Sinodalità e democrazia (ancora)
Hanno intervistato un signore che occupa un posto importante nel nostro apparato ecclesiastico. Gli hanno chiesto se si intendesse andare nella stessa direzione, in materia di sinodalità, di quando c’era quell’altro. Sì, ha risposto, ma bisogna mettere un po’ a punto la differenza tra sinodalità e democrazia, perché la verità non può essere decisa a maggioranza.
Quando si parla delle cose della nostra Chiesa, non bisogna mai perdere la pazienza. Su certi temi si deve tornare continuamente, ancora e ancora: non si arriva mai a un punto fermo. Non è mai accaduto, anche quando si impiegò una ferocia incredibile per tacitare chi si faceva di nuovo avanti. Questo atteggiamento paziente è il cuore della sinodalità ecclesiale; la violenza è il suo contrario.
Sinodalità è non aver cuore di fare a meno di chi la pensa diversamente. Non a caso ho usato il termine cuore, perché è cosa che ha a che fare con la bontà agàpica secondo il Vangelo, quella che muove le viscere e che avvertiamo come compassione, e definiamo anche pietà, misericordia. Questa, nella mia esperienza di fede, è la verità del cristianesimo che mi ha avvinto e ancora mi avvince. Può essere detto meglio. Ma la sostanza rimane convincente. Non è stato forse comandato di fare agàpe gli uni con gli altri al modo in cui pensiamo di essere parte di una relazione agàpica con il Fondamento? È il comandamento nuovo, sì, ma anche quello supremo perché il Fondamento, da cui pensiamo di originare e verso cui pensiamo che tutto si stia muovendo, è agàpe, è scritto.
Questa è la differenza fondamentale rispetto al concetto e alla pratica della democrazia, che è una forma di organizzazione politica sostenuta dal diritto, per porre limiti giuridici, formali, ad ogni potere sociale che pretenda di esserne esente. Ponendo quei limiti, si fa spazio. L’istituzione delle libertà civili, allora, non è una conseguenza della democrazia, ma è la democrazia stessa. Non ne è però il cuore, perché la democrazia non ha cuore, non è una socialità agàpica, ed è in questo che differisce sostanzialmente dalla sinodalità. Non esclude la violenza, ma la regola in modo che sia coerente con i suoi fini; ha riguardo alle collettività anche quando protegge la sfera di libertà delle singole persone. Se ne occupa come parte del sistema di limiti ai poteri sociali. E qui risulta molto evidente una cosa che spesso sfugge quando si parla di democrazia nella nostra assolutamente non democratica e nemmeno agàpica, tremenda, eppure insostituibile, necessaria, e per questo anche amata Chiesa: in democrazia il potere delle maggioranze non è un assoluto, perché esso è limitato non solo da incomprimibili sfere di libertà delle minoranze, ma addirittura delle singole persone. Ma ciò non per esigenze di cuore, agàpiche, ma perché ciò è funzionale agli scopi della democrazia. Si è visto che, alla prova dei fatti, si è rivelata una regola sociale infallibile che ogni potere assoluto degenera sempre nell’abuso e l’abuso è controproducente per la sopravvivenza di una società.
Ma come la mettiamo con la verità, che è sempre messa di mezzo dal nostro Magistero quando gli si contestano gli spietati abusi del passato e del presente?
Se ne trattò in un’enciclica che ha il grande pregio della chiarezza nel porre i termini della questione, la Carità nella verità – Caritas in veritate, del 2009, non a caso scritta da un grande teologo, il quale non ebbe remore a polemizzare con chi pretendeva di ricavare dall’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del 1967, uscita da una delle grandi anime della nostra fede, che l’agàpe sia criterio veritativo, quindi che si venga riconosciuti come seguaci del Cristo da come si costruisce l’agape al modo come egli ce la insegnò. No, è scritto nella Caritas in veritate, la carità consiste invece, anzitutto,nel conformarsi scrupolosamente al sistema di enunciati formali costruito nei secoli, con logica stringente, dalla teologia confermata dai poteri risultati vincenti sui campi di battaglia, in quella storia di incredibile violenza di cui scrivevo prima. Una logica razionale spietata perché viene prima dell’agàpe, il cuore del cristianesimo, e ne costituisce criterio veritativo: in quella prospettiva, è vera agàpe solo quella coerente con quella razionalità, che è dunque criterio supremo, un assoluto, senza limiti. Si capisce che questa non è una concezione compatibile con la democrazia, che non consente assoluti. La sua spietatezza non mi pare coerente con l’agàpe. Fu un assoluto imposto sui patiboli. La democrazia li abolì, pur istituendone di propri, e da allora viene tacciata di relativismo dal nostro Magistero, che, del tutto a ragione, se ne sente minacciato nella propria pretesa di imporre la sua verità a minoranza, laddove la democrazia, a maggioranza, le nega il valore politico di verità, come assoluto, negando quindi alle gerarchie ecclesiastiche di dominare la politica imponendo la loro volontà alle maggioranze. Una logica senza cuore contrastata da una politica, quella democratica, dove il cuore non è l’essenziale.
La sinodalità è pensata, e si vorrebbe anche viverla, in modo molto diverso, secondo il cuore del cristianesimo, l’agàpe, dove al centro non è un sistema di limiti sociali né un sistema di assoluti logici, ma il principio per cui si vorrebbe superare la reciproca estraneità senza sopprimere e uniformare, al modo in cui si è immaginata la vita intima del Fondamento. In quest’ottica la sinodalità non si oppone alla democrazia, ma le dà un cuore, o, come anche s’è detto, un’anima, il grande anelito del cristianesimo democratico.
Mario Ardigó – 25 gennaio 2026