venerdì 29 settembre 2017

Parlamento

Parlamento

   Gli storici sicuramente si riferiranno al tempo tra il dicembre 2016 e la primavera del 2018, poco più di un anno, come ad un’epoca molto significativa della storia nazionale, nella quale la storia degli italiani ha preso una delle direzioni possibili e non altre. Non sempre si vivono momenti così. Accadde, ad esempio, tra il 1993 e il 1994, quando in pochi mesi furono organizzati nuovi partiti e nuove coalizioni politiche e si passò da un sistema di governo nazionale centrato sulla Democrazia Cristiana ad uno basato sull’alternanza di coalizione politiche di centro-destra e di centro-sinistra.
 Nel dicembre 2016 i cittadini dovettero decidere se approvare una riforma costituzionale, quindi delle istituzioni supreme, che consentisse al più forte dei partiti sulla piazza, pesato in base a voti ricevuti alle elezioni, di sviluppare la sua politica senza poter essere paralizzato dalle altre formazioni politiche. Per la prima volta da molto tempo, si sviluppò nell’opinione pubblica un vasto dibattito, vagliando gli argomenti a favore e quelli contrari. La proposta fu respinta. Prevalsero quelli che temevano un forte concentrazione di potere in un unico gruppo politico. La proposta era di cambiare l’organizzazione di Parlamento, Governo e Regioni e i loro poteri, ma, una volta attuata la riforma, ne poteva conseguire in tempi brevi il mutamento anche di altre parti della Costituzione, in particolare quelle contenenti principi fondamentali di civiltà. Prevalse, dunque, un atteggiamento prudente.
  Nelle elezioni politiche della prossima primavera si dovrà decidere essenzialmente sul quadro di alleanze internazionali in cui l’Italia deve essere inserita e sul modello di sviluppo economico e sociale da seguire. Il primo tema comprende i rapporti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America e la partecipazione, o il livello di partecipazione, nelle situazioni di guerra che si sono sviluppate ai confini orientali e meridionali dell’Europa, con particolare riferimento al nord Africa; il secondo riguarda il tipo di capitalismo da attuare in economia, il livello di intervento del Governo in economia, il sostegno a chi si trova in difficoltà, comprese sanità e pensioni e aiuti ai disoccupati, l’istruzione pubblica, quindi il sistema scolastico a tutti i livelli, e la formazione dei più giovani al lavoro. E il tema degli immigrati di cui tanto si parla,  e si straparla? E’ del tutto marginale rispetto alle altre questioni in ballo. Le soluzioni possibili su quel problema dipenderanno da che risposta si darà agli altri temi. Se si deciderà di allontanarci dall’Unione Europea e di seguire, ad esempio, la politica proposta dal presidente statunitense Donald Trump, chi sta peggio in società sarà abbandonato, immigrati poveri compresi, e, probabilmente, l’Italia si impegnerà in una qualche guerra, ad esempio in Libia, ma anche altrove nel mondo, seguendo la politica attualmente assai bellicosa degli Stati Uniti d’America. I giovani dovranno lottare duramente tra loro per conquistare un qualche lavoretto, che si farà sempre meno stabile e sempre peggio pagato. La vita dei vecchi e dei malati si farà più difficile, a parte una piccola quota di privilegiati che riusciranno ad essere coperti da forme di previdenza migliori, per cui riusciranno ad avere pensioni decenti e un’assistenza sanitaria valida.
  Tutto dipenderà non solo dal tipo di persone che saranno elette nel prossimo Parlamento, ma anche dalle politiche che dalle elezioni usciranno accreditate. Tutti e due questi aspetti devono essere considerati nel fare le proprie scelte alle elezioni. La scelta delle persone è molto importante perché ne risulta condizionata la capacità di sviluppare le politiche proposte. Si possono avere belle idee, ma poi essere incapaci di attuarle, in particolare in Parlamento, dove non si lavora da soli o solo con chi condivide certe opinioni, ma insieme a molti altri, spesso dissenzienti, perché il Parlamento tende a riflettere, rappresentandola, la società nazionale, nelle sue varie componenti.
  La parola “Parlamento” richiama l’idea del parlare. E’ una struttura dello Stato composta da due assemblee, una di circa seicento membri e l’altra di circa la metà. L’idea che ci si vada per parlare non è sbagliata. Parlare  nel senso di  dialogare. Non ha senso parlare da soli, non credete? Alcuni sembra che pensino che lo abbia. Dialogando si esaminano in dettaglio le varie questioni, da più punti di vista quanti sono gli interlocutori, vale a dire che  si discute. Emergono i problemi, si possono riconfigurare gli obiettivi, ciascuno dovrebbe dare il meglio di sé. Non è che ognuno debba proporre la propria opinione  e poi si vada alla conta. Si portano argomenti  e li si valuta. Una proposta ben argomentata non è più una semplice opinione, un punto di vista, uno vale l’altro. Tutto questo parlare, dialogare e  discutere serve a prendere decisioni consapevoli, ben argomentate, che si basino su una visione realistica dei problemi, e innanzi tutto della società, che tengano conto delle obiezioni ben argomentate. In questo lavoro i vari gruppi che si formano in Parlamento, sulla base delle formazioni politiche che la società ha espresso, i partiti innanzi tutto, non si scontrano  sempre, ma il più del tempo si  confrontano. Se uno però va in Parlamento con l’idea di scontrarsi  e basta, parte male, perché decide di non fare gran parte del lavoro che serve. Naturalmente la capacità di dialogo  e quindi di  confronto  non  è innata e non è sviluppata in tutti allo stesso livello. Così è giusto dire che un parlamentare  non si crea il giorno delle elezioni, ma in  una vita intera. Molto dipende dalla sua istruzione e dalle sue esperienze civili. Un incolto difficilmente avrà capacità di dialogo: avrà una visione del mondo e della società in cui vive piuttosto ristretta e si sentirà come affogare quando ne scopre, invece, la vastità e complessità. Uno che nella sua vita nei conflitti è stato portato ad agitarsi invece che a mediare, cercando soluzioni condivise, continuerà a farlo anche in Parlamento e non sarà un buon parlamentare. Nella scelta tra i candidati, nei limiti in cui il sistema elettorale la consente, occorrerà studiare bene le biografie di chi si propone. Che ha fatto nella vita? Che risultati ha ottenuto in società? E’ aperto al dialogo? Ha una sufficiente istruzione? Conosce a sufficienza la situazione sociale del suo tempo? Spesso basta sentir parlare una persona per farsene un’idea affidabile. E’ quello che fanno gli insegnanti quando interrogano  gli allievi. Non è un mistero: ci sono  stati parlamentari  che sembravano avere un’insufficiente dimestichezza con la lingua nazionale. Fare un errore ogni tanto accade anche ai professori universitari. Ma quando accade troppo spesso bisogna insospettirsi.
  Dal mio punto di vista, sarebbe meglio non mandare in Parlamento gente che poi vuole fare il bullo. Propongo questo argomento: più si discute sulle decisioni da prendere, più si esaminano sotto vari aspetti con il contributo di più gente possibile e possibilmente di gente di valore, minore è la probabilità di scelte avventate e poco consapevoli. Si rischia di meno. Poiché in Parlamento ci si va per prendere decisioni  molto importanti, dalle quali dipendono le vite dei cittadini, è meglio eleggere persone istruite e capaci di dialogare e di discutere, con buoni curriculi in questo campo, che abbiano dato buona prova di sé.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli