lunedì 29 febbraio 2016

Coalizzare forze giovani

Coalizzare forze giovani

[Dall’enciclica Laudato si,  del papa Francesco, del maggio 2015]

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228. La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici». Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore» [espressione ripresa dal Messaggio per la Giornata Mondiale  della Pace del 1997 del papa Paolo 6° - Montini].  L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire» [citazione dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 582, diffuso nel 2004 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace]. In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società. Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.
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 Abbiamo bisogno di coalizzare forze giovani. Non parlo di indottrinarle, anche in quella modalità più dolce che è il catechizzarle. Intendo proprio  coalizzarle: vale a dire radunarle  in un impegno collettivo. Tempo fa ho definito questa attività come una vera e propria  leva, al  modo di quella che un tempo si faceva per i militari.
  Derivo la mia opinione sui giovani dalla mia esperienza di giovane degli anni ’70 e ’80 e da quella di padre nel primo decennio del nuovo millennio. Si tratta quindi di vita vissuta, ma di vita ormai datata. Ad un cinquantenne inoltrato che non sia in qualche modo coinvolto in attività educative la vita dei più giovani è, del resto, preclusa. Come sono i giovani d’oggi? Non lo so. Da quello che ne leggo, chi se ne occupa non finisce mai di stupirsi per le esperienze positive che se ne possono fare. Le cronaca recente ci ha rimandato la storia delle splendide vite di due ragazzi  italiani uccisi in fatti di violenza a sfondo politico, a Parigi e a Il Cairo: una ragazza e un ragazzo d’oro in ogni senso, i figli che ogni genitore vorrebbe avere. Erano usciti dalla nostra Italia di oggi, da famiglie normali come tante altre. E si è scoperto che, intorno a loro, ce n’erano tanti altri come loro. Ce ne sono sicuramente anche da noi, alle Valli, non c’è motivo per dubitarne. E’ di persone come loro che abbiamo bisogno. Ne abbiamo tanta nostalgia.
  Perché ho parlato di reclutamento? Un’esperienza collettiva non può iniziare dai giovani stessi? Può avvenire, indubbiamente, anche in religione. A Roma un movimento come quello di S. Egidio è stato iniziato da dei liceali. Ma in genere ci sono sempre dei riferimenti a persone più adulte: un giovane in un certo senso attende sempre una chiamata, una  vocazione. Questo è particolarmente vero in religione: si ritiene che uno dei  criteri di ecclesialità  di un’esperienza collettiva sia di non essere sorta completamente da sola, di non essere completamente autoreferenziale.
  Radunare i dispersi  è uno dei principali compiti di una collettività religiosa secondo la nostra fede. Non ci si raduna però come un gregge  in un ovile: questa è l’insufficienza delle immagini analogiche di tipo pastorale. Ci si raduna per un impegno collettivo: per trasformare la Terra intera in un solo popolo, per radunare  tutti.
 Gli adulti devono parlare ai giovani di questo lavoro, che nello stesso tempo è  propriamente missione.  Non sempre lo fanno. Certe volte presentano la vita di fede solo come la ciliegina sulla torta, come la guarnizione di una vita. Da giovane questo modo di vivere la religione non mi coinvolgeva per nulla. L’idea di  missione, invece, mi appassionava di più. Ma c’era poco tempo per pensarci.
  La vita di un adulto tra i trenta e i sessant’anni è totalmente presa da lavoro e famiglia, c’è di solito poco tempo per altro. Gli adulti, allora, pensano che quella dei giovani sia una vita di svago, piena di tempo libero, ma sbagliano, hanno dimenticato la loro vita da giovani.
 La vita dei più giovani è trasformazione e frenesia. Bisogna imparare a fare tantissime cose in brevissimo tempo. Si vive in un mondo di coetanei che può essere  molto crudele. Se si finisce fuori della corrente si ha tempo libero, ma è tempo perso, tempo inutile, da emarginati. Se non si tiene conto di questa realtà, si lavora a vuoto con i giovani.
  Un giovane deve, per sua natura, per la vita che per natura si trova a vivere, concentrarsi su ciò che veramente  gli serve per crescere.
  C’è ancora, in religione, qualcosa che può essere utile a un giovane nel lavoro che fa per crescere? Molte delle cose che proponiamo ai giovani nella fede sono solo impedimenti e, anche, spesso, inutili  impedimenti.
  Nella vita dei giovani ha un’importanza enorme l’amore. Se pretendiamo che vi rinuncino li perdiamo.  C’entra la scoperta della sessualità, ma, quando concentrano tutto su di essa, in realtà i giovani copiano atteggiamenti di gente più adulta, di gente che all’amore, ad un certo punto, ha rinunciato. Dall’amore scaturisce una mentalità sociale, un’idea di società. L’amore si vive in società, perché la società è indispensabile all’amore. E’ per questo che le persone omosessuali hanno tanto desiderato una legge che in società riconoscesse il loro amore. La società giusta per l’amore può essere anche quella buona idealizzata  dalla religione, fatta di gente che si vuole bene. Per il semplice sesso, invece, la società non è necessaria e neanche il volersi bene: tutto si può consumare rapidamente anche in una qualche squallido tugurio, fisico o  morale. Certi metodi catechistici del passato e del presente pretendono di esercitare un’estenuante polizia sessuale collezionando insuccessi su insuccessi e non sanno confrontarsi con l’amore, far emergere l’amore, si occupano solo di sesso. E’, in fondo, una visione clericale del problema, di persone che si vietano l’amore. L’intrusione sessuale è inutile, in religione: l’obiettivo non deve essere il divieto, ma l’equilibrio, che ad un certo punto, in genere ma non sempre, si raggiunge da adulti, in modo sempre precario però, quando si sviluppa la capacità di amare veramente. Essa non è innata come il sesso, si impara e occorre farne tirocinio. Tra l’amore e il sesso sta la coscienza personale, l’origine della dignità della persona, e il lavoro catechistico la deve rispettare.
 Il pensiero sociale prodotto dalla nostra esperienza religiosa, che è qualcosa di più vasto della dottrina sociale  (argomento secondo Pierpaolo Donati in Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, AVE, 1997, un libro che mi fu donato nel 2013 dal nostro Lorenzo Daniele), è molto interessante e utile anche per un giovane d’oggi, perché contiene molte rappresentazioni di vie per costruire società amorevoli, adatte a sviluppare l’amore.  Di solito su di esso si sorvola nella catechesi, ed è per questo, credo, che i giovani ci lasciano. La religione come ciliegina sulla torta di una vita è inutile per loro.  Al centro di quel pensiero sociale vi è l’idea di riforma sociale: se ne può cogliere un bell’esempio nell’ultima enciclica di papa Bergoglio, la Laudato si’. Ma l’idea stessa di riforma, qualunque essa sia, è considerata con sospetto negli ambienti clerico-moderati nazionali, ai quali spesso ci si riferisce parlando di “la Chiesa”.
 Una prima via per fare largo a giovani in parrocchia può essere allora quella di essere meno bacchettoni, intrusivi e conservatori  e di disfarsi dei molti pregiudizi sui giovani che da adulti attempati, con sempre meno esperienza dei giovani, si tende a maturare.
  Il problema di un giovane è, in fondo, quello di  sempre: costruire una società in cui far vivere e fruttificare il suo amore. L’ordine sociale in questo è molto duro, tende a sfruttare e tiranneggiare i giovani e a presentare ogni loro sogno di bene come una sciocca illusione infantile. Vuole che si accontentino, sesso invece di amore, vita da proletari, dannarsi per la semplice sussistenza, invece che sviluppo della propria realtà professionale e familiare,  e via dicendo.  La società, in fondo non vuole cambiare, non vuole fare spazio ai giovani. Quella italiana è particolarmente accanita in questo. Questo l’ha portata ai margini del progresso sociale, ma anche in molti altri campi.
  Un’alternativa è possibile, la fede religiosa ce lo conferma. Vuole realizzare una civiltà dell’amore, nientedimeno (cfr enclica Laudato si’, n.231). E’ cosa che richiede un impegno collettivo, innanzi tutto di forze giovani. La legge della giungla proposta dall’ordine economico contemporaneo, la lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza del più forte, del più spregiudicato, del più violento, è profondamente inumana e istintivamente rigettata da un giovane nel pieno dell’amore. Ma noi, in religione, del suo amore spesso ci occupiamo solo per fini repressivi di polizia sessuale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.