La
lezione della storia
Mia madre, negli anni ’70, quando frequentò
da studentessa di Scienze dell’Educazione il vicino Ateneo Salesiano divenendo
forse la laica più informata dei temi della catechetica della parrocchia, cosa
che le costò l’estromissione dal servizio catechistico per i fanciulli, studiò
su un corposo manuale di catechetica della fine degli anni 60, che ancor oggi
viene consigliato dai formatori di catechisti, Al servizio della fede - Manuale di Catechetica, edito da LDC nel
1970, ora acquistabile solo usato e consultabile nelle biblioteche religiose,
del francese Joseph Colomb (1902-1979), uno dei teologi promotori del
rinnovamento della catechesi dopo l’ultimo Concilio ecumenico.
A pag. 15 di quel libro leggo:
La mancanza di tempo di cui siamo
vittime ci obbliga sovente a procedere alla svelta, sbrigativamente, col
risultato che ci preoccupiamo più di far imparare che di far «scoprire» e capire, e
tralasciamo importanti aspetti del messaggio.
Nella nota che c’è dopo questa
proposizione si legge:
Un esempio: in un tempo in cui la
storia e la storicità sono elementi essenziali di ogni conoscenza profana, l’insegnamento
della storia della Chiesa è quasi totalmente trascurato dai cattolici: la fede
cattolica trascura la propria «memoria».
E una realtà che anche oggi possiamo
constatare nel servizio della catechesi.
In parte questo è dovuto all’insufficiente
formazione dei catechisti, anche di quelli che hanno raggiunto livelli più
elevati di istruzione.
A motivo dell’acuta polemica politica con il
papato romano, nell’Ottocento, nel quadro della questione nazionale italiana,
che vide i Papi schierarsi sul fronte reazionario contrario all’unità
nazionale, gli studi teologici furono soppressi in Italia nelle università pubbliche e
confinati in quelle religiose, alle dirette dipendenze dei Pontefici. Questo ha
avuto conseguenze gravi nell’acculturazione religiosa dei ceti colti. Di certi
argomenti di storia religiosa non si è più informati.
E in religione dei temi storici che
riguardano le nostre collettività religiose si ha difficoltà a parlare in
spirito di verità perché gran parte di quelle memorie contengono elementi
insopportabili.
Emerge, in particolare, che l’incapacità di
accettare diversità di pensiero che riguardavano temi sui quali era impossibile
raggiungere vere certezze, perché relativi a realtà soprannaturali che ci si
sottraggono, ha danneggiato duramente gli sviluppi dell’evangelizzazione, in
particolare nel lavoro che si stava cominciando a fare, addirittura intorno al
Quinto secolo, verso l’Asia e l’Africa. Questi processi conflittuali ebbero
come protagonisti i nostri capi religiosi, in particolare i Papi romani e gli
altri patriarchi dell’Oriente che dall’antichità gli contendevano il dominio
teologico sui fedeli di allora, e poi altri ancora ciclicamente insediatisi a
dominare le loro collettività religiose. Tra i due poli della verità e della
carità, che dovrebbero sempre rimanere vitalmente collegati, ci si incaponì sul
primo a spese del secondo e questo generò una grande e bellicosa teologia che
poi venne strumentalizzata in continue lotte di potere. Su questa teologia si
sono formati i nostri preti e i nostri vescovi. Intorno ad essa si sono creati
degli interdetti che sono difficili da superare, per quanto essi, cambiata la
situazione politica che li aveva originati, vadano perdendo senso.
La lezione che un laico di fede dovrebbe
trarre da una realistica considerazione della nostra storia religiosa è, in
fondo, quella biblica secondo la quale «solo tre cose contano: fede speranza
amore. La più grande di tutte è l’amore» (1Cor 13,13). Questo in fondo è il senso dell’evento in
corso del Giubileo della misericordia, che viene dopo un lungo tempo in cui si
è posto l’accento sulla necessità di conformità a certe dottrine ritenute non negoziabili.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli