mercoledì 27 settembre 2017

L'origine dei mali sociali di oggi: l'ideologia "meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all’economia"

L'origine dei mali sociali di oggi: l'ideologia "meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all'economia"

  L’anno prossimo voteranno ragazzi nati nel 2000. Sono una generazione altamente scolarizzata, ma non avranno ancora avuto il tempo di approfondire all’università. Dovrebbero però ricordare un po’ meglio la storia dell’ultimo secolo, che rientra nel programma dell’ultimo anno delle superiori. Ma non sempre gli insegnanti arrivano a spiegare gli ultimi cinquant’anni. Le origini dei mali sociali di oggi si situano in quel periodo e più precisamente a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso. I diciottenni che voteranno l’anno prossimo si troveranno a decidere su come fronteggiare problemi sorti vent’anni prima che nascessero. Di certe cose non hanno esperienza diretta. Chi ha vissuto consapevolmente quel periodo cruciale ha oggi dai sessant’anni in su. Ma non di rado di certi eventi ha perso memoria affidabile. Si ritrova quindi nelle condizioni dei più giovani. Chi fa proposte politiche dovrebbe assumersi anche l’onere di spiegare le cause storiche dei problemi sociali. Ma che accade se lui stesso non ne ha memoria o non ne ha memoria affidabile? E’ stato osservato che nel Parlamento eletto nel 2013 c’è la percentuale di laureati più bassa di sempre. Anche alcuni ministri non lo sono. Si tratta anche, in genere, di persone che non hanno una lunga esperienza parlamentare: infatti alle elezioni del 2013 si produsse un forte rinnovamento della classe politica. Se uno sfrutta le possibilità di imparare che ci sono in Parlamento, può diventare un politico consapevole anche senza aver fatto l’università. Ma le cronache ci rimandano spesso di parlamentari che non sembrano molto impegnati nell’approfondimento e che non sono nemmeno molto assidui nella vita di Camera dei deputati e Senato.
  Anche la crisi di una certo modo di essere religiosi risale agli anni ’70: prova del collegamento tra religione e società. Del resto per quasi trent’anni, a partire dal 1978 regnò in religione uno dei Papi più politici  di sempre, san Karol Wojtyla. Egli promosse e fiancheggiò la rivoluzione polacca degli anni ’80, fornendo, con l’enciclica Laborem exercens - Mediante il lavoro,  del 1981, il manifesto politico della principale forza di opposizione di massa di  allora, il sindacato-partito Solidarnosc - Solidarietà.  Il suo principale esponente, Lech Walesa, divenne il primo presidente della Polonia democratica non socialista. In quest’azione politica, centrata essenzialmente sull’obiettivo di ricongiungere l’Europa orientale, compresa la sua Polonia, finita nel dominio dell’Unione Sovietica comunista, a quella Occidentale, finita nel blocco egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, con economia capitalista e regimi politici liberal-democratici, trovò degli alleati nell’amministrazione federale statunitense diretta dal presidente repubblicano Ronald Reagan, in carica dal 1981 al 1989. Ed è appunto alla politica economica di quell’amministrazione che devono farsi risalire gran parte dei mali sociali di oggi.
  Negli corso degli anni ’70 andò in crisi il modello di sviluppo creato dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945).  Esso aveva consentito in Italia una grande espansione dell’economia basata essenzialmente su due fatto: il basso costo del lavoro e delle fonti di energia, in particolare dei petrolio e dei suoi derivati. Il nostro petrolio veniva a quell’epoca dal Vicino Oriente, dai paesi arabi. Come forma di lotta nel quadro dei conflitti arabo-israeliani gli stati arabi decisero di alzare molto il prezzo del petrolio. Negli stessi anni in Italia aumentò il costo del lavoro a seguito del risultato di lotte sindacali e di modifiche legislative che riguardavano le condizioni del lavoro. Fenomeni analoghi riguardarono un po’ tutti gli altri stati dell’Europa Occidentale e anche gli Stati Uniti d’America. La soluzione proposta da Ronald Reagan, seguito dagli altri governi occidentali fu: meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all’economia. Si pensava che l’economia, lasciata a sé stessa, potesse trovare spontaneamente un equilibrio, aumentando la ricchezza nazionale mentre ognuno faceva solo il proprio interesse. Era la ricetta del liberismo economico contro la quale aveva mosso le sue critiche il pensiero socialista, osservando che nella realtà un’economica senza altre regole che quelle delle leggi della domanda e dell’offerta portava al prevalere dei più forti attori economici e, in particolare, all’impoverimento degli strati più deboli della società. Lasciata a sé stessa, con molte meno regole, l’economia si distaccò dal mondo della produzione di beni reali e si fece sempre più dominata da processi finanziari, iniziò a commerciare crediti  e scommesse sull’andamento futuro dei mercati dei crediti. La gente di indebitò molto, ad esempio per comprare casa, e i crediti a cui quei suoi debiti corrispondevano furono messi sul mercato. Il mercato diventò abbastanza simile ad una sala scommesse (già si diceva  “giocare in borsa”).  La ricetta di Reagan e dei suoi consiglieri economici sembrava funzionare. Tutti sembravano arricchirsi  giocando  alla finanza, molto meno con il lavoro. E infatti furono gli anni in cui il lavoro fu svalutato  e si fece precario. Ebbe regole che gli imposero di essere più flessibile, come si diceva. Bisognava essere disposti a lasciarlo senza tanti problemi. Di fatto non solo fu pagato di meno, ma anche ce ne fu di meno, perché chi investiva nella produzione industriale, preferiva trasferiva gli stabilimenti dove il lavoro costava meno. Poté farlo ormai su scala mondiale dopo il crollo dei regimi comunisti di osservanza sovietica e la profonda trasformazione del regime comunista della Cina continentale, che si aprì al modo di produzione capitalista, iniziando a produrre beni di uso comune per tutto il resto del mondo.
 Tutto questo nuovo modello di sviluppo esplose nel 2008 a partire dagli Stati Uniti d’America. Venne alla luce la sua vera realtà: un’economia lasciata a sé stessa aveva prodotto ingiustizia sociale  e sofferenza, e sofferenza anche nelle nazioni più ricche del mondo. La ricchezza si era concentrata in poche mani e quella che sembrava diffusa si era rivelata una  bolla, un sogno irreale, che, esplodendo come sempre accade alle bolle, aveva gettato nella povertà la gente comune.
  Anche in Italia si era seguita l’ideologia reaganiana. Ma non ce se ne è mai veramente distaccati. Mancano risorse di pensiero, innanzi tutto. Ecco allora che lo slogan  meno tasse  suona ancora oggi da destra e da sinistra. Meno tasse  significa anche  meno stato, e  meno stato  significa meno regole, perché le regole le fa lo stato. In un’economia con meno regole che spazio può avere il sindacato? Ecco che, dunque, meno regole  significa anche meno sindacato. I lavoratori vanno ciascun  per proprio conto sul mercato, dove i più grossi mangiano i più piccoli. Uniti erano anche loro un boccone troppo grosso, ma da soli…
 Per inciso: l’enciclica Laborem exercens - Mediante il lavoro  spiega molto chiaramente il valore religioso del lavoro e l’importanza del sindacato nella vita sociale. E’ un testo non semplice. Richiede un po’ d’impegno. Potete leggerla su
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli