Coalizzare
forze giovani
[Dall’enciclica
Laudato si, del papa Francesco, del maggio 2015]
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228. La cura per la natura è parte di uno stile di
vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha
ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende
fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un
compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che
faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta
ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al
nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno
gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il
mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo
stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede,
dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra
superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della
vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri
interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce
lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita
alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una
parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e
amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei
quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo.
Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del
maltrattamento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura
reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che
cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per
il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le
relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali,
economici, politici». Per questo
la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore» [espressione ripresa dal Messaggio per la
Giornata Mondiale della Pace del 1997
del papa Paolo 6° - Montini]. L’amore
sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «Per rendere la società più
umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale –
a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma costante e
suprema dell’agire» [citazione dal Compendio
della dottrina sociale della Chiesa, n. 582, diffuso nel 2004 dal
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace]. In questo quadro, insieme
all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a
pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e
incoraggino una cultura della
cura che impregni tutta la società.
Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli
altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua
spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si
santifica.
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Abbiamo bisogno di coalizzare forze giovani.
Non parlo di indottrinarle, anche in quella modalità più dolce che è il
catechizzarle. Intendo proprio coalizzarle: vale a dire radunarle in un impegno
collettivo. Tempo fa ho definito questa attività come una vera e propria leva,
al modo di quella che un tempo si faceva
per i militari.
Derivo la mia opinione sui giovani dalla mia
esperienza di giovane degli anni ’70 e ’80 e da quella di padre nel primo
decennio del nuovo millennio. Si tratta quindi di vita vissuta, ma di vita
ormai datata. Ad un cinquantenne inoltrato che non sia in qualche modo
coinvolto in attività educative la vita dei più giovani è, del resto, preclusa.
Come sono i giovani d’oggi? Non lo so. Da quello che ne leggo, chi se ne occupa
non finisce mai di stupirsi per le esperienze positive che se ne possono fare.
Le cronaca recente ci ha rimandato la storia delle splendide vite di due
ragazzi italiani uccisi in fatti di
violenza a sfondo politico, a Parigi e a Il Cairo: una ragazza e un ragazzo
d’oro in ogni senso, i figli che ogni genitore vorrebbe avere. Erano usciti
dalla nostra Italia di oggi, da famiglie normali come tante altre. E si è
scoperto che, intorno a loro, ce n’erano tanti altri come loro. Ce ne sono
sicuramente anche da noi, alle Valli, non c’è motivo per dubitarne. E’ di
persone come loro che abbiamo bisogno. Ne abbiamo tanta nostalgia.
Perché ho parlato di reclutamento? Un’esperienza collettiva non può iniziare dai giovani
stessi? Può avvenire, indubbiamente, anche in religione. A Roma un movimento
come quello di S. Egidio è stato iniziato da dei liceali. Ma in genere ci sono
sempre dei riferimenti a persone più adulte: un giovane in un certo senso
attende sempre una chiamata, una vocazione. Questo è particolarmente vero
in religione: si ritiene che uno dei criteri di ecclesialità di un’esperienza collettiva sia di non essere
sorta completamente da sola, di non essere completamente autoreferenziale.
Radunare
i dispersi è uno dei principali
compiti di una collettività religiosa secondo la nostra fede. Non ci si raduna
però come un gregge in un ovile: questa è l’insufficienza delle
immagini analogiche di tipo pastorale. Ci si raduna per un impegno collettivo:
per trasformare la Terra intera in un solo popolo, per radunare tutti.
Gli adulti devono parlare ai giovani di questo
lavoro, che nello stesso tempo è
propriamente missione. Non sempre lo fanno. Certe volte presentano
la vita di fede solo come la ciliegina sulla torta, come la guarnizione di una
vita. Da giovane questo modo di vivere la religione non mi coinvolgeva per
nulla. L’idea di missione, invece, mi appassionava di più.
Ma c’era poco tempo per pensarci.
La vita di un adulto tra i trenta e i
sessant’anni è totalmente presa da lavoro e famiglia, c’è di solito poco tempo
per altro. Gli adulti, allora, pensano che quella dei giovani sia una vita di
svago, piena di tempo libero, ma sbagliano, hanno dimenticato la loro vita da
giovani.
La vita dei più giovani è trasformazione e
frenesia. Bisogna imparare a fare tantissime cose in brevissimo tempo. Si vive
in un mondo di coetanei che può essere
molto crudele. Se si finisce fuori della corrente si ha tempo libero, ma
è tempo perso, tempo inutile, da emarginati. Se non si tiene conto di questa
realtà, si lavora a vuoto con i giovani.
Un giovane deve, per sua natura, per la vita
che per natura si trova a vivere, concentrarsi su ciò che veramente gli
serve per crescere.
C’è ancora, in religione, qualcosa che può
essere utile a un giovane nel lavoro che fa per crescere? Molte delle cose che
proponiamo ai giovani nella fede sono solo impedimenti e, anche, spesso, inutili impedimenti.
Nella vita dei giovani ha un’importanza
enorme l’amore. Se pretendiamo che vi rinuncino li perdiamo. C’entra la scoperta della sessualità, ma, quando concentrano tutto su di essa, in realtà i giovani copiano atteggiamenti
di gente più adulta, di gente che all’amore, ad un certo punto, ha rinunciato.
Dall’amore scaturisce una mentalità sociale, un’idea di società. L’amore si
vive in società, perché la società è indispensabile all’amore. E’ per questo
che le persone omosessuali hanno tanto desiderato una legge che in società
riconoscesse il loro amore. La società giusta per l’amore può essere anche quella buona idealizzata dalla religione, fatta di gente che si vuole bene. Per il semplice sesso,
invece, la società non è necessaria e neanche il volersi bene: tutto si può
consumare rapidamente anche in una qualche squallido tugurio, fisico o morale. Certi metodi catechistici del passato
e del presente pretendono di esercitare un’estenuante polizia sessuale
collezionando insuccessi su insuccessi e non sanno confrontarsi con l’amore,
far emergere l’amore, si occupano solo di sesso. E’, in fondo, una visione
clericale del problema, di persone che si vietano l’amore. L’intrusione
sessuale è inutile, in religione: l’obiettivo non deve essere il divieto, ma l’equilibrio,
che ad un certo punto, in genere ma non sempre, si raggiunge da adulti, in modo
sempre precario però, quando si sviluppa la capacità di amare veramente. Essa
non è innata come il sesso, si impara e occorre farne tirocinio. Tra l’amore e
il sesso sta la coscienza personale, l’origine della dignità della persona, e
il lavoro catechistico la deve rispettare.
Il pensiero sociale prodotto dalla nostra
esperienza religiosa, che è qualcosa di più vasto della dottrina sociale (argomento
secondo Pierpaolo Donati in Pensiero
sociale cristiano e società post-moderna, AVE, 1997, un libro che mi fu
donato nel 2013 dal nostro Lorenzo Daniele), è molto interessante e utile anche
per un giovane d’oggi, perché contiene molte rappresentazioni di vie per
costruire società amorevoli, adatte a sviluppare l’amore. Di solito su di esso si sorvola nella
catechesi, ed è per questo, credo, che i giovani ci lasciano. La religione come
ciliegina sulla torta di una vita è inutile per loro. Al centro di quel pensiero sociale vi è l’idea
di riforma sociale: se ne può
cogliere un bell’esempio nell’ultima enciclica di papa Bergoglio, la Laudato si’. Ma l’idea stessa di riforma, qualunque essa sia, è
considerata con sospetto negli ambienti clerico-moderati nazionali, ai quali
spesso ci si riferisce parlando di “la
Chiesa”.
Una prima via per fare largo a giovani in
parrocchia può essere allora quella di essere meno bacchettoni, intrusivi e
conservatori e di disfarsi dei molti
pregiudizi sui giovani che da adulti attempati, con sempre meno esperienza dei
giovani, si tende a maturare.
Il problema di un giovane è, in fondo, quello
di sempre: costruire una società in cui
far vivere e fruttificare il suo amore. L’ordine sociale in questo è molto
duro, tende a sfruttare e tiranneggiare i giovani e a presentare ogni loro
sogno di bene come una sciocca illusione infantile. Vuole che si accontentino,
sesso invece di amore, vita da proletari,
dannarsi per la semplice sussistenza, invece che sviluppo della propria realtà
professionale e familiare, e via
dicendo. La società, in fondo non vuole
cambiare, non vuole fare spazio ai giovani. Quella italiana è particolarmente
accanita in questo. Questo l’ha portata ai margini del progresso sociale, ma
anche in molti altri campi.
Un’alternativa è possibile, la fede religiosa
ce lo conferma. Vuole realizzare una civiltà
dell’amore, nientedimeno (cfr enclica Laudato
si’, n.231). E’ cosa che richiede un impegno collettivo, innanzi tutto di
forze giovani. La legge della giungla proposta dall’ordine economico
contemporaneo, la lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza del più
forte, del più spregiudicato, del più violento, è profondamente inumana e
istintivamente rigettata da un giovane nel pieno dell’amore. Ma noi, in religione,
del suo amore spesso ci occupiamo solo per fini repressivi di polizia sessuale.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.






