La ricetta della
felicità?
Fin da bambino ho
fatto parte di diverse nostre collettività religiose e penso di saperne
abbastanza per ammettere onestamente che esse non hanno la ricetta della
felicità. Ogni età e ogni condizione di vita ha i suoi problemi e la fede non
li risolve. Quello che ci si può attendere da un'esperienza di fede è,
talvolta, un senso di pienezza, di appagamento, e non è poco. Ma il nostro
cuore rimane inquieto. Ogni sicurezza raggiunta va sempre quotidianamente
consolidata, altrimenti frana miseramente. Vedete bene che, scrivendo questo,
non faccio il propagandista del sacro,
non cerco di stupirvi con effetti
speciali e fantasmagorie. La mia esperienza della
fede è infatti più vicina a quella che il teologo tedesco Karl Rahner, nel solco
di una tradizione mistica molto importante, descrisse come un salto nel buio, che a quella, luminosa, descritta nel documento La luce della fede promulgato l'anno
scorso dal nostro vescovo e padre universale. Non credo che questa differente
sensibilità, tra me e molti altri che vivono in religione, possa essere
definita nei termini di giusto/sbagliato.
Questo anche se molti, catechismo
alla mano, avrebbero forse da ridire. Il mio modo di sentire la fede corrisponde a una onorevole tradizione religiosa a sfondo mistico, quella incentrata sull'idea
di notte oscura e sull'esigenza di
sfrondare la fede da molti fronzoli, da molte cose non indispensabili che vi
sono costruite intorno. A volte mi pare che sia proprio tutto questo contorno,
tutta questa apparenza, che attira
superficialmente la gente. In genere poi, facendo affidamento su queste cose,
si rimane delusi e si iniziano a fare rimostranze con i preti, cercando invano
di farsi spiegare perché quello che ci capita non va come ci aspetteremmo.
Qualche volta le nostre attese dipendono da promesse incaute. Accade in
particolare quando si fa troppo conto sulla teologia, che è valida finché descrive realisticamente la fede vissuta di una collettività, non
quando crea mondi fantastici e spinge la gente a farvi affidamento. In Azione
Cattolica sentiamo molto il bisogno di gente nuova, ma non la vorremmo a qualsiasi costo. La nostra fede, per
come la vediamo noi, non è una bella favola per bambini. La sofferenza, nella
fede, rimane ed è vera sofferenza. Le sventure si abbattono anche sulle persone
di fede e rimangono vere sventure. Ci sono problemi che anche chi crede
religiosamente non riesce a risolvere. Non tutte le malattie possono essere
sanate. La vita in una collettività, sebbene animata da buoni propositi, non
sempre è facile. E la sofferenza estrema la si affronta in genere da soli,
perché essa è un universo dove nessuno ha cuore di seguirci. Nella mia
esperienza di dolore non è vero che ci viene data solo la quantità di
sofferenza che possiamo sopportare. La quantità di sofferenza che ci può essere
somministrata ha un solo limite, la morte. Lo dico con cognizione di causa,
avendo frequentato per diversi anni i luoghi di sofferenza estrema e di morte
dei malati gravi.
Che cosa ce ne viene,
allora, dall'essere religiosi, dal seguire una disciplina di vita basata su una
fede condivisa? In base a quello che ho sperimentato e di cui quindi posso
parlare con cognizione di causa, la fede religiosa consente di mantenere la
propria dignità personale anche in situazioni estreme. E' questa la vera luce
che risplende nelle tenebre. Questo
risultato non è mai una conquista individuale, ma il risultato di un'azione
collettiva, di una liturgia. E' la
preghiera in comune, in una collettività di fede, che lo produce. Questo è, per
come la intendo io, il significato di quello che in ecclesialese/teologhese viene definito essere in comunione. Ecco perché, volendo prospettare agli altri
ciò che la fede significa e produce, non rimane altro che dir loro "venite e vedete". Nelle
nostre liturgie, che sono preghiere collettive, l'esperienza più intensa di
quello a cui mi riferisco si fa nella Messa. Questo si capisce meglio maturando
negli anni, quando comincia a sfuggire il senso della propria vita,
allontanandosi dall'era riproduttiva, in cui è la natura che potentemente ci
infonde il senso della nostra propria dignità e lo manifesta agli altri intorno
a noi. In quei tempi siamo come bei fiori colorati e profumati, naturalmente attraenti. In un certo senso l'esperienza di
chi si fa enuco per il Regno e rinuncia a
quella intensissima fonte di dignità e di senso della vita che è costituita
dall'istinto naturale riproduttivo consiste proprio in questo, nel mettersi
alla prova per vedere se, al di là della cieca natura che tutto domina (fino a
un certo punto), c'è qualcos'altro su cui fondare la propria integrità
personale. La scelta contraria è invece quella, ad esempio, di avere un mucchio
di amanti o di fare un mucchio di figli,
abbandonandosi così alla natura che è capace di poderosi moventi. L'ordine naturale
però non considera gli individui, ma solo la specie, e così la soggezione alla natura è in definitiva
soggezione alla morte, inferta e subita, al servaggio al principio crudele pesce grosso
mangia pesce piccolo e il potente schiaccia il debole. Come è
possibile vivere una fede come la nostra in cui si fa tanto affidamento, in fondo,
sulla natura, fino a vedervi la mano del soprannaturale, pur cercando di
elevarsi al soprannaturale? Questo è uno dei molti paradossi della nostra fede.
In teologia lo si spiega insegnando che la natura in cui viviamo è ferita dal peccato. Tutta la creazione
geme e soffre, non però come un
malato terminale, ma come una partoriente, anche se poi la partoriente muore
nel dare alla luce un nuovo nato. Razionalizzare ulteriormente è impossibile.
Ogni verità proclamata dalla fede può essere osservata
solo mantenendosi a una certa distanza, osservando con un certo rispetto, non
come l'anatomopatologo che, con i suoi ferri del mestiere, tritura, affetta,
reperta, mette sotto vetro, osserva al microscopio. Quelle verità, se vengono così
maltrattate, evaporano, ci sfuggono.
Non vi basta? Come
persona di fede non ho nulla di più da offrirvi. Ma in religione naturalmente non
ci sono solo io, non è valida solo la mia visione delle cose. Cercate allora
l'acqua viva da chi ve la può dare. Chiedetevi però, innanzi tutto, se è di
quell'acqua che, nella vostra situazione concreta di vita avete sete. E tenete
conto che affrontare il soprannaturale richiede una certa sapienza, senza la
quale tutto rimane a livello di sogno, di pia illusione. Allora la fede non
nutre, ma è come una sorta di stupefacente che lenisce per un po',
inebetendoci, le sofferenze della vita: questa storicamente è stata una delle
critiche più serie, perché in gran parte fondata, mossa alla nostra esperienza
religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.