martedì 23 febbraio 2016

La lezione della storia

La lezione della storia

  Mia madre, negli anni ’70, quando frequentò da studentessa di Scienze dell’Educazione il vicino Ateneo Salesiano divenendo forse la laica più informata dei temi della catechetica della parrocchia, cosa che le costò l’estromissione dal servizio catechistico per i fanciulli, studiò su un corposo manuale di catechetica della fine degli anni 60, che ancor oggi viene consigliato dai formatori di catechisti, Al servizio della fede - Manuale di Catechetica, edito da LDC nel 1970, ora acquistabile solo usato e consultabile nelle biblioteche religiose, del francese Joseph Colomb (1902-1979), uno dei teologi promotori del rinnovamento della catechesi dopo l’ultimo Concilio ecumenico.
  A pag. 15 di quel libro leggo:
La mancanza di tempo di cui siamo vittime ci obbliga sovente a procedere alla svelta, sbrigativamente, col risultato che ci preoccupiamo più di far imparare che di far «scoprire» e capire, e tralasciamo importanti aspetti del messaggio.
 Nella nota che c’è dopo questa proposizione si legge:
Un esempio: in un tempo in cui la storia e la storicità sono elementi essenziali di ogni conoscenza profana, l’insegnamento della storia della Chiesa è quasi totalmente trascurato dai cattolici: la fede cattolica trascura la propria «memoria».
  E una realtà che anche oggi possiamo constatare nel servizio della catechesi.
  In parte questo è dovuto all’insufficiente formazione dei catechisti, anche di quelli che hanno raggiunto livelli più elevati di istruzione.
 A motivo dell’acuta polemica politica con il papato romano, nell’Ottocento, nel quadro della questione nazionale italiana, che vide i Papi schierarsi sul fronte reazionario contrario all’unità nazionale, gli studi teologici furono soppressi in Italia nelle università pubbliche e confinati in quelle religiose, alle dirette dipendenze dei Pontefici. Questo ha avuto conseguenze gravi nell’acculturazione religiosa dei ceti colti. Di certi argomenti di storia religiosa non si è più informati.
  E in religione dei temi storici che riguardano le nostre collettività religiose si ha difficoltà a parlare in spirito di verità perché gran parte di quelle memorie contengono elementi insopportabili.
  Emerge, in particolare, che l’incapacità di accettare diversità di pensiero che riguardavano temi sui quali era impossibile raggiungere vere certezze, perché relativi a realtà soprannaturali che ci si sottraggono, ha danneggiato duramente gli sviluppi dell’evangelizzazione, in particolare nel lavoro che si stava cominciando a fare, addirittura intorno al Quinto secolo, verso l’Asia e l’Africa. Questi processi conflittuali ebbero come protagonisti i nostri capi religiosi, in particolare i Papi romani e gli altri patriarchi dell’Oriente che dall’antichità  gli contendevano il dominio teologico sui fedeli di allora, e poi altri ancora ciclicamente insediatisi a dominare le loro collettività religiose. Tra i due poli della verità e della carità, che dovrebbero sempre rimanere vitalmente collegati, ci si incaponì sul primo a spese del secondo e questo generò una grande e bellicosa teologia che poi venne strumentalizzata in continue lotte di potere. Su questa teologia si sono formati i nostri preti e i nostri vescovi. Intorno ad essa si sono creati degli interdetti che sono difficili da superare, per quanto essi, cambiata la situazione politica che li aveva originati, vadano perdendo senso.
  La lezione che un laico di fede dovrebbe trarre da una realistica considerazione della nostra storia religiosa è, in fondo, quella biblica secondo la quale «solo tre cose contano: fede speranza amore. La più grande di tutte è l’amore» (1Cor 13,13).  Questo in fondo è il senso dell’evento in corso del Giubileo della misericordia, che viene dopo un lungo tempo in cui si è posto l’accento sulla necessità di conformità a certe dottrine ritenute non negoziabili.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli