L'origine dei mali
sociali di oggi: l'ideologia "meno tasse, meno regole, meno stato, meno sindacati, lasciar fare all'economia"
L’anno prossimo voteranno ragazzi nati nel 2000. Sono una generazione
altamente scolarizzata, ma non avranno ancora avuto il tempo di approfondire
all’università. Dovrebbero però ricordare un po’ meglio la storia dell’ultimo
secolo, che rientra nel programma dell’ultimo anno delle superiori. Ma non
sempre gli insegnanti arrivano a spiegare gli ultimi cinquant’anni. Le origini
dei mali sociali di oggi si situano in quel periodo e più precisamente a
cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso. I diciottenni che
voteranno l’anno prossimo si troveranno a decidere su come fronteggiare
problemi sorti vent’anni prima che nascessero. Di certe cose non hanno
esperienza diretta. Chi ha vissuto consapevolmente quel periodo cruciale ha
oggi dai sessant’anni in su. Ma non di rado di certi eventi ha perso memoria
affidabile. Si ritrova quindi nelle condizioni dei più giovani. Chi fa proposte
politiche dovrebbe assumersi anche l’onere di spiegare le cause storiche dei
problemi sociali. Ma che accade se lui stesso non ne ha memoria o non ne ha
memoria affidabile? E’ stato osservato che nel Parlamento eletto nel 2013 c’è
la percentuale di laureati più bassa di sempre. Anche alcuni ministri non lo
sono. Si tratta anche, in genere, di persone che non hanno una lunga esperienza
parlamentare: infatti alle elezioni del 2013 si produsse un forte rinnovamento
della classe politica. Se uno sfrutta le possibilità di imparare che ci sono in
Parlamento, può diventare un politico consapevole anche senza aver fatto l’università.
Ma le cronache ci rimandano spesso di parlamentari che non sembrano molto
impegnati nell’approfondimento e che non sono nemmeno molto assidui nella vita
di Camera dei deputati e Senato.
Anche la crisi di una certo modo di essere religiosi risale agli anni ’70:
prova del collegamento tra religione e società. Del resto per quasi trent’anni,
a partire dal 1978 regnò in religione uno dei Papi più politici di sempre, san
Karol Wojtyla. Egli promosse e fiancheggiò la rivoluzione polacca degli anni ’80,
fornendo, con l’enciclica Laborem
exercens - Mediante il lavoro, del
1981, il manifesto politico della principale forza di opposizione di massa di allora, il sindacato-partito Solidarnosc - Solidarietà. Il suo principale esponente, Lech Walesa,
divenne il primo presidente della Polonia democratica non socialista. In quest’azione
politica, centrata essenzialmente sull’obiettivo di ricongiungere l’Europa
orientale, compresa la sua Polonia, finita nel dominio dell’Unione Sovietica
comunista, a quella Occidentale, finita nel blocco egemonizzato dagli Stati
Uniti d’America, con economia capitalista e regimi politici
liberal-democratici, trovò degli alleati nell’amministrazione federale
statunitense diretta dal presidente repubblicano Ronald Reagan, in carica dal
1981 al 1989. Ed è appunto alla politica economica di quell’amministrazione che
devono farsi risalire gran parte dei mali sociali di oggi.
Negli corso degli anni ’70 andò in crisi il modello di sviluppo creato
dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945).
Esso aveva consentito in Italia una grande espansione dell’economia
basata essenzialmente su due fatto: il basso costo del lavoro e delle fonti di
energia, in particolare dei petrolio e dei suoi derivati. Il nostro petrolio
veniva a quell’epoca dal Vicino Oriente, dai paesi arabi. Come forma di lotta
nel quadro dei conflitti arabo-israeliani gli stati arabi decisero di alzare
molto il prezzo del petrolio. Negli stessi anni in Italia aumentò il costo del
lavoro a seguito del risultato di lotte sindacali e di modifiche legislative
che riguardavano le condizioni del lavoro. Fenomeni analoghi riguardarono un po’
tutti gli altri stati dell’Europa Occidentale e anche gli Stati Uniti d’America.
La soluzione proposta da Ronald Reagan, seguito dagli altri governi occidentali
fu: meno tasse, meno regole, meno stato,
meno sindacati, lasciar fare all’economia. Si pensava che l’economia,
lasciata a sé stessa, potesse trovare spontaneamente un equilibrio, aumentando
la ricchezza nazionale mentre ognuno faceva solo il proprio interesse. Era la
ricetta del liberismo economico contro la quale aveva mosso le sue critiche il
pensiero socialista, osservando che nella realtà un’economica senza altre
regole che quelle delle leggi della domanda e dell’offerta portava al prevalere
dei più forti attori economici e, in particolare, all’impoverimento degli
strati più deboli della società. Lasciata a sé stessa, con molte meno regole, l’economia
si distaccò dal mondo della produzione di beni reali e si fece sempre più
dominata da processi finanziari, iniziò a commerciare crediti e scommesse sull’andamento futuro dei mercati
dei crediti. La gente di indebitò molto, ad esempio per comprare casa, e i
crediti a cui quei suoi debiti corrispondevano furono messi sul mercato. Il
mercato diventò abbastanza simile ad una sala scommesse (già si diceva “giocare
in borsa”). La ricetta di Reagan e
dei suoi consiglieri economici sembrava funzionare. Tutti sembravano
arricchirsi giocando alla finanza, molto meno con il lavoro. E
infatti furono gli anni in cui il lavoro fu svalutato
e si fece precario. Ebbe regole che gli imposero di essere più flessibile, come si diceva. Bisognava
essere disposti a lasciarlo senza tanti problemi. Di fatto non solo fu pagato
di meno, ma anche ce ne fu di meno, perché chi investiva nella produzione
industriale, preferiva trasferiva gli stabilimenti dove il lavoro costava meno.
Poté farlo ormai su scala mondiale dopo il crollo dei regimi comunisti di
osservanza sovietica e la profonda trasformazione del regime comunista della
Cina continentale, che si aprì al modo di produzione capitalista, iniziando a
produrre beni di uso comune per tutto il resto del mondo.
Tutto questo nuovo modello di sviluppo esplose
nel 2008 a partire dagli Stati Uniti d’America. Venne alla luce la sua vera
realtà: un’economia lasciata a sé stessa aveva prodotto ingiustizia
sociale e sofferenza, e sofferenza anche
nelle nazioni più ricche del mondo. La ricchezza si era concentrata in poche
mani e quella che sembrava diffusa si era rivelata una bolla, un sogno irreale,
che, esplodendo come sempre accade alle bolle, aveva gettato nella povertà la
gente comune.
Anche
in Italia si era seguita l’ideologia reaganiana. Ma non ce se ne è mai veramente
distaccati. Mancano risorse di pensiero, innanzi tutto. Ecco allora che lo
slogan meno tasse suona ancora oggi da destra e da sinistra. Meno tasse significa anche meno stato, e meno
stato significa meno regole, perché le regole le fa lo stato. In un’economia con meno regole che spazio può avere il
sindacato? Ecco che, dunque, meno regole significa anche meno sindacato. I lavoratori vanno ciascun per proprio conto sul mercato, dove i più
grossi mangiano i più piccoli. Uniti erano anche loro un boccone troppo grosso,
ma da soli…
Per inciso: l’enciclica Laborem exercens - Mediante il lavoro spiega molto chiaramente il valore religioso
del lavoro e l’importanza del sindacato nella vita sociale. E’ un testo non
semplice. Richiede un po’ d’impegno. Potete leggerla su
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli