Parlamento
Gli storici sicuramente si riferiranno al tempo tra il dicembre 2016 e
la primavera del 2018, poco più di un anno, come ad un’epoca molto significativa
della storia nazionale, nella quale la storia degli italiani ha preso una delle
direzioni possibili e non altre. Non sempre si vivono momenti così. Accadde, ad
esempio, tra il 1993 e il 1994, quando in pochi mesi furono organizzati nuovi
partiti e nuove coalizioni politiche e si passò da un sistema di governo
nazionale centrato sulla Democrazia Cristiana ad uno basato sull’alternanza di
coalizione politiche di centro-destra e di centro-sinistra.
Nel dicembre 2016 i cittadini dovettero
decidere se approvare una riforma costituzionale, quindi delle istituzioni
supreme, che consentisse al più forte dei partiti sulla piazza, pesato in base
a voti ricevuti alle elezioni, di sviluppare la sua politica senza poter essere
paralizzato dalle altre formazioni politiche. Per la prima volta da molto
tempo, si sviluppò nell’opinione pubblica un vasto dibattito, vagliando gli
argomenti a favore e quelli contrari. La proposta fu respinta. Prevalsero
quelli che temevano un forte concentrazione di potere in un unico gruppo
politico. La proposta era di cambiare l’organizzazione di Parlamento, Governo e
Regioni e i loro poteri, ma, una volta attuata la riforma, ne poteva conseguire
in tempi brevi il mutamento anche di altre parti della Costituzione, in
particolare quelle contenenti principi fondamentali di civiltà. Prevalse,
dunque, un atteggiamento prudente.
Nelle elezioni politiche della prossima primavera si dovrà decidere essenzialmente
sul quadro di alleanze internazionali in cui l’Italia deve essere inserita e sul modello di sviluppo economico e sociale da seguire. Il primo tema comprende i
rapporti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America e la partecipazione,
o il livello di partecipazione, nelle situazioni di guerra che si sono
sviluppate ai confini orientali e meridionali dell’Europa, con particolare
riferimento al nord Africa; il secondo riguarda il tipo di capitalismo da
attuare in economia, il livello di intervento del Governo in economia, il
sostegno a chi si trova in difficoltà, comprese sanità e pensioni e aiuti ai
disoccupati, l’istruzione pubblica, quindi il sistema scolastico a tutti i
livelli, e la formazione dei più giovani al lavoro. E il tema degli immigrati
di cui tanto si parla, e si straparla? E’ del tutto marginale
rispetto alle altre questioni in ballo. Le soluzioni possibili su quel problema
dipenderanno da che risposta si darà agli altri temi. Se si deciderà di
allontanarci dall’Unione Europea e di seguire, ad esempio, la politica proposta
dal presidente statunitense Donald Trump, chi sta peggio in società sarà
abbandonato, immigrati poveri compresi, e, probabilmente, l’Italia si impegnerà
in una qualche guerra, ad esempio in Libia, ma anche altrove nel mondo,
seguendo la politica attualmente assai bellicosa degli Stati Uniti d’America. I
giovani dovranno lottare duramente tra loro per conquistare un qualche lavoretto, che si farà sempre meno
stabile e sempre peggio pagato. La vita dei vecchi e dei malati si farà più
difficile, a parte una piccola quota di privilegiati che riusciranno ad essere
coperti da forme di previdenza migliori, per cui riusciranno ad avere pensioni
decenti e un’assistenza sanitaria valida.
Tutto dipenderà non solo dal tipo di persone che saranno elette nel
prossimo Parlamento, ma anche dalle politiche che dalle elezioni usciranno
accreditate. Tutti e due questi aspetti devono essere considerati nel fare le
proprie scelte alle elezioni. La scelta delle persone è molto importante perché
ne risulta condizionata la capacità di sviluppare le politiche proposte. Si possono
avere belle idee, ma poi essere incapaci di attuarle, in particolare in
Parlamento, dove non si lavora da soli o solo con chi condivide certe opinioni,
ma insieme a molti altri, spesso dissenzienti, perché il Parlamento tende a
riflettere, rappresentandola, la
società nazionale, nelle sue varie componenti.
La
parola “Parlamento” richiama l’idea del parlare.
E’ una struttura dello Stato composta da due assemblee, una di circa seicento
membri e l’altra di circa la metà. L’idea che ci si vada per parlare non è
sbagliata. Parlare nel senso di dialogare. Non ha senso
parlare da soli, non credete? Alcuni sembra che pensino che lo abbia. Dialogando
si esaminano in dettaglio le varie questioni, da più punti di vista quanti sono
gli interlocutori, vale a dire che si discute. Emergono i problemi, si
possono riconfigurare gli obiettivi, ciascuno dovrebbe dare il meglio di sé. Non
è che ognuno debba proporre la propria opinione
e poi si vada alla conta. Si portano
argomenti e li si valuta. Una proposta ben argomentata
non è più una semplice opinione, un punto di vista, uno vale l’altro. Tutto
questo parlare, dialogare e discutere serve a prendere decisioni
consapevoli, ben argomentate, che si basino su una visione realistica dei
problemi, e innanzi tutto della società, che tengano conto delle obiezioni ben
argomentate. In questo lavoro i vari gruppi che si formano in Parlamento, sulla
base delle formazioni politiche che la società ha espresso, i partiti innanzi
tutto, non si scontrano sempre, ma il più del tempo si confrontano. Se uno però va in Parlamento
con l’idea di scontrarsi e basta, parte male, perché decide di non fare
gran parte del lavoro che serve. Naturalmente la capacità di dialogo e quindi di confronto non è
innata e non è sviluppata in tutti allo stesso livello. Così è giusto dire che
un parlamentare non si crea il giorno delle elezioni, ma
in una vita intera. Molto dipende dalla
sua istruzione e dalle sue esperienze civili. Un incolto difficilmente avrà
capacità di dialogo: avrà una visione del mondo e della società in cui vive
piuttosto ristretta e si sentirà come affogare quando ne scopre, invece, la
vastità e complessità. Uno che nella sua vita nei conflitti è stato portato ad
agitarsi invece che a mediare, cercando soluzioni condivise, continuerà a farlo
anche in Parlamento e non sarà un buon parlamentare. Nella scelta tra i
candidati, nei limiti in cui il sistema elettorale la consente, occorrerà studiare
bene le biografie di chi si propone. Che ha fatto nella vita? Che risultati ha
ottenuto in società? E’ aperto al dialogo? Ha una sufficiente istruzione?
Conosce a sufficienza la situazione sociale del suo tempo? Spesso basta sentir
parlare una persona per farsene un’idea affidabile. E’ quello che fanno gli
insegnanti quando interrogano gli allievi. Non è un mistero: ci sono stati parlamentari
che sembravano avere un’insufficiente
dimestichezza con la lingua nazionale. Fare un errore ogni tanto accade anche
ai professori universitari. Ma quando accade troppo spesso bisogna
insospettirsi.
Dal mio
punto di vista, sarebbe meglio non mandare in Parlamento gente che poi vuole
fare il bullo. Propongo questo
argomento: più si discute sulle decisioni da prendere, più si esaminano sotto vari
aspetti con il contributo di più gente possibile e possibilmente di gente di valore,
minore è la probabilità di scelte avventate e poco consapevoli. Si rischia di
meno. Poiché in Parlamento ci si va per prendere decisioni molto importanti, dalle quali dipendono le
vite dei cittadini, è meglio eleggere persone istruite e capaci di dialogare e
di discutere, con buoni curriculi in questo campo, che abbiano dato buona prova
di sé.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli