Gli esami non
finiscono mai
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| Dal Web: una scena della commedia Gli esami non finiscono mai, di Eduardo De Filippo |
“Gli esami non finiscono mai” è un commedia del grande drammaturgo e attore napoletano
Eduardo De Filippo (1900-1984). Il senso dell’opera è che nella vita ci sono
sempre nuove prove e che nessun traguardo può considerarsi acquisito
stabilmente. De Filippo, nella commedia, si mostrò piuttosto pessimista sul
senso complessivo dell’esistenza umana in società. Il protagonista rimane in genere
deluso nei rapporti con gli altri. Appare come un uomo solo davanti a tutti
loro, sballottato dalla loro malizia. Alla fine non trova altro rimedio che
quello di chiudersi in se stesso, fingendosi muto e quindi riducendo al minimo
le relazioni. Ma questo non migliora la situazione: muore e finisce veramente
in mani altrui. Il suo funerale diventa una specie di pagliacciata,
contrastando le sue ultime volontà.
L’arte è finzione ma finisce per parlarci di
come vanno veramente le cose.
La società ci occorre, ma in genere ci delude.
Bisogna sempre metterci le mani per correggere qualcosa. Per farlo occorre
interagire con gli altri. Se non lo si
fa, cercando di isolarsi, si finisce in mani altrui, travolti.
Da qualche anno in religione siamo esortati a
occuparci di più e meglio della società in cui viviamo. Ciò riguarda in
particolare i laici, quelli che non hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine
sacro, non sono diaconi, preti o vescovi, e non appartengono a qualche Ordine
religioso, non sono frati e suore, monaci o monache. Non si tratta solo di una facoltà, di un’attività
che si può fare ma anche non fare, bensì propriamente di un dovere religioso. Ne ha trattato infatti una legge
della nostra Chiesa molto importante, una costituzione,
approvata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la Costituzione
dogmatica Lumen Gentium - Luce per le genti:
31. […] Il carattere
secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro,
sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche
esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione
sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i
religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo
non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini.
Per loro vocazione è proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.
Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo
e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro
esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A
loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali,
alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano
costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
Nel linguaggio della teologia, secolo è la società che si muove ed opera al di fuori
degli spazi liturgici. Le cose temporali sono quelle che si
modificano nel tempo, come appunto accade nelle relazioni
sociali. In quest’ottica la Chiesa è una società basata su ciò che è eterno e
non cambia. Deriva da principi che si possono solo interpretare e attuare: il
magistero religioso la dirige, in quanto unico interprete legittimo e unico
vero maestro, per essere costituito tale dal
nostro primo Maestro. Naturalmente dal punto di vista sociologico si può
osservare che la Chiesa, storicamente, appare come una società tra le tante e
che anch’essa è molto cambiata nei secoli, e da ultimo molto più rapidamente. I
tempi hanno influito anche su di essa che ne ha
respirato lo spirito e assimilato le culture. E, infine, le idee che ha
manifestato non sono derivate unicamente dal magistero, che in genere si è
limitato a mediare tra cultura religiosa e laica.
Ma insomma, il senso di quell’insegnamento è
che gli esami della società vanno affrontati coraggiosamente e, soprattutto,
preparandosi bene e lavorando insieme. A
questo lavoro in società fu dedicata un altro documento molto importante
dei quel Concilio, la Costituzione pastorale Gaudium et spes - La gioia e la speranza, che si apre con questo grandioso programma:
1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze
e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che
soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore.
La loro comunità, infatti, è
composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo
Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno
ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con
il genere umano e con la sua storia.
2. A chi si rivolge il Concilio.
Per questo il Concilio Vaticano II,
avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere
la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano
il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso
intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo
che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia
umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del
genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e
delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in
esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del
peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del
Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi
e a giungere al suo compimento.
3. A servizio dell'uomo.
Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le
proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni
sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo
nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine
sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto
intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione
più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia
umana, dentro la quale è inserito, che instaurando
con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo
a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la
guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare
l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.
È l'uomo dunque, l'uomo considerato
nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza,
pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio,
proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui
di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità
universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la
Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito
consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere
testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad
essere servito.
Le elezioni politiche sono parte di quegli
esami che, in società, non finiscono mai. Alcuni, ora, potrebbero ritrarsi
dicendomi che loro non fanno politica. E, come la mettiamo,
allora con il dovere religioso di edificare
l’umana società in modo da instaurare
una fraternità universale secondo la
luce evangelica?
Ad elezioni molto
importanti, che si svolsero nel 1948, nelle quali si decise lo schieramento
internazionale dell’Italia, se con gli Occidentali egemonizzati dagli Stati
Uniti d’America o in posizione neutrale tra di essi e le nazioni egemonizzate
dall’Unione Sovietica, e quindi la politica economica degli anni a venire, lo
scrittore Giovanni Guareschi (1908-1968) creò lo slogan "Nel segreto dell'urna Dio ti vede, Stalin no". Iosif Vissarionovič Stalin (1879-1953) fu il Segretario generale del Partito
comunista dell’Unione Sovietica dal 1924 alla morte. All’epoca quel partito
esercitava una potente egemonia culturale su tutti gli altri partiti comunisti
del mondo. Stalin, che aveva ordinato sanguinose repressioni politiche, vere e
proprie stragi, negli anni Venti e
Trenta, e che aveva governato da despota assoluto anche successivamente
continuando l’azione repressiva del dissenso, aveva acquisito un enorme
popolarità durante la Seconda Guerra mondiale, riuscendo a organizzare una
efficace resistenza popolare, attenuando la repressione, e poi un micidiale contrattacco contro gli
invasori nazi-fascisti, i nazisti tedeschi e i fascismi europei loro alleati. Guareschi, il creatore delle figure di Don Camillo e di Peppone
in una lunga serie di divertenti racconti a sfondo politico-religioso, voleva richiamare gli elettori ai
loro doveri religiosi nell’organizzare la società civile. I comunisti sovietici
si erano manifestati fortemente ostili alle religioni e alle Chiese, arrivando
a promuovere l’ateismo al modo di una religione. Si voleva che avvenisse anche
in Italia? Bisogna però ricordare che all’epoca del regime fascista, il quale
nel 1948 era caduto solo da tre anni dopo avere ammaestrato gli italiani per più
di un ventennio, politica e religione dovevano essere nettamente separate:
questo era appunto il senso degli accordi conclusi nel 1929 tra il Regno d’Italia e il Papato, a sanatoria della frattura
apertasi con la conquista di Roma nel 1870, i Patti Lateranensi, e, in particolare di quella loro parte che si
chiama Concordato, totalmente revisionato nel
1984. In quest’ottica, in religione non si doveva fare politica.
Quelli che, ancora oggi, lo proclamano, forse non si avvedono di stare seguendo
l’insegnamento fascista. Guareschi, il quale di suo non era certamente un
innovatore religioso e che infatti si mostrò piuttosto ostile verso le idee
diffuse nel Concilio Vaticano 2°, in un certo senso anticipò le idee dei saggi
del Concilio, ma lo fece nella linea della precedente dottrina sociale, che
richiedeva soprattutto ai laici un forte impegno per la riforma sociale, anche
se inizialmente non propriamente quello
politico. La svolta verso un impegno anche politico ispirato dalla fede si ebbe
nel magistero nel 1931, con l’enciclica sociale
Quadragesimo Anno - Il Quarantennale (in occasione dei quarant’anni dalla
prima enciclica sociale, la Rerum Novarum - Le Novità del 1891). In quell’occasione i laici italiani
furono spinti espressamente alla collaborazione con le nuove istituzioni
sociali corporative del regime fascista. Ma quel documento, integrato da una
serie di successive pronunce del Papa costituite dai radiomessaggi natalizi
diffusi tra il 1941 e il 1944, costituì la base per un rinnovato impegno
politico dei laici di fede sia durante il regime fascista, che nella guerra di
Resistenza contro di esso e poi nella progettazione e attuazione del nuovo
regime democratico. In quell’enciclica viene esposto per la prima volta dal
magistero il principio di sussidiarietà, sul quale è stata fondata l’Unione Europea.
Dio ci vede, nella cabina elettorale. Che significa? Significa
che la fede religiosa non può essere tenuta fuori dalle scelte elettorali, in
particolare da quelle più importanti, da quegli esami dai quali dipende moltissimo,
più di quanto accada in genere. E’ appunto il caso delle elezioni politiche che
si terranno nella prossima primavera. Ci sono ancora sei mesi, prima che si
voti. Perché parlarne adesso? Perché questa volta prepararsi sarà molto più
impegnativo. Non si tratta di decidere immigrati
sì - immigrati no, ma del modello di sviluppo della società.
In una trasmissione radiofonica della sera che
qualche volta ascolto tornando a casa, per tenermi sveglio mentre guido, perché
è piena di gente che urla e straparla, un ascoltatore è stato preso in giro
duramente da uno dei conduttori quando ha accennato al modello di sviluppo. Ma si tratta proprio di questo. Certo, non a
tutti in società piace che se ne parli.
C’è chi nelle crisi sociali ci guadagna. E’ paradossale, ma è così. L’economia
va male, ma non per tutti. C’è chi ha aumentato i propri profitti e vorrebbe
continuare così. Anche nelle prossime elezioni, come in quelle del 1948, sono
in ballo le alleanze internazionali e la politica economica, cose dalle quali
dipende la vita di tutti.
Dunque, le prossime elezioni sono uno di quegli esami che non finiscono mai. Come
vogliamo arrivarci? Come quegli studenti che si preparano solo la notte
prima e che poi il giorno dell’esame non
sanno che pesci prendere? Molti elettori, ci raccontano gli esperti di indagini
demoscopiche i quali cercano di
prevedere l’esito del voto, decidono appunto così. Il tempo meteorologico influisce:
magari uno il giorno prima aveva deciso di votare in un certo modo, poi la
mattina delle elezioni piove e cambia
opinione.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
