Ora è il momento di darsi da fare
In genere si ritiene
che nelle elezioni politiche siano decisivi gli ultimi giorni, e addirittura il
giorno stesso delle votazioni, ma non è così.
Sono decisivi i mesi prima del giorno in cui si vota, da
quando si sa che ci saranno elezioni anticipate, prima dei cinque anni dalle
precedenti, o si sta avvicinando la loro scadenza normale. E’ allora che i
partiti che vogliono partecipare programmano, non quello che intendono fare, ma
quello che diranno agli elettori di voler fare,
e non è la stessa cosa.
Come decidono?
Annusano l’aria, sentono che si dice in giro. Non dovrebbero innanzi tutto acquisire
consapevolezza realistica di ciò che è necessario fare? Dovrebbero. Ma la loro urgenza
principale è quella di vincere le elezioni, per potere aver voce che conta in
Parlamento e nelle decisioni del Governo. Bisogna presentarsi in modo che la
gente voti nel modo che si desidera. E se poi gli eletti non terranno fede alle
promesse elettorali? In qualche
misura è sempre accaduto. In campagna elettorale ci si sbilancia un po’, come
quando al mercato rionale i venditori magnificano la propria merce. Gente seria
non eccederà. Ma c’è chi lo farà, soprattutto se gli elettori non sono persone
che vanno tanto per il sottile.
Nelle riunioni riservate
che sempre si fanno in campagna elettorale, si cerca di fare dei pronostici sui
voti su cui in qualche modo si può contare. Un tempo, ad esempio, un partito come la Democrazia Cristiana poteva
far conto sull’appoggio della maggior parte dei parroci. Il Partito Comunista
Italiano riteneva di avere un buon bacino di elettori tra gli iscritti al
sindacato CGIL. Il Partito Liberale Italiano aveva molti sostenitori nella buona borghesia, gente ricca e autonoma
da certi condizionamenti che derivavano dai problemi della vita che affliggono
le famiglie comuni, ma, naturalmente, si trattava di una piccola porzione degli
elettori e, infatti, quel partito era uno di quelli minori. Contava alleandosi
con partiti più grossi; ad esempio con la Democrazia Cristiana che, fino al
1994, rimase quello più forte, il partito, come si dice, di maggioranza relativa.
Nel suo momento
peggiore, alle elezioni politiche del 1992, la Democrazia Cristiana, fondata
nel 1942 da esponenti del cattolicesimo democratico italiano, arrivò ad avere circa il 29% dei voti per il
rinnovo del Parlamento, più o meno come i maggiori partiti di oggi. Questo non
fece molta impressione, perché la minaccia del comunismo di tipo sovietico a
quell’epoca era cessata. Ma, quando, nel 1983, era arrivata ad avere solo il
32% alle elezioni politiche la gente si era molto preoccupata. Temeva una
specie di rivoluzione. La paura era stata ancora più forte quando, in una tornata delle
precedenti elezioni nazionali, quelle del 1976, si temette il sorpasso, vale a dire che il Partito
Comunista Italiano avesse più voti della Democrazia. C’era già stato nelle
elezioni regionali dell’anno precedente. Ma poi la Democrazia Cristiana
quell’anno ebbe il 38% e rimase il partito maggiore. Espresse l’indirizzo di
governo e gran parte dello stesso personale di governo per un tempo molto lungo,
ininterrottamente, dal 1945 al 1994, anno in cui, a seguito di un cambio di
denominazione e di una scissione delle
correnti di centro-destra, diventò qualcosa di diverso. Furono suoi uomini tutti
i Presidenti del Consiglio dei ministri fino al 1994, ad eccezione degli anni
in cui lo furono Giovanni Spadolini, repubblicano, tra il 1981 e il 1982, e il socialista Bettino Craxi, dal 1983 al 1987. Solo verso la fine della sua esperienza
politica, più o meno in corrispondenza con i due governi Craxi a metà degli
anni ’80, la Democrazia Cristiana cercò di darsi una propria ideologia, un
proprio programma di riforma sociale, in particolare iniziando a progettare
riforme costituzionali in senso maggioritario. In precedenza, fondamentalmente,
la sua ideologia era stata liberamente tratta dalla dottrina sociale della
Chiesa e, bisogna precisarlo, quest’ultima subì nel tempo degli adattamenti
sulla base dell’esperienza politica concreta fatta dai laici cattolici italiani
nella Democrazia Cristiana ed anche in altri partiti. Si imparò facendo le
cose, governando. Gli anni ’80 furono caratterizzati da un fiorire di
tantissime scuole di politica, in particolare negli ambienti
cattolici. Si pensava a progettare una nuova
politica. La Democrazia Cristiana si aprì al contributo di esterni, in gran parte provenienti dal mondo dell’associazionismo
cattolico, indicendo anche una speciale loro assemblea nel 1981. Ma la cosa non funzionò e sfociò nell'insuccesso elettorale del 1983. Alle successive
elezioni, nel 1987, in cui io svolsi le funzioni di presidente di seggio, quel
partito ebbe il 34% dei voti. Poi, dal 1989, il mondo di prima cambiò
improvvisamente. Nata per sostenere il ritorno alla democrazia nella lotta contro
il regime fascista, e poi per continuare a sostenere i processi democratici di fronte alla minaccia
del comunismo di ispirazione sovietica, cercando indurre in quello italiano
l’assimilazione della democrazia occidentale, la Democrazia Cristiana, federazione di molte anime del cattolicesimo politico italiano, perse
senso con la fine di quel tipo di comunismo. Nel 1994, a seguito della nuova
legge elettorale maggioritaria del 1993, iniziò l’era dell’alternanza tra
coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra, conclusa nel 2011. La
Democrazia Cristiana aveva finito il suo tragitto nella storia nazionale.
Ho fatto riferimento particolare alla
Democrazia Cristiana sia per il suo stretto collegamento con il mondo cattolico
italiano, compresa la gerarchia costituita da Papa e vescovi, sia per il fatto
che ho su di essa notizie di prima mano attraverso miei parenti e loro amici,
sia per evidenziare questo: la Democrazia Cristiana non annusava mai l’aria prima delle elezioni politiche. I suoi
programmi elettorali e quelli reali non dipendevano infatti dagli umori della
gente in un certo momento, in particolare sotto elezioni. Il patto concluso,
tramite Alcide De Gasperi (1881-1954; presidente del Consiglio dei ministri dal
1945 al 1953), con il Papato, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, prevedeva l’appoggio incondizionato della
gerarchia cattolica, e quindi quello di massa dei cattolici italiani, al
partito purché mantenesse la sua ispirazione alla dottrina sociale e,
attraverso di essa, il suo riferimento agli orientamenti politici del Papato. Questo
collegamento con il Papato si indebolì progressivamente dal 1978, durante il
regno di san Karol Wojtyla, Giovanni Paolo 2° in religione, non molto
interessato agli affari italiani e invece tutto proiettato sullo scenario
europeo, per ricongiungere l’Europa orientale a quella occidentale, il suo
grandioso progetto politico che, agli inizi del suo pontificato, apparve
irrealistico. Ma il collegamento rimase, fino all’ultimo. Quella caratteristica
della politica democristiana garantì una straordinaria stabilità nell’indirizzo
di governo, nonostante il mutare veloce dei presidenti del Consiglio del
ministri. Che io ricordi, non ve ne sono altri esempi nelle storie delle
democrazie occidentali contemporanee. Tra il 1945 e il 1994, quasi
cinquant’anni, si ebbero in Italia fondamentalmente tre indirizzi politici,
tutti originati ed egemonizzati dalla Democrazia Cristiana: centrista
(1945-1964), primo centrosinistra (1964-1976) unità nazionale (1976-1979), secondo centrosinistra (1979-1994). A quei
tempi i Papi, attraverso le loro encicliche spiegavano alla gente,
sinteticamente, come andava il mondo e davano indicazioni su come procedere
e il partito, con una certa autonomia
naturalmente perché fin dall’inizio tenne alla sua laicità, quindi a non sacralizzare
le sue politiche in modo che
potessero essere liberamente negoziate con altri partiti politici, attuava, tenendo
conto di ciò che la situazione politica nazionale e internazionale in concreto consentiva.
Ai tempi nostri è
molto diverso. Che cosa è cambiato? Qualcosa è cambiato, certo. L’ideologia che
va per la maggiore non è quella del Papato o di altri centri politici
nazionali. Si segue ancora, con diverse varianti naturalmente, quella che fu escogitata e diffusa negli anni
’80 in Occidente, e tra i popoli egemonizzati dagli occidentali o che ne
seguivano i costumi, al tempo del presidente statunitense Ronald Reagan e del
primo ministro britannico Margaret
Thatcher. Apparve molto potente perché accreditata di aver prodotto la
sconfitta del comunismo di scuola sovietica, quello che aveva una specie di papato nell’Unione Sovietica, grande
entità politica crollata nel 1991. La realtà, a me che vissi quegli anni
consapevolmente, appare un po’ diversa. Il socialismo di tipo sovietico, basato
fondamentalmente su sviluppi delle politiche di Lenin e di Stalin, entrò in
crisi in tutto il mondo nel corso degli anni ’70, che paradossalmente furono
anche quelli della massima egemonia politica, militare e culturale dell’Unione
Sovietica. L’ideologia di Reagan e della Thatcher si limitò ad approfittare
della situazione ed ebbe la meglio per la storica incapacità dei comunismi di
scuola sovietica di riformarsi. E ciò a differenza dei sistemi politici di tipo
capitalistico, che avevano subìto profondi processi di riforma a partire dalla
grande crisi economica e finanziaria globale del 1929, analoga a quella prodottasi, sempre a partire dagli
Stati Uniti d’America, nel 2008.
Quell’ideologia di scuola Reagan/Thatcher
prevede che i più deboli siano lasciati al loro destino e che i più forti siano
lasciati liberi di dominare economicamente la società e di arricchirsi. E’
chiaro che, presentandola per quella che è, non attrarrebbe le masse, nelle
quali, è chiaro, i più forti sono
minoranze. Ecco la necessità, sotto elezioni, di annusare l’aria e di
confezionare un prodotto che possa convincere gli elettori a mettere
sulla scheda elettorale il segno nel posto giusto, nonostante quell'impostazione di fondo che ne svantaggia la maggior
parte. E’ di questi tempi che questo lavoro viene fatto.
Come ci si riesce?
Ci si riesce. Non si riesce forse a convincere la gente a giocare alle
macchinette video-poker, scommesse e lotterie, in cui vincono veramente
solamente quelli che gestiscono il gioco e pochissimi altri? Si spiega alle
persone la cosa, razionalmente, con esposizione delle probabilità infime di
vincita, ma la gente tuttavia continua a spendere soldi alle macchinette e negli altri giochi d'azzardo.
Chi condivide
l’ideologia Reagan/Thatcher non ha problemi: non deve fare nulla. Il sistema,
senza correttivi, procederà per inerzia
in quella direzione. La spia che rivela la presenza di quell’ideologia al di là
delle varie confezioni elettorali proposte, il suo marcatore, è lo slogan “Meno tasse!”. Si può essere certi che chi
lo usa proseguirà nella linea
Reagan/Thatcher.
Chi invece non la
condivide è bene che si dia da fare, ora!, nei confronti dei politici di
riferimento. Quale modello di sviluppo propongono? Uno in cui i deboli vengono
lasciati a se stessi? E’ un progetto che appare in rotta di collisione con gli
insegnamenti della dottrina sociale, che ci invita invece a farci prossimi agli altri sul modello del buon samaritano evangelico. Se ci viene risposto che i
soldi non ci sono, questo non depone favorevolmente per chi lo dice. Come, non ci sono i soldi?! Siamo una delle
nazioni più ricche del pianeta. Com’è che bisogna abbandonare la gente, mentre
vediamo che c’è chi si arricchisce a dismisura e concentra nelle sue mani gran
parte delle ricchezze del mondo, Italia compresa? Ho letto che l’anno scorso
otto persone avevano nelle loro mani più o meno una ricchezza pari a quella posseduta da oltre tre miliardi della gente
più povera. Qualche anno prima andava meglio, erano in qualche decina i più
ricchi del pianeta. La situazione sta evolvendo rapidamente verso un
arricchimento stratosferico di sempre meno persone. L’ideologia Reagan/Thatcher, secondo la quale favorire
l’arricchimento dei più ricchi avrebbe poi finito per far ricchi tutti, non ha
mantenuto le promesse. Come poteva accadere diversamente? Mi sembra un po’ come
quando Pinocchio, nella bella favola di Collodi, semina gli zecchini d’oro
credendo al Gatto e alla Volpe che gli dicono che da essi nasceranno piante di
zecchini d’oro, con tantissime monete in più. Poi gli zecchini seminati spariscono.
Come sono spariti i risparmi di vite intere di tanti poveretti che hanno
creduto a certe promesse di facile arricchimento fatte nelle loro banche di
fiducia. Babbeo Pinocchio, ci vuole suggerire Collodi. Babbei anche noi? Ma lo
stato non dovrebbe proteggerci? Certo, dovrebbe. I più deboli, in particolare,
lo vorrebbero. Ma meno tasse significa
inevitabilmente anche meno stato, perché è con le tasse che
viene finanziata l’organizzazione dello stato e se le risorse diminuiscono
occorre diminuire in maniera corrispondente anche lo stato.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli