaudite
asprezze che furono riservate, ad esempio, a Lorenzo Milani, ma mi pare che un
certo conformismo continui ad essere apprezzato.
Effettivamente nella
fede si può fare l'esperienza che viene definita come rinascita. La fede può cambiare molto profondamente la vita. Ma poi
sembra che non si possa realizzare una unità
collettiva se non rinunciando a gran parte di ciò che si è diventati da rinati.
Rinunciando quindi ad essere costruttori
di un mondo nuovo. La Gerusalemme
celeste, la nuova casa degli essere umani nel soprannaturale, giungerà del
cielo già pronta e adorna per essere abitata, si dice, senza che noi si debba fare granché. E' solo
allora che i sovrani saranno deposti dai troni e innalzati gli umili, come è
scritto.
Il problema è forse il
voler avere un solo mondo nuovo.
Bisognerebbe pensare se invece si debba accettare il nuovo in una sua
dimensione pluralistica, in modo che l'esigenza di unità non divenga il motivo di costruire non nuove città, ma un grande carcere planetario.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli