Blog al servizio dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli
sabato 30 settembre 2017
Fin dal primo momento
Fin dal primo momento
Fin dal primo momento la missione dell’Azione
Cattolica fu l’azione sociale e politica.
Bisogna situare la nascita dell’organizzazione
nell’anno 1906, non prima. Questo perché in precedenza le associazioni del
laicato di fede italiano non avevano il legame istituzionale con il Papato e le
Diocesi che invece fu istituzionalizzato con gli statuti approvati quell’anno.
Dal 1874 il laicato di fede italiano si era riunito in un coordinamento nazionale denominato Opera dei Congressi. Quest’ultima
terminò nel 1904, sciolta d’autorità dal Papa all’epoca regnante, Giuseppe
Sarto, in religione Pio 10°. La nuova Azione
Cattolica non ne fu la riforma, ma
la sostituzione. Nella soppressione dell’Opera
dei Congressi era stato cruciale il tema della democrazia, in particolare
quello della costituzione di un vero e proprio partito politico per partecipare
a quella italiana. Il Papato fu durissimo su questo argomento, così come in
generale lo fu, a quell’epoca, in materia di cultura religiosa. L’azione
politica, che si presentava come necessaria anche per sostenere le
rivendicazioni in materia del Papa, in fortissima polemica con le istituzioni
del Regno d’Italia dopo la soppressione nel 1870 dello Stato pontificio e la
conquista militare di Roma, avrebbe dovuto farsi sotto il diretto controllo del
Papato e dei vescovi italiani, senza alcuna autonomia dei laici.
La nuova organizzazione venne strutturata in tre associazioni di
settore, con propri dirigenti e autonomia d’azione: L’Unione popolare, l’Unione
Economica-sociale, l’Unione nazionale
tra gli elettori cattolici. Va evidenziato che nel 1906 ancora vigeva il
divieto religioso, per i fedeli cattolici, di partecipare alle elezioni
politiche nazionali, introdotto dal 1861 e ribadito nell’enciclica Fermo proposito, del 1905, con la quale si deliberò la nuova Azione Cattolica.
Geneticamente, per così dire,
l’Azione Cattolica nasce anche per occuparsi di elezioni
politiche. E, innanzi tutto, per sostenervi le ragioni politiche del Papato. La
gente radunata nell’Azione Cattolica era più o meno la stessa di quella che aveva animato
l’Opera dei Congressi. Mancarono
quelli che subirono la dura repressione, nel corso della persecuzione religiosa
del modernismo, un movimento che
proponeva la riforma della cultura religiosa. Tra di essi Romolo Murri, tra gli
ideatori di un impegno politico di democrazia
cristiana (e tra i fondatori della FUCI, la Federazione Universitaria
Cattolica Italiana). L’idea di una democrazia
cristiana, di una politica ispirata ai valori di fede, a quell’epoca venne
considerata come un’eresia modernista. Tuttavia anche nell’Azione Cattolica fondata nel
1906 si svilupparono processi democratici e, anzi, la Repubblica democratica
organizzata alla caduta del regime fascista mussoliniano nel 1946 vide il
contributo determinante di cattolici democratici formati in quell’associazione.
Quest’evoluzione non fu possibile, però, senza il consenso del Papato: fin dall’inizio
si ebbe infatti chiara consapevolezza del collegamento tra politica e valori, e
sui valori tra i cattolici regna il Papa, anche se nel tempo anche quella
monarchia si è fatta più o meno costituzionale, partecipata. Questo
cambiamento di indirizzo si ebbe solo durante il lungo regno (1939-1958) del papa Eugenio Pacelli, in
religione Pio 12°, e, in particolare tra il 1941 e il 1944, durante la Seconda
Guerra Mondiale, che piuttosto rapidamente si era volta al peggio per l’Italia,
anche se poi per la nazione si trascinò in un’interminabile agonia, conclusa
nella primavera del 1945.
Il Papato, nel 1906, voleva un laicato di fede sottomesso, ma preparato e consapevole,
che non finisse preda delle emozioni e degli istinti suscitati dagli agitatori
sociali, vale a dire i demagoghi (la
parola, di origine nel greco antico, significa appunto agitatori sociali).
Si legge, su questi temi, in Gabriele De Rosa, il movimento cattolico in Italia - Dalla restaurazione all’età giolittiana,
Laterza, 1979 [richiede una
formazione universitaria; si trova solo in biblioteca]:
“Dalla lettura degli statuti [della
nuova Azione Cattolica], emergeva la
volontà della Santa Sede di avere un laicato
disciplinato, sottomesso, diviso in determinate branche di lavoro, senza
velleità partitiche di nessun genere. Completamente estranea alla relazione [con
vennero accompagnati nel 1906, nel convegno a Firenze in cui vennero deliberati
quegli statuti] era ogni idea circa la
possibilità di organizzare un vero e proprio partito cattolico. Le
organizzazioni cattoliche venivano invitate allo studio e all’approfondimento della «questione sociale»
[ quella riguardante la giustizia sociale nel mondo del lavoro, con
riflessi nell’organizzazione politica della società] e dei «principi dell’incivilimento
cristiano». Le alte direzioni ecclesiastiche avrebbero
sorvegliato a che questo studio e questo lavoro di propaganda si compissero
nella più completa e scrupolosa ortodossia.
Ma a designare meglio la volontà della Santa
Sede, oltre agli statuti delle diverse Unioni, sopraggiunse un fatto nuovo, che
«gittò l’acqua ghiacciata sul fuoco dei propositi e delle
illusioni» [cita un libro di C. Crispolti del 1913] di
quanti erano convinti - e fra questi lo stesso Luigi Sturzo [1871-1959,
prete e politico - nel 1919 fondò con altri esponenti del cattolicesimo
democratico italiano il Partito popolare
italiano, il primo ispirato ai valori di fede e della democrazia] - che se non proprio l’autonomia, qualche
cosa si sarebbe ottenuto sulla via di una maggiore libertà per i cattolici nelle attività politiche. Il
fatto nuovo era costituito dalla presentazione che il segretario di Stato [uno
dei principali uffici della Curia pontificia, l’organizzazione che coadiuva il
Papa nella sua missione] faceva per
lettera, ai delegati cattolici riuniti a convegno [a Firenze nel1906] delle
«norme fondamentali dell’azione cattolica diocesana» che il papa
desiderava fossero prese a base delle
nuove organizzazioni. Queste norme, in
pratica, ponevano tutte le attività dei cattolici in ciascuna diocesi, quindi
anche quelle proprie delle singole Unioni,
sotto «l’alta dipendenza del vescovo», allo scopo, come diceva il primo
articolo delle «norme», «di promuovere, reggere e coordinare l’azione cattolica
locale, in conformità agli insegnamenti
e istruzioni della Santa Sede.
[…]
Il ricordo dell’ultima agitata assemblea di Bologna [dell’Opera
dei Congressi, nel 1903] da cui era
uscita l’affermazione democratica cristiana, faceva paura. Si mirò ad avere più
un coro di consensi a programmi già
approvati in alto loco che il dibattito aperto e franco fra le tendenze, pur nel rispetto di una comune volontà di obbedienza. Insomma, incominciò il
regime della tutela in luogo del regime della responsabilità”.
Solo tra il 1941, con la dura
lezione della catastrofe della guerra, e il Concilio Vaticano 2° (1962-1965),
all’esito del successo della riforma democratica dell’Europa occidentale in cui
tanta parte avevano avuto i cattolici democratici, si affermò l’idea dell’autonomia e responsabilità del laicato di fede nell’ideazione e sviluppo dell’azione
sociale e politica: una conquista culturale che va rinnovata di generazione in
generazione e che vede nell’Azione cattolica italiana tra i principali
protagonisti.
Nessuna meraviglia, quindi, che in un gruppo
parrocchiale di Azione cattolica, e sul blog
che ad esso fa riferimento, si
discuta di politica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
venerdì 29 settembre 2017
Parlamento
Parlamento
Gli storici sicuramente si riferiranno al tempo tra il dicembre 2016 e
la primavera del 2018, poco più di un anno, come ad un’epoca molto significativa
della storia nazionale, nella quale la storia degli italiani ha preso una delle
direzioni possibili e non altre. Non sempre si vivono momenti così. Accadde, ad
esempio, tra il 1993 e il 1994, quando in pochi mesi furono organizzati nuovi
partiti e nuove coalizioni politiche e si passò da un sistema di governo
nazionale centrato sulla Democrazia Cristiana ad uno basato sull’alternanza di
coalizione politiche di centro-destra e di centro-sinistra.
Nel dicembre 2016 i cittadini dovettero
decidere se approvare una riforma costituzionale, quindi delle istituzioni
supreme, che consentisse al più forte dei partiti sulla piazza, pesato in base
a voti ricevuti alle elezioni, di sviluppare la sua politica senza poter essere
paralizzato dalle altre formazioni politiche. Per la prima volta da molto
tempo, si sviluppò nell’opinione pubblica un vasto dibattito, vagliando gli
argomenti a favore e quelli contrari. La proposta fu respinta. Prevalsero
quelli che temevano un forte concentrazione di potere in un unico gruppo
politico. La proposta era di cambiare l’organizzazione di Parlamento, Governo e
Regioni e i loro poteri, ma, una volta attuata la riforma, ne poteva conseguire
in tempi brevi il mutamento anche di altre parti della Costituzione, in
particolare quelle contenenti principi fondamentali di civiltà. Prevalse,
dunque, un atteggiamento prudente.
Nelle elezioni politiche della prossima primavera si dovrà decidere essenzialmente
sul quadro di alleanze internazionali in cui l’Italia deve essere inserita e sul modello di sviluppo economico e sociale da seguire. Il primo tema comprende i
rapporti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America e la partecipazione,
o il livello di partecipazione, nelle situazioni di guerra che si sono
sviluppate ai confini orientali e meridionali dell’Europa, con particolare
riferimento al nord Africa; il secondo riguarda il tipo di capitalismo da
attuare in economia, il livello di intervento del Governo in economia, il
sostegno a chi si trova in difficoltà, comprese sanità e pensioni e aiuti ai
disoccupati, l’istruzione pubblica, quindi il sistema scolastico a tutti i
livelli, e la formazione dei più giovani al lavoro. E il tema degli immigrati
di cui tanto si parla, e si straparla? E’ del tutto marginale
rispetto alle altre questioni in ballo. Le soluzioni possibili su quel problema
dipenderanno da che risposta si darà agli altri temi. Se si deciderà di
allontanarci dall’Unione Europea e di seguire, ad esempio, la politica proposta
dal presidente statunitense Donald Trump, chi sta peggio in società sarà
abbandonato, immigrati poveri compresi, e, probabilmente, l’Italia si impegnerà
in una qualche guerra, ad esempio in Libia, ma anche altrove nel mondo,
seguendo la politica attualmente assai bellicosa degli Stati Uniti d’America. I
giovani dovranno lottare duramente tra loro per conquistare un qualche lavoretto, che si farà sempre meno
stabile e sempre peggio pagato. La vita dei vecchi e dei malati si farà più
difficile, a parte una piccola quota di privilegiati che riusciranno ad essere
coperti da forme di previdenza migliori, per cui riusciranno ad avere pensioni
decenti e un’assistenza sanitaria valida.
Tutto dipenderà non solo dal tipo di persone che saranno elette nel
prossimo Parlamento, ma anche dalle politiche che dalle elezioni usciranno
accreditate. Tutti e due questi aspetti devono essere considerati nel fare le
proprie scelte alle elezioni. La scelta delle persone è molto importante perché
ne risulta condizionata la capacità di sviluppare le politiche proposte. Si possono
avere belle idee, ma poi essere incapaci di attuarle, in particolare in
Parlamento, dove non si lavora da soli o solo con chi condivide certe opinioni,
ma insieme a molti altri, spesso dissenzienti, perché il Parlamento tende a
riflettere, rappresentandola, la
società nazionale, nelle sue varie componenti.
La
parola “Parlamento” richiama l’idea del parlare.
E’ una struttura dello Stato composta da due assemblee, una di circa seicento
membri e l’altra di circa la metà. L’idea che ci si vada per parlare non è
sbagliata. Parlare nel senso di dialogare. Non ha senso
parlare da soli, non credete? Alcuni sembra che pensino che lo abbia. Dialogando
si esaminano in dettaglio le varie questioni, da più punti di vista quanti sono
gli interlocutori, vale a dire che si discute. Emergono i problemi, si
possono riconfigurare gli obiettivi, ciascuno dovrebbe dare il meglio di sé. Non
è che ognuno debba proporre la propria opinione
e poi si vada alla conta. Si portano
argomenti e li si valuta. Una proposta ben argomentata
non è più una semplice opinione, un punto di vista, uno vale l’altro. Tutto
questo parlare, dialogare e discutere serve a prendere decisioni
consapevoli, ben argomentate, che si basino su una visione realistica dei
problemi, e innanzi tutto della società, che tengano conto delle obiezioni ben
argomentate. In questo lavoro i vari gruppi che si formano in Parlamento, sulla
base delle formazioni politiche che la società ha espresso, i partiti innanzi
tutto, non si scontrano sempre, ma il più del tempo si confrontano. Se uno però va in Parlamento
con l’idea di scontrarsi e basta, parte male, perché decide di non fare
gran parte del lavoro che serve. Naturalmente la capacità di dialogo e quindi di confronto non è
innata e non è sviluppata in tutti allo stesso livello. Così è giusto dire che
un parlamentare non si crea il giorno delle elezioni, ma
in una vita intera. Molto dipende dalla
sua istruzione e dalle sue esperienze civili. Un incolto difficilmente avrà
capacità di dialogo: avrà una visione del mondo e della società in cui vive
piuttosto ristretta e si sentirà come affogare quando ne scopre, invece, la
vastità e complessità. Uno che nella sua vita nei conflitti è stato portato ad
agitarsi invece che a mediare, cercando soluzioni condivise, continuerà a farlo
anche in Parlamento e non sarà un buon parlamentare. Nella scelta tra i
candidati, nei limiti in cui il sistema elettorale la consente, occorrerà studiare
bene le biografie di chi si propone. Che ha fatto nella vita? Che risultati ha
ottenuto in società? E’ aperto al dialogo? Ha una sufficiente istruzione?
Conosce a sufficienza la situazione sociale del suo tempo? Spesso basta sentir
parlare una persona per farsene un’idea affidabile. E’ quello che fanno gli
insegnanti quando interrogano gli allievi. Non è un mistero: ci sono stati parlamentari
che sembravano avere un’insufficiente
dimestichezza con la lingua nazionale. Fare un errore ogni tanto accade anche
ai professori universitari. Ma quando accade troppo spesso bisogna
insospettirsi.
Dal mio
punto di vista, sarebbe meglio non mandare in Parlamento gente che poi vuole
fare il bullo. Propongo questo
argomento: più si discute sulle decisioni da prendere, più si esaminano sotto vari
aspetti con il contributo di più gente possibile e possibilmente di gente di valore,
minore è la probabilità di scelte avventate e poco consapevoli. Si rischia di
meno. Poiché in Parlamento ci si va per prendere decisioni molto importanti, dalle quali dipendono le
vite dei cittadini, è meglio eleggere persone istruite e capaci di dialogare e
di discutere, con buoni curriculi in questo campo, che abbiano dato buona prova
di sé.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
giovedì 28 settembre 2017
Ora è il momento di darsi da fare
Ora è il momento di darsi da fare
In genere si ritiene
che nelle elezioni politiche siano decisivi gli ultimi giorni, e addirittura il
giorno stesso delle votazioni, ma non è così.
Sono decisivi i mesi prima del giorno in cui si vota, da
quando si sa che ci saranno elezioni anticipate, prima dei cinque anni dalle
precedenti, o si sta avvicinando la loro scadenza normale. E’ allora che i
partiti che vogliono partecipare programmano, non quello che intendono fare, ma
quello che diranno agli elettori di voler fare,
e non è la stessa cosa.
Come decidono?
Annusano l’aria, sentono che si dice in giro. Non dovrebbero innanzi tutto acquisire
consapevolezza realistica di ciò che è necessario fare? Dovrebbero. Ma la loro urgenza
principale è quella di vincere le elezioni, per potere aver voce che conta in
Parlamento e nelle decisioni del Governo. Bisogna presentarsi in modo che la
gente voti nel modo che si desidera. E se poi gli eletti non terranno fede alle
promesse elettorali? In qualche
misura è sempre accaduto. In campagna elettorale ci si sbilancia un po’, come
quando al mercato rionale i venditori magnificano la propria merce. Gente seria
non eccederà. Ma c’è chi lo farà, soprattutto se gli elettori non sono persone
che vanno tanto per il sottile.
Nelle riunioni riservate
che sempre si fanno in campagna elettorale, si cerca di fare dei pronostici sui
voti su cui in qualche modo si può contare. Un tempo, ad esempio, un partito come la Democrazia Cristiana poteva
far conto sull’appoggio della maggior parte dei parroci. Il Partito Comunista
Italiano riteneva di avere un buon bacino di elettori tra gli iscritti al
sindacato CGIL. Il Partito Liberale Italiano aveva molti sostenitori nella buona borghesia, gente ricca e autonoma
da certi condizionamenti che derivavano dai problemi della vita che affliggono
le famiglie comuni, ma, naturalmente, si trattava di una piccola porzione degli
elettori e, infatti, quel partito era uno di quelli minori. Contava alleandosi
con partiti più grossi; ad esempio con la Democrazia Cristiana che, fino al
1994, rimase quello più forte, il partito, come si dice, di maggioranza relativa.
Nel suo momento
peggiore, alle elezioni politiche del 1992, la Democrazia Cristiana, fondata
nel 1942 da esponenti del cattolicesimo democratico italiano, arrivò ad avere circa il 29% dei voti per il
rinnovo del Parlamento, più o meno come i maggiori partiti di oggi. Questo non
fece molta impressione, perché la minaccia del comunismo di tipo sovietico a
quell’epoca era cessata. Ma, quando, nel 1983, era arrivata ad avere solo il
32% alle elezioni politiche la gente si era molto preoccupata. Temeva una
specie di rivoluzione. La paura era stata ancora più forte quando, in una tornata delle
precedenti elezioni nazionali, quelle del 1976, si temette il sorpasso, vale a dire che il Partito
Comunista Italiano avesse più voti della Democrazia. C’era già stato nelle
elezioni regionali dell’anno precedente. Ma poi la Democrazia Cristiana
quell’anno ebbe il 38% e rimase il partito maggiore. Espresse l’indirizzo di
governo e gran parte dello stesso personale di governo per un tempo molto lungo,
ininterrottamente, dal 1945 al 1994, anno in cui, a seguito di un cambio di
denominazione e di una scissione delle
correnti di centro-destra, diventò qualcosa di diverso. Furono suoi uomini tutti
i Presidenti del Consiglio dei ministri fino al 1994, ad eccezione degli anni
in cui lo furono Giovanni Spadolini, repubblicano, tra il 1981 e il 1982, e il socialista Bettino Craxi, dal 1983 al 1987. Solo verso la fine della sua esperienza
politica, più o meno in corrispondenza con i due governi Craxi a metà degli
anni ’80, la Democrazia Cristiana cercò di darsi una propria ideologia, un
proprio programma di riforma sociale, in particolare iniziando a progettare
riforme costituzionali in senso maggioritario. In precedenza, fondamentalmente,
la sua ideologia era stata liberamente tratta dalla dottrina sociale della
Chiesa e, bisogna precisarlo, quest’ultima subì nel tempo degli adattamenti
sulla base dell’esperienza politica concreta fatta dai laici cattolici italiani
nella Democrazia Cristiana ed anche in altri partiti. Si imparò facendo le
cose, governando. Gli anni ’80 furono caratterizzati da un fiorire di
tantissime scuole di politica, in particolare negli ambienti
cattolici. Si pensava a progettare una nuova
politica. La Democrazia Cristiana si aprì al contributo di esterni, in gran parte provenienti dal mondo dell’associazionismo
cattolico, indicendo anche una speciale loro assemblea nel 1981. Ma la cosa non funzionò e sfociò nell'insuccesso elettorale del 1983. Alle successive
elezioni, nel 1987, in cui io svolsi le funzioni di presidente di seggio, quel
partito ebbe il 34% dei voti. Poi, dal 1989, il mondo di prima cambiò
improvvisamente. Nata per sostenere il ritorno alla democrazia nella lotta contro
il regime fascista, e poi per continuare a sostenere i processi democratici di fronte alla minaccia
del comunismo di ispirazione sovietica, cercando indurre in quello italiano
l’assimilazione della democrazia occidentale, la Democrazia Cristiana, federazione di molte anime del cattolicesimo politico italiano, perse
senso con la fine di quel tipo di comunismo. Nel 1994, a seguito della nuova
legge elettorale maggioritaria del 1993, iniziò l’era dell’alternanza tra
coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra, conclusa nel 2011. La
Democrazia Cristiana aveva finito il suo tragitto nella storia nazionale.
Ho fatto riferimento particolare alla
Democrazia Cristiana sia per il suo stretto collegamento con il mondo cattolico
italiano, compresa la gerarchia costituita da Papa e vescovi, sia per il fatto
che ho su di essa notizie di prima mano attraverso miei parenti e loro amici,
sia per evidenziare questo: la Democrazia Cristiana non annusava mai l’aria prima delle elezioni politiche. I suoi
programmi elettorali e quelli reali non dipendevano infatti dagli umori della
gente in un certo momento, in particolare sotto elezioni. Il patto concluso,
tramite Alcide De Gasperi (1881-1954; presidente del Consiglio dei ministri dal
1945 al 1953), con il Papato, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, prevedeva l’appoggio incondizionato della
gerarchia cattolica, e quindi quello di massa dei cattolici italiani, al
partito purché mantenesse la sua ispirazione alla dottrina sociale e,
attraverso di essa, il suo riferimento agli orientamenti politici del Papato. Questo
collegamento con il Papato si indebolì progressivamente dal 1978, durante il
regno di san Karol Wojtyla, Giovanni Paolo 2° in religione, non molto
interessato agli affari italiani e invece tutto proiettato sullo scenario
europeo, per ricongiungere l’Europa orientale a quella occidentale, il suo
grandioso progetto politico che, agli inizi del suo pontificato, apparve
irrealistico. Ma il collegamento rimase, fino all’ultimo. Quella caratteristica
della politica democristiana garantì una straordinaria stabilità nell’indirizzo
di governo, nonostante il mutare veloce dei presidenti del Consiglio del
ministri. Che io ricordi, non ve ne sono altri esempi nelle storie delle
democrazie occidentali contemporanee. Tra il 1945 e il 1994, quasi
cinquant’anni, si ebbero in Italia fondamentalmente tre indirizzi politici,
tutti originati ed egemonizzati dalla Democrazia Cristiana: centrista
(1945-1964), primo centrosinistra (1964-1976) unità nazionale (1976-1979), secondo centrosinistra (1979-1994). A quei
tempi i Papi, attraverso le loro encicliche spiegavano alla gente,
sinteticamente, come andava il mondo e davano indicazioni su come procedere
e il partito, con una certa autonomia
naturalmente perché fin dall’inizio tenne alla sua laicità, quindi a non sacralizzare
le sue politiche in modo che
potessero essere liberamente negoziate con altri partiti politici, attuava, tenendo
conto di ciò che la situazione politica nazionale e internazionale in concreto consentiva.
Ai tempi nostri è
molto diverso. Che cosa è cambiato? Qualcosa è cambiato, certo. L’ideologia che
va per la maggiore non è quella del Papato o di altri centri politici
nazionali. Si segue ancora, con diverse varianti naturalmente, quella che fu escogitata e diffusa negli anni
’80 in Occidente, e tra i popoli egemonizzati dagli occidentali o che ne
seguivano i costumi, al tempo del presidente statunitense Ronald Reagan e del
primo ministro britannico Margaret
Thatcher. Apparve molto potente perché accreditata di aver prodotto la
sconfitta del comunismo di scuola sovietica, quello che aveva una specie di papato nell’Unione Sovietica, grande
entità politica crollata nel 1991. La realtà, a me che vissi quegli anni
consapevolmente, appare un po’ diversa. Il socialismo di tipo sovietico, basato
fondamentalmente su sviluppi delle politiche di Lenin e di Stalin, entrò in
crisi in tutto il mondo nel corso degli anni ’70, che paradossalmente furono
anche quelli della massima egemonia politica, militare e culturale dell’Unione
Sovietica. L’ideologia di Reagan e della Thatcher si limitò ad approfittare
della situazione ed ebbe la meglio per la storica incapacità dei comunismi di
scuola sovietica di riformarsi. E ciò a differenza dei sistemi politici di tipo
capitalistico, che avevano subìto profondi processi di riforma a partire dalla
grande crisi economica e finanziaria globale del 1929, analoga a quella prodottasi, sempre a partire dagli
Stati Uniti d’America, nel 2008.
Quell’ideologia di scuola Reagan/Thatcher
prevede che i più deboli siano lasciati al loro destino e che i più forti siano
lasciati liberi di dominare economicamente la società e di arricchirsi. E’
chiaro che, presentandola per quella che è, non attrarrebbe le masse, nelle
quali, è chiaro, i più forti sono
minoranze. Ecco la necessità, sotto elezioni, di annusare l’aria e di
confezionare un prodotto che possa convincere gli elettori a mettere
sulla scheda elettorale il segno nel posto giusto, nonostante quell'impostazione di fondo che ne svantaggia la maggior
parte. E’ di questi tempi che questo lavoro viene fatto.
Come ci si riesce?
Ci si riesce. Non si riesce forse a convincere la gente a giocare alle
macchinette video-poker, scommesse e lotterie, in cui vincono veramente
solamente quelli che gestiscono il gioco e pochissimi altri? Si spiega alle
persone la cosa, razionalmente, con esposizione delle probabilità infime di
vincita, ma la gente tuttavia continua a spendere soldi alle macchinette e negli altri giochi d'azzardo.
Chi condivide
l’ideologia Reagan/Thatcher non ha problemi: non deve fare nulla. Il sistema,
senza correttivi, procederà per inerzia
in quella direzione. La spia che rivela la presenza di quell’ideologia al di là
delle varie confezioni elettorali proposte, il suo marcatore, è lo slogan “Meno tasse!”. Si può essere certi che chi
lo usa proseguirà nella linea
Reagan/Thatcher.
Chi invece non la
condivide è bene che si dia da fare, ora!, nei confronti dei politici di
riferimento. Quale modello di sviluppo propongono? Uno in cui i deboli vengono
lasciati a se stessi? E’ un progetto che appare in rotta di collisione con gli
insegnamenti della dottrina sociale, che ci invita invece a farci prossimi agli altri sul modello del buon samaritano evangelico. Se ci viene risposto che i
soldi non ci sono, questo non depone favorevolmente per chi lo dice. Come, non ci sono i soldi?! Siamo una delle
nazioni più ricche del pianeta. Com’è che bisogna abbandonare la gente, mentre
vediamo che c’è chi si arricchisce a dismisura e concentra nelle sue mani gran
parte delle ricchezze del mondo, Italia compresa? Ho letto che l’anno scorso
otto persone avevano nelle loro mani più o meno una ricchezza pari a quella posseduta da oltre tre miliardi della gente
più povera. Qualche anno prima andava meglio, erano in qualche decina i più
ricchi del pianeta. La situazione sta evolvendo rapidamente verso un
arricchimento stratosferico di sempre meno persone. L’ideologia Reagan/Thatcher, secondo la quale favorire
l’arricchimento dei più ricchi avrebbe poi finito per far ricchi tutti, non ha
mantenuto le promesse. Come poteva accadere diversamente? Mi sembra un po’ come
quando Pinocchio, nella bella favola di Collodi, semina gli zecchini d’oro
credendo al Gatto e alla Volpe che gli dicono che da essi nasceranno piante di
zecchini d’oro, con tantissime monete in più. Poi gli zecchini seminati spariscono.
Come sono spariti i risparmi di vite intere di tanti poveretti che hanno
creduto a certe promesse di facile arricchimento fatte nelle loro banche di
fiducia. Babbeo Pinocchio, ci vuole suggerire Collodi. Babbei anche noi? Ma lo
stato non dovrebbe proteggerci? Certo, dovrebbe. I più deboli, in particolare,
lo vorrebbero. Ma meno tasse significa
inevitabilmente anche meno stato, perché è con le tasse che
viene finanziata l’organizzazione dello stato e se le risorse diminuiscono
occorre diminuire in maniera corrispondente anche lo stato.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli
mercoledì 27 settembre 2017
L'origine dei mali sociali di oggi: l'ideologia "meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all’economia"
L'origine dei mali
sociali di oggi: l'ideologia "meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all'economia"
L’anno prossimo voteranno ragazzi nati nel 2000. Sono una generazione
altamente scolarizzata, ma non avranno ancora avuto il tempo di approfondire
all’università. Dovrebbero però ricordare un po’ meglio la storia dell’ultimo
secolo, che rientra nel programma dell’ultimo anno delle superiori. Ma non
sempre gli insegnanti arrivano a spiegare gli ultimi cinquant’anni. Le origini
dei mali sociali di oggi si situano in quel periodo e più precisamente a
cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso. I diciottenni che
voteranno l’anno prossimo si troveranno a decidere su come fronteggiare
problemi sorti vent’anni prima che nascessero. Di certe cose non hanno
esperienza diretta. Chi ha vissuto consapevolmente quel periodo cruciale ha
oggi dai sessant’anni in su. Ma non di rado di certi eventi ha perso memoria
affidabile. Si ritrova quindi nelle condizioni dei più giovani. Chi fa proposte
politiche dovrebbe assumersi anche l’onere di spiegare le cause storiche dei
problemi sociali. Ma che accade se lui stesso non ne ha memoria o non ne ha
memoria affidabile? E’ stato osservato che nel Parlamento eletto nel 2013 c’è
la percentuale di laureati più bassa di sempre. Anche alcuni ministri non lo
sono. Si tratta anche, in genere, di persone che non hanno una lunga esperienza
parlamentare: infatti alle elezioni del 2013 si produsse un forte rinnovamento
della classe politica. Se uno sfrutta le possibilità di imparare che ci sono in
Parlamento, può diventare un politico consapevole anche senza aver fatto l’università.
Ma le cronache ci rimandano spesso di parlamentari che non sembrano molto
impegnati nell’approfondimento e che non sono nemmeno molto assidui nella vita
di Camera dei deputati e Senato.
Anche la crisi di una certo modo di essere religiosi risale agli anni ’70:
prova del collegamento tra religione e società. Del resto per quasi trent’anni,
a partire dal 1978 regnò in religione uno dei Papi più politici di sempre, san
Karol Wojtyla. Egli promosse e fiancheggiò la rivoluzione polacca degli anni ’80,
fornendo, con l’enciclica Laborem
exercens - Mediante il lavoro, del
1981, il manifesto politico della principale forza di opposizione di massa di allora, il sindacato-partito Solidarnosc - Solidarietà. Il suo principale esponente, Lech Walesa,
divenne il primo presidente della Polonia democratica non socialista. In quest’azione
politica, centrata essenzialmente sull’obiettivo di ricongiungere l’Europa
orientale, compresa la sua Polonia, finita nel dominio dell’Unione Sovietica
comunista, a quella Occidentale, finita nel blocco egemonizzato dagli Stati
Uniti d’America, con economia capitalista e regimi politici
liberal-democratici, trovò degli alleati nell’amministrazione federale
statunitense diretta dal presidente repubblicano Ronald Reagan, in carica dal
1981 al 1989. Ed è appunto alla politica economica di quell’amministrazione che
devono farsi risalire gran parte dei mali sociali di oggi.
Negli corso degli anni ’70 andò in crisi il modello di sviluppo creato
dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945).
Esso aveva consentito in Italia una grande espansione dell’economia
basata essenzialmente su due fatto: il basso costo del lavoro e delle fonti di
energia, in particolare dei petrolio e dei suoi derivati. Il nostro petrolio
veniva a quell’epoca dal Vicino Oriente, dai paesi arabi. Come forma di lotta
nel quadro dei conflitti arabo-israeliani gli stati arabi decisero di alzare
molto il prezzo del petrolio. Negli stessi anni in Italia aumentò il costo del
lavoro a seguito del risultato di lotte sindacali e di modifiche legislative
che riguardavano le condizioni del lavoro. Fenomeni analoghi riguardarono un po’
tutti gli altri stati dell’Europa Occidentale e anche gli Stati Uniti d’America.
La soluzione proposta da Ronald Reagan, seguito dagli altri governi occidentali
fu: meno tasse, meno regole, meno stato,
meno sindacati, lasciar fare all’economia. Si pensava che l’economia,
lasciata a sé stessa, potesse trovare spontaneamente un equilibrio, aumentando
la ricchezza nazionale mentre ognuno faceva solo il proprio interesse. Era la
ricetta del liberismo economico contro la quale aveva mosso le sue critiche il
pensiero socialista, osservando che nella realtà un’economica senza altre
regole che quelle delle leggi della domanda e dell’offerta portava al prevalere
dei più forti attori economici e, in particolare, all’impoverimento degli
strati più deboli della società. Lasciata a sé stessa, con molte meno regole, l’economia
si distaccò dal mondo della produzione di beni reali e si fece sempre più
dominata da processi finanziari, iniziò a commerciare crediti e scommesse sull’andamento futuro dei mercati
dei crediti. La gente di indebitò molto, ad esempio per comprare casa, e i
crediti a cui quei suoi debiti corrispondevano furono messi sul mercato. Il
mercato diventò abbastanza simile ad una sala scommesse (già si diceva “giocare
in borsa”). La ricetta di Reagan e
dei suoi consiglieri economici sembrava funzionare. Tutti sembravano
arricchirsi giocando alla finanza, molto meno con il lavoro. E
infatti furono gli anni in cui il lavoro fu svalutato
e si fece precario. Ebbe regole che gli imposero di essere più flessibile, come si diceva. Bisognava
essere disposti a lasciarlo senza tanti problemi. Di fatto non solo fu pagato
di meno, ma anche ce ne fu di meno, perché chi investiva nella produzione
industriale, preferiva trasferiva gli stabilimenti dove il lavoro costava meno.
Poté farlo ormai su scala mondiale dopo il crollo dei regimi comunisti di
osservanza sovietica e la profonda trasformazione del regime comunista della
Cina continentale, che si aprì al modo di produzione capitalista, iniziando a
produrre beni di uso comune per tutto il resto del mondo.
Tutto questo nuovo modello di sviluppo esplose
nel 2008 a partire dagli Stati Uniti d’America. Venne alla luce la sua vera
realtà: un’economia lasciata a sé stessa aveva prodotto ingiustizia
sociale e sofferenza, e sofferenza anche
nelle nazioni più ricche del mondo. La ricchezza si era concentrata in poche
mani e quella che sembrava diffusa si era rivelata una bolla, un sogno irreale,
che, esplodendo come sempre accade alle bolle, aveva gettato nella povertà la
gente comune.
Anche
in Italia si era seguita l’ideologia reaganiana. Ma non ce se ne è mai veramente
distaccati. Mancano risorse di pensiero, innanzi tutto. Ecco allora che lo
slogan meno tasse suona ancora oggi da destra e da sinistra. Meno tasse significa anche meno stato, e meno
stato significa meno regole, perché le regole le fa lo stato. In un’economia con meno regole che spazio può avere il
sindacato? Ecco che, dunque, meno regole significa anche meno sindacato. I lavoratori vanno ciascun per proprio conto sul mercato, dove i più
grossi mangiano i più piccoli. Uniti erano anche loro un boccone troppo grosso,
ma da soli…
Per inciso: l’enciclica Laborem exercens - Mediante il lavoro spiega molto chiaramente il valore religioso
del lavoro e l’importanza del sindacato nella vita sociale. E’ un testo non
semplice. Richiede un po’ d’impegno. Potete leggerla su
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
martedì 26 settembre 2017
Gli esami non finiscono mai
Gli esami non
finiscono mai
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| Dal Web: una scena della commedia Gli esami non finiscono mai, di Eduardo De Filippo |
“Gli esami non finiscono mai” è un commedia del grande drammaturgo e attore napoletano
Eduardo De Filippo (1900-1984). Il senso dell’opera è che nella vita ci sono
sempre nuove prove e che nessun traguardo può considerarsi acquisito
stabilmente. De Filippo, nella commedia, si mostrò piuttosto pessimista sul
senso complessivo dell’esistenza umana in società. Il protagonista rimane in genere
deluso nei rapporti con gli altri. Appare come un uomo solo davanti a tutti
loro, sballottato dalla loro malizia. Alla fine non trova altro rimedio che
quello di chiudersi in se stesso, fingendosi muto e quindi riducendo al minimo
le relazioni. Ma questo non migliora la situazione: muore e finisce veramente
in mani altrui. Il suo funerale diventa una specie di pagliacciata,
contrastando le sue ultime volontà.
L’arte è finzione ma finisce per parlarci di
come vanno veramente le cose.
La società ci occorre, ma in genere ci delude.
Bisogna sempre metterci le mani per correggere qualcosa. Per farlo occorre
interagire con gli altri. Se non lo si
fa, cercando di isolarsi, si finisce in mani altrui, travolti.
Da qualche anno in religione siamo esortati a
occuparci di più e meglio della società in cui viviamo. Ciò riguarda in
particolare i laici, quelli che non hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine
sacro, non sono diaconi, preti o vescovi, e non appartengono a qualche Ordine
religioso, non sono frati e suore, monaci o monache. Non si tratta solo di una facoltà, di un’attività
che si può fare ma anche non fare, bensì propriamente di un dovere religioso. Ne ha trattato infatti una legge
della nostra Chiesa molto importante, una costituzione,
approvata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la Costituzione
dogmatica Lumen Gentium - Luce per le genti:
31. […] Il carattere
secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro,
sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche
esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione
sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i
religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo
non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini.
Per loro vocazione è proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.
Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo
e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro
esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A
loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali,
alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano
costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
Nel linguaggio della teologia, secolo è la società che si muove ed opera al di fuori
degli spazi liturgici. Le cose temporali sono quelle che si
modificano nel tempo, come appunto accade nelle relazioni
sociali. In quest’ottica la Chiesa è una società basata su ciò che è eterno e
non cambia. Deriva da principi che si possono solo interpretare e attuare: il
magistero religioso la dirige, in quanto unico interprete legittimo e unico
vero maestro, per essere costituito tale dal
nostro primo Maestro. Naturalmente dal punto di vista sociologico si può
osservare che la Chiesa, storicamente, appare come una società tra le tante e
che anch’essa è molto cambiata nei secoli, e da ultimo molto più rapidamente. I
tempi hanno influito anche su di essa che ne ha
respirato lo spirito e assimilato le culture. E, infine, le idee che ha
manifestato non sono derivate unicamente dal magistero, che in genere si è
limitato a mediare tra cultura religiosa e laica.
Ma insomma, il senso di quell’insegnamento è
che gli esami della società vanno affrontati coraggiosamente e, soprattutto,
preparandosi bene e lavorando insieme. A
questo lavoro in società fu dedicata un altro documento molto importante
dei quel Concilio, la Costituzione pastorale Gaudium et spes - La gioia e la speranza, che si apre con questo grandioso programma:
1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze
e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che
soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore.
La loro comunità, infatti, è
composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo
Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno
ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con
il genere umano e con la sua storia.
2. A chi si rivolge il Concilio.
Per questo il Concilio Vaticano II,
avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere
la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano
il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso
intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo
che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia
umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del
genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e
delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in
esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del
peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del
Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi
e a giungere al suo compimento.
3. A servizio dell'uomo.
Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le
proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni
sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo
nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine
sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto
intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione
più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia
umana, dentro la quale è inserito, che instaurando
con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo
a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la
guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare
l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.
È l'uomo dunque, l'uomo considerato
nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza,
pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio,
proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui
di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità
universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la
Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito
consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere
testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad
essere servito.
Le elezioni politiche sono parte di quegli
esami che, in società, non finiscono mai. Alcuni, ora, potrebbero ritrarsi
dicendomi che loro non fanno politica. E, come la mettiamo,
allora con il dovere religioso di edificare
l’umana società in modo da instaurare
una fraternità universale secondo la
luce evangelica?
Ad elezioni molto
importanti, che si svolsero nel 1948, nelle quali si decise lo schieramento
internazionale dell’Italia, se con gli Occidentali egemonizzati dagli Stati
Uniti d’America o in posizione neutrale tra di essi e le nazioni egemonizzate
dall’Unione Sovietica, e quindi la politica economica degli anni a venire, lo
scrittore Giovanni Guareschi (1908-1968) creò lo slogan "Nel segreto dell'urna Dio ti vede, Stalin no". Iosif Vissarionovič Stalin (1879-1953) fu il Segretario generale del Partito
comunista dell’Unione Sovietica dal 1924 alla morte. All’epoca quel partito
esercitava una potente egemonia culturale su tutti gli altri partiti comunisti
del mondo. Stalin, che aveva ordinato sanguinose repressioni politiche, vere e
proprie stragi, negli anni Venti e
Trenta, e che aveva governato da despota assoluto anche successivamente
continuando l’azione repressiva del dissenso, aveva acquisito un enorme
popolarità durante la Seconda Guerra mondiale, riuscendo a organizzare una
efficace resistenza popolare, attenuando la repressione, e poi un micidiale contrattacco contro gli
invasori nazi-fascisti, i nazisti tedeschi e i fascismi europei loro alleati. Guareschi, il creatore delle figure di Don Camillo e di Peppone
in una lunga serie di divertenti racconti a sfondo politico-religioso, voleva richiamare gli elettori ai
loro doveri religiosi nell’organizzare la società civile. I comunisti sovietici
si erano manifestati fortemente ostili alle religioni e alle Chiese, arrivando
a promuovere l’ateismo al modo di una religione. Si voleva che avvenisse anche
in Italia? Bisogna però ricordare che all’epoca del regime fascista, il quale
nel 1948 era caduto solo da tre anni dopo avere ammaestrato gli italiani per più
di un ventennio, politica e religione dovevano essere nettamente separate:
questo era appunto il senso degli accordi conclusi nel 1929 tra il Regno d’Italia e il Papato, a sanatoria della frattura
apertasi con la conquista di Roma nel 1870, i Patti Lateranensi, e, in particolare di quella loro parte che si
chiama Concordato, totalmente revisionato nel
1984. In quest’ottica, in religione non si doveva fare politica.
Quelli che, ancora oggi, lo proclamano, forse non si avvedono di stare seguendo
l’insegnamento fascista. Guareschi, il quale di suo non era certamente un
innovatore religioso e che infatti si mostrò piuttosto ostile verso le idee
diffuse nel Concilio Vaticano 2°, in un certo senso anticipò le idee dei saggi
del Concilio, ma lo fece nella linea della precedente dottrina sociale, che
richiedeva soprattutto ai laici un forte impegno per la riforma sociale, anche
se inizialmente non propriamente quello
politico. La svolta verso un impegno anche politico ispirato dalla fede si ebbe
nel magistero nel 1931, con l’enciclica sociale
Quadragesimo Anno - Il Quarantennale (in occasione dei quarant’anni dalla
prima enciclica sociale, la Rerum Novarum - Le Novità del 1891). In quell’occasione i laici italiani
furono spinti espressamente alla collaborazione con le nuove istituzioni
sociali corporative del regime fascista. Ma quel documento, integrato da una
serie di successive pronunce del Papa costituite dai radiomessaggi natalizi
diffusi tra il 1941 e il 1944, costituì la base per un rinnovato impegno
politico dei laici di fede sia durante il regime fascista, che nella guerra di
Resistenza contro di esso e poi nella progettazione e attuazione del nuovo
regime democratico. In quell’enciclica viene esposto per la prima volta dal
magistero il principio di sussidiarietà, sul quale è stata fondata l’Unione Europea.
Dio ci vede, nella cabina elettorale. Che significa? Significa
che la fede religiosa non può essere tenuta fuori dalle scelte elettorali, in
particolare da quelle più importanti, da quegli esami dai quali dipende moltissimo,
più di quanto accada in genere. E’ appunto il caso delle elezioni politiche che
si terranno nella prossima primavera. Ci sono ancora sei mesi, prima che si
voti. Perché parlarne adesso? Perché questa volta prepararsi sarà molto più
impegnativo. Non si tratta di decidere immigrati
sì - immigrati no, ma del modello di sviluppo della società.
In una trasmissione radiofonica della sera che
qualche volta ascolto tornando a casa, per tenermi sveglio mentre guido, perché
è piena di gente che urla e straparla, un ascoltatore è stato preso in giro
duramente da uno dei conduttori quando ha accennato al modello di sviluppo. Ma si tratta proprio di questo. Certo, non a
tutti in società piace che se ne parli.
C’è chi nelle crisi sociali ci guadagna. E’ paradossale, ma è così. L’economia
va male, ma non per tutti. C’è chi ha aumentato i propri profitti e vorrebbe
continuare così. Anche nelle prossime elezioni, come in quelle del 1948, sono
in ballo le alleanze internazionali e la politica economica, cose dalle quali
dipende la vita di tutti.
Dunque, le prossime elezioni sono uno di quegli esami che non finiscono mai. Come
vogliamo arrivarci? Come quegli studenti che si preparano solo la notte
prima e che poi il giorno dell’esame non
sanno che pesci prendere? Molti elettori, ci raccontano gli esperti di indagini
demoscopiche i quali cercano di
prevedere l’esito del voto, decidono appunto così. Il tempo meteorologico influisce:
magari uno il giorno prima aveva deciso di votare in un certo modo, poi la
mattina delle elezioni piove e cambia
opinione.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
lunedì 25 settembre 2017
Sovranità
Sovranità
Molti politici
chiedono agli elettori il consenso ad una politica che recuperi al popolo
italiano la sovranità. Di che si tratta? E quand’è che
la sovranità ci è stata tolta?
La nostra
Costituzione si apre proclamando che la
sovranità appartiene al popolo (art.1, comma 2°). Sovranità è l’esercizio di un potere che non ha limiti, sovrano appunto. Era quello degli
antichi sovrani assoluti. Però, nella medesima proposizione di quell’articolo
in cui si attribuisce al popolo la sovranità, c’è scritto che essa si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Dunque, anche quello del popolo non è
un potere senza limiti. Questo perché,
come è scritto nell’art.1, comma 1°, della Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica. La democrazia è appunto un
sistema politico di limiti ad ogni potere, pubblico e privato: limiti basati su
valori. Ad esempio quello della persona umana e quello del lavoro. Il potere
degli antichi sovrani assoluti era invece, almeno sulla carta, secondo le leggi
che essi stessi o i loro predecessori avevano dato ai popoli caduti in loro
dominio, senza alcun limite che non fosse quello della volontà dello stesso sovrano, il
quale poteva decidere di disfare ciò che aveva fatto: in questo senso era
assoluto, non condizionato da null'altro. Quei sovrani avevano potere di vita e
di morte e su ogni proprietà dei loro sudditi. Dal Duecento, in Europa, anche il potere di quei sovrani iniziò progressivamente ad avere dei limiti,
fondamentalmente verso i pari della
dinastia sovrana, verso la classe dei nobili legati a quest’ultima da legami
feudali, tra dinastie, per i quali alle dinastie inferiori veniva riconosciuto
un potere politico autonomo su certi territori purché riconoscessero la supremazia
di quelle superiori, facessero formale atto di sottomissione. Sviluppandosi
processi democratici, dalla fine del Settecento, finirono per averne di molto più
intensi, fino alla situazione di oggi, in cui le dinastie sovrane europee che
rimangono si dice che regnino ma non
governino, esercitando, oltre che funzioni di rappresentanza nelle
pubbliche cerimonie, un ministero più che altro morale. In Europa c’è ancora un
solo monarca veramente assoluto ed
è il Papa, sia come capo religioso che come sovrano del suo piccolo
dominio di quartiere a Roma, sul colle Vaticano. Lo è di fatto e di diritto. Riporto di seguito la “costituzione”, denominata legge fondamentale, della Città del
Vaticano, che comincia quando si entra
in piazza San Pietro o si attraversa uno dei varchi nei muraglioni
vaticani presidiati dalla Guardia Svizzera, il piccolo esercito del Pontefici,
erede di una tradizione storica di bellicosi mercenari. E’ entrata in vigore nel 2001, sostituendo
quella del 1929. Noterete che è piuttosto breve e che è priva di dichiarazioni
relative a valori o a diritti dei governati. Del resto la Città del Vaticano,
che secondo il Trattato del 1929 con il Regno
d’Italia non potrebbe neppure essere definita stato (non è mai nominata come tale in quell'atto), è un’entità politica molto particolare, costituita
solo per garantire indipendenza e libertà al Papa, per l’esercizio del suo alto
ministero religioso. Il suo popolo è fatto di dipendenti dell’organizzazione
della Curia, il complesso degli uffici che aiuta il Papa nelle sue funzioni, e
da alcuni dei lavoratori dei servizi
ausiliari. Potrebbe, oggi, il Papa, se si arrabbiasse veramente, far tagliare la testa a eretici e sovversivi
politici, come i suoi predecessori fecero? Il codice penale che si applica
nella Città del Vaticano è quello vigente nel Regno d’Italia nel 1929, con le
modifiche introdotte nel 1969 e 2013: per
queste ultime, non si dovrebbe più rischiare la pena di morte. Ma con i sovrani
assoluti nulla è mai detto in modo definitivo. E’ così anche con i popoli
insofferenti dei limiti democratici e dei valori a cui fanno riferimento.
Il fatto che ogni più
alto potere abbia dei limiti è assolutamente normale in democrazia. Ed è normale
anche se si voglia costruire una ordinamento internazionale su basi
democratiche. Ad esempio costituendo un’entità politica sovranazionale come l’Unione
Europea. L’Italia vi partecipa, ma non la domina. Anche gli organi supremi dell’Unione
hanno dei limiti, verso gli stati e verso ogni altra aggregazione sociale
minore, così come verso le singole persone, secondo il principio fondamentale
della sussidiarietà. Infatti l’Unione Europea ha
una Costituzione piena di limiti democratici e di valori, che è composta del Trattato di Lisbona, concluso nel 2007
ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009, e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, entrata in
vigore insieme al Trattato. L’Unione
Europea è un lavoro collettivo: è ovvio che anche gli stati debbano avere dei
limiti. Ma, partecipando all’Unione, la loro azione politica è di molto
potenziata e inoltre la collettività sovranazionale li protegge, perché ci si
aiuta nelle difficoltà. Riprenderci la
sovranità significherebbe in
definitiva uscire dall’Unione, perché non si può parteciparvi, quindi esserne parte, senza accettare dei
limiti. Usciti, si sarebbe poi soli di fronte al grande mondo, una virgoletta
in un piccolo mare interno, quale appare l’Italia sul mappamondo. Significherebbe
essere più deboli, in un mondo in cui i
più forti sono tentati di mangiarsi i più deboli.
In Costituzione si menziona la sovranità, perché quando fu scritta, e
forse anche ora, non c’era altra parola che rendesse l’idea di un sistema politico fatto in modo che nessuno potesse far schiavo il popolo. Di fatto, finora,
nessuno c’è riuscito nell'Italia democratica. I limiti democratici hanno resistito. Questo perché il
popolo, tutta la gente che ha diritto di partecipare
alla nostra democrazia, ha detto la
sua, quando poteva farlo. Ha fatto la sua parte. Ma è impegno che va rinnovato
ad ogni scadenza importante.
L’idea di sovranità dovrebbe essere accompagnata dall’idea di responsabilità. Un sovrano assoluto non
accetterebbe di rendere conto di ciò che decide, di essere quindi responsabile. Anche il
popolo dovrebbe essere così? Non in democrazia. In questo regime politico si
chiede una certa coerenza misurata sui valori. Democrazia e virtù sono
strettamente legate: non è possibile una democrazia non virtuosa, e senza
propositi e condotte virtuose le democrazie decadono. E questo è vero
specialmente nei tempi difficili, quando si è tentati di mollare e farsi lecito
tutto quello che ci si era vietato: quello che gli economisti chiamano azzardo
morale.
Una delle questioni
più importanti in ballo nelle elezioni politiche che si terranno nella prossima
primavera, e per le quali occorre prepararsi,
è appunto, nientedimeno, se continuare ad essere una democrazia, con tutti i
valori che essa comporta, in primo luogo
quelli della persona e del lavoro. Ci sono di quelli che sono insofferenti dei
limiti democratici. Questa insofferenza è manifestata in primo luogo dai
principali attori dell’economia capitalista. Ritengono che i poteri pubblici
non dovrebbero occuparsi tanto di economia, la quale dovrebbe essere lasciata
alle dinamiche di mercato, quelle della
domanda e dell’offerta. Il loro compito, in materia economica, dovrebbe essere essenzialmente quello
di garantire la sicurezza delle proprietà, dei flussi finanziari e dei
commerci, nel quadro di accordi internazionali e secondo i principi da essi
stabiliti a livello mondiale.
Oggi lo stato
italiano è il maggiore datore di lavoro: i dipendenti pubblici sono oltre tre
milioni, dei quali circa la metà sono statali. I più numerosi sono gli
insegnanti, i militari e le forze di polizia. Il loro lavoro è in genere più sicuro di
quello dei dipendenti privati, in cui si sono progressivamente allargate le
aree di precariato ed è diventato più facile licenziare. Il settore pubblico
dovrebbe avvicinarsi al privato o dovrebbe essere l’inverso? Tutto dipende da
che impostazione si dà alla politica economica. I licenziamenti più facili e le
retribuzioni in calo, secondo le leggi di mercato, incidono sui valori
fondamentali della persona e del lavoro. Sono fondamentali non solo per le vite
della gente, ma anche per la stessa democrazia. La nostra infatti vuole essere fondata sul lavoro. E’ scritto nell’art.1
della Costituzione, nella parte dedicata ai Principi
fondamentali. Però rispettare le persone e il loro lavoro costa, in termini
propriamente economici. E’ per questo che nei decenni passati certe lavorazioni
industriali sono state trasferite, delocalizzate
si dice, in nazioni dove i lavoratori costavano
meno. Rispettare, nelle imprese industriali e commerciali, il valore della persona e del lavoro è un
limite, un limite al profitto, a ciò
che rimane dedotti i costi di produzione e le tasse. E’ un limite che è
previsto in un altro articolo della costituzione, l’art.41. Lo si vorrebbe
ritoccare.
Chi propone di recuperare sovranità si mostra insofferente di certi
limiti, che, dice, ci costano troppo. Bisognerebbe non accontentarsi di parole d’ordine: riprendersi la sovranità. Bisognerebbe
approfondire di quali limiti ci si
vorrebbe liberare, perché non accada poi, gira gira, di finire vittime di
questa nuova libertà da certi limiti. In un’economia lasciata a sé stessa, alle
sue dinamiche, i più forti si mangiano i più deboli. Siamo poi proprio sicuri
di riuscire ad essere sempre, per tutta la nostra vita, anche da anziani ad
esempio, dalla parte dei primi?
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli
****************************************
Legge fondamentale
dello Stato della Città del Vaticano
26 novembre 2000
Acta Apostolicae Sedis, Supplemento, 01.02.2001
nota: la nuova Legge fondamentale dello Stato della Città
del Vaticano del 26 novembre 2000, in sostituzione della precedente - la prima
- emanata il 7 giugno 1929 dal Papa Pio XI di v.m., è entrata in vigore il 22
febbraio 2001, Festa della Cattedra di San Pietro
Il Sommo Pontefice, preso
atto della necessità di dare forma sistematica ed organica ai mutamenti
introdotti in fasi successive nell'ordinamento giuridico dello Stato della
Città del Vaticano, allo scopo,pertanto, di renderlo sempre meglio rispondente
alle finalità istituzionali dello stesso, che esiste a conveniente garanzia
della libertà della Sede Apostolica e come mezzo per assicurare l’indipendenza
reale e visibile del Romano Pontefice nell’esercizio della Sua missione nel
mondo, di Suo Motu Proprio e certa scienza, con la pienezza della Sua sovrana
autorità, ha promulgato la seguente Legge:
Art. 1
1. Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del
Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
2. Durante il periodo di Sede vacante, gli stessi poteri
appartengono al Collegio dei Cardinali, il quale tuttavia potrà emanare
disposizioni legislative solo in caso di urgenza e con efficacia limitata alla
durata della vacanza, salvo che esse siano confermate dal Sommo Pontefice
successivamente eletto a norma della legge canonica.
Art. 2
La rappresentanza dello Stato nei rapporti con gli Stati
esteri e con gli altri soggetti di diritto internazionale, per le relazioni
diplomatiche e per la conclusione dei trattati, è riservata al Sommo Pontefice,
che la esercita per mezzo della Segreteria di Stato.
Art. 3
1. Il potere legislativo, salvi i casi che il Sommo
Pontefice intenda riservare a Se stesso o ad altre istanze, è esercitato da una
Commissione composta da un Cardinale Presidente e da altri Cardinali, tutti
nominati dal Sommo Pontefice per un quinquennio.
2. In caso di assenza o di impedimento del Presidente, la
Commissione è presieduta dal primo dei Cardinali Membri.
3. Le adunanze della Commissione sono convocate e presiedute
dal Presidente e vi partecipano, con voto consultivo, il Segretario Generale ed
il Vice Segretario Generale.
Art. 4
1. La Commissione esercita il suo potere entro i limiti
della Legge sulle fonti del diritto, secondo le disposizioni di seguito
indicate ed il proprio Regolamento.
2. Per l’elaborazione dei progetti di legge, la Commissione
si avvale della collaborazione dei Consiglieri dello Stato, di altri esperti
nonché degli Organismi della Santa Sede e dello Stato che possano esserne
interessati.
3. I progetti di legge sono previamente sottoposti, per il
tramite della Segreteria di Stato, alla considerazione del Sommo Pontefice.
Art. 5
1. Il potere esecutivo è esercitato dal Presidente della
Commissione, in conformità con la presente Legge e con le altre disposizioni
normative vigenti.
2. Nell’esercizio di tale potere il Presidente è coadiuvato
dal Segretario Generale e dal Vice Segretario Generale.
3. Le questioni di maggiore importanza sono sottoposte dal
Presidente all'esame della Commissione.
Art. 6
Nelle materie di maggiore importanza si procede di concerto
con la Segreteria di Stato.
Art. 7
1. Il Presidente della Commissione può emanare Ordinanze, in
attuazione di norme legislative e regolamentari.
2. In casi di urgente necessità, egli può emanare disposizioni
aventi forza di legge, le quali tuttavia perdono efficacia se non sono
confermate dalla Commissione entro novanta giorni.
3. Il potere di
emanare Regolamenti generali resta riservato alla Commissione.
Art. 8
1. Fermo restando quanto disposto agli artt. 1 e 2, il
Presidente della Commissione rappresenta lo Stato.
2. Egli può delegare la rappresentanza legale al Segretario
Generale per l’ordinaria attività amministrativa.
Art. 9
1. Il Segretario Generale coadiuva nelle sue funzioni il
Presidente della Commissione.
Secondo le modalità indicate nelle Leggi e sotto le
direttive del Presidente della
Commissione, egli:
a) sovraintende all’applicazione delle Leggi e delle altre
disposizioni normative ed
all'attuazione delle decisioni e delle direttive del
Presidente della Commissione;
b) sovraintende all’attività amministrativa del
Governatorato e coordina le funzioni delle
varie Direzioni.
2. In caso di assenza o impedimento sostituisce il
Presidente della Commissione,
eccetto per quanto disposto all'art. 7, n. 2.
Art. 10
1. Il Vice Segretario Generale, d’intesa con il Segretario
Generale, sovraintende
all’attività di preparazione e redazione degli atti e della
corrispondenza e svolge le altre funzioni a lui attribuite.
2. Egli sostituisce il Segretario Generale in caso di sua
assenza o impedimento.
Art. 11
1. Per la predisposizione e l’esame dei bilanci e per altri
affari di ordine generale
riguardanti il personale e l’attività dello Stato, il
Presidente della Commissione è assistitodal Consiglio dei Direttori, da lui
periodicamente convocato e da lui presieduto.
2. Ad esso prendono parte anche il Segretario Generale ed il
Vice Segretario Generale.
Art. 12
I bilanci preventivo e consuntivo dello Stato, dopo
l’approvazione da parte della
Commissione, sono sottoposti al Sommo Pontefice per il
tramite della Segreteria di Stato.
Art. 13
1. Il Consigliere Generale ed i Consiglieri dello Stato,
nominati dal Sommo Pontefice per un quinquennio, prestano la loro assistenza
nell’elaborazione delle Leggi e in altre materie di particolare importanza.
2. I Consiglieri possono essere consultati sia singolarmente
che collegialmente.
3. Il Consigliere Generale presiede le riunioni dei
Consiglieri; esercita altresì funzioni di coordinamento e di rappresentanza
dello Stato, secondo le indicazioni del Presidente della Commissione.
Art. 14
Il Presidente della Commissione, oltre ad avvalersi del
Corpo di Vigilanza, ai fini della sicurezza e della polizia può richiedere
l’assistenza della Guardia Svizzera Pontificia.
Art. 15
1. Il potere giudiziario è esercitato, a nome del Sommo
Pontefice, dagli organi costituiti secondo l’ordinamento giudiziario dello
Stato.
2. La competenza dei singoli organi è regolata dalla legge.
3. Gli atti giurisdizionali debbono essere compiuti entro il
territorio dello Stato.
Art. 16
In qualunque causa civile o penale ed in qualsiasi stadio
della medesima, il Sommo Pontefice può deferirne l’istruttoria e la decisione
ad una particolare istanza, anche con facoltà di pronunciare secondo equità e
con esclusione di qualsiasi ulteriore gravame.
Art. 17
1. Fatto salvo quanto disposto nell’articolo seguente,
chiunque ritenga leso un proprio diritto o interesse legittimo da un atto
amministrativo può proporre ricorso gerarchico ovvero adire l’autorità
giudiziaria competente.
2. Il ricorso gerarchico preclude, nella stessa materia,
l’azione giudiziaria, tranne che il Sommo Pontefice non l’autorizzi nel singolo
caso.
Art. 18
1. Le controversie relative al rapporto di lavoro tra i
dipendenti dello Stato e
l’Amministrazione sono di competenza dell’Ufficio del Lavoro
della Sede Apostolica, a norma del proprio Statuto.
2. I ricorsi avverso i provvedimenti disciplinari disposti
nei confronti dei dipendenti dello Stato possono essere proposti dinanzi alla
Corte di Appello, secondo le norme proprie.
Art. 19
La facoltà di concedere amnistie, indulti, condoni e grazie
è riservata al Sommo
Pontefice.
Art. 20
1. La bandiera dello Stato della Città del Vaticano è
costituita da due campi divisi
verticalmente, uno giallo aderente all’asta e l’altro
bianco, e porta in quest'ultimo la tiara con le chiavi, il tutto secondo il
modello, che forma l’allegato A della presente Legge.
2. Lo stemma è costituito dalla tiara con le chiavi, secondo
il modello che forma
l’allegato B della presente Legge.
3. Il sigillo dello Stato porta nel centro la tiara con le
chiavi ed intorno le parole "Stato della Città del Vaticano", secondo
il modello che forma l’allegato C della presente Legge.
La presente Legge fondamentale sostituisce integralmente la
Legge fondamentale della Città del Vaticano, 7 giugno 1929, n. I. Parimenti
sono abrogate tutte le norme vigenti nello Stato in contrasto con la presente
Legge.
Essa entrerà in vigore il 22 febbraio 2001, Festa della
Cattedra di San Pietro Apostolo.
Comandiamo che l’originale della presente Legge, munito del
sigillo dello Stato, sia depositato nell’Archivio delle Leggi dello Stato della
Città del Vaticano, e che il testo corrispondente sia pubblicato nel
Supplemento degli Acta Apostolicae Sedis mandando a chiunque spetti di
osservarla e di farla osservare.
Data dal Nostro Palazzo Apostolico Vaticano il ventisei
novembre duemila, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo,
anno XXIII del Nostro Pontificato.
IOANNES PAULUS II, PP (Papa Giovanni Paolo 2°)

