giovedì 3 aprile 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (15)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


15

 

  Afferma fortemente S.Paolo: "Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo a quest'unico pane"  (1 Cor 10,17).
 Nei molteplici gruppi e nelle esperienze varie spesso la celebrazione dell'eucaristia rimane il punto di incontro più alto e intenso.
 L'eucaristia della ecclesìa (termine del greco antico, che significava assemblea del popolo, passato poi nel latino come ecclèsia, da cui Chiesa) locale rende presente la sostanza della Chiesa tutta intera, facendo dinamicamente tutte le esperienze cristiane comunitarie.
 Nel fare memoria di quanto Dio ha fatto per noi nella pasqua del suo Figlio, la Chiesa viene chiamata ad assumersi delle responsabilità in ordine alla liberazione degli uomini.
 "Una volta attirati alla sequela di Cristo nell'eucaristia, i cristiani trovano la forza di liberare se stessi e i loro fratelli da ogni manipolazione e di divenire costruttori di un mondo nuovo, dove i diritti e la dignità di ciascuno siano rispettati, non a parole ma a fatti" (cita un testo sul Congresso eucaristico internazionale di Lourdes, 1981).
 
Mie considerazioni
 
 L'esperienza dimostra che la nostra fede funziona molto meglio come fattore di liberazione  individuale, personale, che collettivo. Solo nei primi quattro, cinque secoli della nostra storia religiosa le nostre collettività hanno espresso potenzialità di innovazione e liberazione. Per un tempo veramente lunghissimo, durato fino alla metà del secolo scorso, esse si sono aggregate in un impero religioso che ha sempre teso, dove ha potuto, a stipulare alleanze con i sovrani civili, senza tener tanto conto del loro orientamento etico. In genere la religione come manifestazione collettiva  viene tuttora sperimentata come espressione di orientamenti conservatori e di azioni repressive. Appare superficialmente che, per essere religiosi, ci si debba sottomettere ai preti e  ai loro alleati politici. Solo approfondendo si può scoprire e sperimentare il potenziale liberatorio che è insito nella nostra fede. Coloro che hanno cercato di teorizzare e di attuare prassi liberatorie a sfondo religioso sono stati duramente repressi, in particolare dalla fine degli anni Settanta. Ogni volta che in religione si affronta il tema della libertà inizia col precisare, pignolescamente, che cosa non deve intendersi per libertà. Sembra poi che quando si passa a dare una definizione di libertà in positivo rimanga poco. In genere ai fedeli viene posto  come pio obiettivo l'obbedire liberamente al volere dei nostri sovrani religiosi.
 In effetti, finché si rimane sul generico, le parole libertà e liberazione fanno effettivamente parte del lessico religioso. Quando però si cerca di dare un po' di concretezza a questi aneliti liberatori, le cose si complicano.
 L'unico campo in cui l'azione collettiva a sfondo religioso appare ottenere risultati di un certo rilievo è quello del volontariato sociale. Per il resto, quando uno si propone di agire in altri settori della società civile, gli viene di solito intimato di farlo sotto la propria responsabilità e senza manifestare motivazioni religiose: viene in sostanza sconfessato.
 Così, la grande emotività che deriva dalle nostre grandi celebrazioni liturgiche rimane in genere ad un livello collettivo piuttosto superficiale e le folle, dopo essersi adunate e aver pregato insieme, si disperdono, e se non lo fanno spontaneamente ci si preoccupa di disperderle. Per tanto tempo è andata bene così. E' possibile cambiare? E' possibile. Ma bisogna prepararsi, riprendere in mano i libri, correre il rischio di sperimentare. In genere, noi laici si va dietro ai preti, e loro sono inseriti in un sistema feudale che ha sempre funzionato bene come strumento repressivo in tutti i sensi. Oggi forse non si arriverebbe alle inaudite asprezze che furono riservate, ad esempio, a Lorenzo Milani, ma mi pare che un certo conformismo continui ad essere apprezzato.
 Effettivamente nella fede si può fare l'esperienza che viene definita come rinascita. La fede può cambiare molto profondamente la vita. Ma poi sembra che non si possa realizzare una unità collettiva se non rinunciando a gran parte di ciò che si è diventati da rinati.  Rinunciando quindi ad essere costruttori di un mondo nuovo. La Gerusalemme celeste, la nuova casa degli essere umani nel soprannaturale, giungerà del cielo già pronta e adorna per essere abitata, si dice,  senza che noi si debba fare granché. E' solo allora che i sovrani saranno deposti dai troni e innalzati gli umili, come è scritto.
 Il problema è forse il voler avere un solo mondo nuovo. Bisognerebbe pensare se invece si debba accettare il nuovo in una sua dimensione pluralistica, in modo che l'esigenza di unità non divenga il motivo di costruire non nuove città, ma un grande carcere planetario.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli