venerdì 4 aprile 2014

La ricetta della felicità?


La ricetta della felicità?

  

 Fin da bambino ho fatto parte di diverse nostre collettività religiose e penso di saperne abbastanza per ammettere onestamente che esse non hanno la ricetta della felicità. Ogni età e ogni condizione di vita ha i suoi problemi e la fede non li risolve. Quello che ci si può attendere da un'esperienza di fede è, talvolta, un senso di pienezza, di appagamento, e non è poco. Ma il nostro cuore rimane inquieto. Ogni sicurezza raggiunta va sempre quotidianamente consolidata, altrimenti frana miseramente. Vedete bene che, scrivendo questo, non faccio il propagandista del sacro, non cerco di stupirvi con effetti speciali e  fantasmagorie. La mia esperienza della fede è infatti più vicina a quella che il teologo tedesco Karl Rahner, nel solco di una tradizione mistica molto importante, descrisse come un salto nel buio, che a quella, luminosa, descritta nel documento La luce della fede promulgato l'anno scorso dal nostro vescovo e padre universale. Non credo che questa differente sensibilità, tra me e molti altri che vivono in religione, possa essere definita nei termini di giusto/sbagliato. Questo anche se molti, catechismo alla mano, avrebbero forse da ridire. Il mio modo di sentire la fede corrisponde  a una onorevole tradizione religiosa  a sfondo mistico, quella incentrata sull'idea di notte oscura e sull'esigenza di sfrondare la fede da molti fronzoli, da molte cose non indispensabili che vi sono costruite intorno. A volte mi pare che sia proprio tutto questo contorno, tutta questa apparenza, che attira superficialmente la gente. In genere poi, facendo affidamento su queste cose, si rimane delusi e si iniziano a fare rimostranze con i preti, cercando invano di farsi spiegare perché quello che ci capita non va come ci aspetteremmo. Qualche volta le nostre attese dipendono da promesse incaute. Accade in particolare quando si fa troppo conto sulla teologia, che è valida finché descrive realisticamente  la fede vissuta di una collettività, non quando crea mondi fantastici e spinge la gente a farvi affidamento. In Azione Cattolica sentiamo molto il bisogno di gente nuova, ma non la vorremmo a qualsiasi costo. La nostra fede, per come la vediamo noi, non è una bella favola per bambini. La sofferenza, nella fede, rimane ed è vera sofferenza. Le sventure si abbattono anche sulle persone di fede e rimangono vere sventure. Ci sono problemi che anche chi crede religiosamente non riesce a risolvere. Non tutte le malattie possono essere sanate. La vita in una collettività, sebbene animata da buoni propositi, non sempre è facile. E la sofferenza estrema la si affronta in genere da soli, perché essa è un universo dove nessuno ha cuore di seguirci. Nella mia esperienza di dolore non è vero che ci viene data solo la quantità di sofferenza che possiamo sopportare. La quantità di sofferenza che ci può essere somministrata ha un solo limite, la morte. Lo dico con cognizione di causa, avendo frequentato per diversi anni i luoghi di sofferenza estrema e di morte dei malati gravi.
 Che cosa ce ne viene, allora, dall'essere religiosi, dal seguire una disciplina di vita basata su una fede condivisa? In base a quello che ho sperimentato e di cui quindi posso parlare con cognizione di causa, la fede religiosa consente di mantenere la propria dignità personale anche in situazioni estreme. E' questa la vera luce che risplende nelle tenebre.  Questo risultato non è mai una conquista individuale, ma il risultato di un'azione collettiva, di una liturgia. E' la preghiera in comune, in una collettività di fede, che lo produce. Questo è, per come la intendo io, il significato di quello che in ecclesialese/teologhese viene definito essere in comunione. Ecco perché, volendo prospettare agli altri ciò che la fede significa e produce, non rimane altro che dir loro "venite e vedete". Nelle nostre liturgie, che sono preghiere collettive, l'esperienza più intensa di quello a cui mi riferisco si fa nella Messa. Questo si capisce meglio maturando negli anni, quando comincia a sfuggire il senso della propria vita, allontanandosi dall'era riproduttiva, in cui è la natura che potentemente ci infonde il senso della nostra propria dignità e lo manifesta agli altri intorno a noi. In quei tempi siamo come bei fiori colorati e profumati, naturalmente  attraenti. In un certo senso l'esperienza di chi  si fa enuco per il Regno e rinuncia a quella intensissima fonte di dignità e di senso della vita che è costituita dall'istinto naturale riproduttivo consiste proprio in questo, nel mettersi alla prova per vedere se, al di là della cieca natura che tutto domina (fino a un certo punto), c'è qualcos'altro su cui fondare la propria integrità personale. La scelta contraria è invece quella, ad esempio, di avere un mucchio di amanti o  di fare un mucchio di figli, abbandonandosi così alla natura che è capace di poderosi moventi. L'ordine naturale però non considera gli individui, ma solo la specie, e  così la soggezione alla natura è in definitiva soggezione alla morte, inferta e subita, al servaggio al principio crudele pesce grosso  mangia pesce piccolo  e il potente schiaccia il debole. Come è possibile vivere una fede come la nostra  in cui si fa tanto affidamento, in fondo, sulla natura, fino a vedervi la mano del soprannaturale, pur cercando di elevarsi al soprannaturale? Questo è uno dei molti paradossi della nostra fede. In teologia lo si spiega insegnando che la natura in cui viviamo è ferita dal peccato. Tutta la creazione geme e soffre, non però come un malato terminale, ma come una partoriente, anche se poi la partoriente muore nel dare alla luce un nuovo nato. Razionalizzare ulteriormente è impossibile. Ogni verità  proclamata dalla fede può essere osservata solo mantenendosi a una certa distanza, osservando con un certo rispetto, non come l'anatomopatologo che, con i suoi ferri del mestiere, tritura, affetta, reperta, mette sotto vetro, osserva al microscopio. Quelle verità, se vengono  così maltrattate, evaporano, ci sfuggono.
 Non vi basta? Come persona di fede non ho nulla di più da offrirvi. Ma in religione naturalmente non ci sono solo io, non è valida solo la mia visione delle cose. Cercate allora l'acqua viva da chi ve la può dare. Chiedetevi però, innanzi tutto, se è di quell'acqua che, nella vostra situazione concreta di vita avete sete. E tenete conto che affrontare il soprannaturale richiede una certa sapienza, senza la quale tutto rimane a livello di sogno, di pia illusione. Allora la fede non nutre, ma è come una sorta di stupefacente che lenisce per un po', inebetendoci, le sofferenze della vita: questa storicamente è stata una delle critiche più serie, perché in gran parte fondata, mossa alla nostra esperienza religiosa.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.