Religione
senza amicizia
Per tutta la nostra vita andiamo in cerca
dell’amicizia e non siamo veramente appagati se non la troviamo. La cerchiamo
anche nell’amore sessuale, una volta placata la tempesta emotiva che esso
suscita e anche certe relazioni di sopraffazione che comporta, come, sembra,
tutto ciò che è puramente naturale. L’amore sessuale non dura a lungo, la sua
logica naturale non è fatta per questo, anche se sull’amore eterno si è scritta molta poesia e si è
fatta anche molta ideologia. Però può essere la base per una buona amicizia, di
una relazione molto intensa, di una vicinanza tra due persone che non si può
avere in altro modo: questa amicizia può continuare anche per una vita, e
comunque per molti anni. Solo in questo modo l’amore sessuale appaga veramente.
Ed è il miglior risultato che si può ottenere da una relazione coniugale.
Anche
nella religione cerchiamo l’amicizia. Il detto evangelico “Vi ho chiamato amici” viene
incontro ad una nostra profonda esigenza interiore. Essa è stata spesso
trascurata nella costruzione delle nostre collettività di fede.
Il movimento per il rinnovamento della
catechesi che è stato iniziato nel 1970
con la diffusione del Documento di base (che
può senz’altro essere una lettura utile anche per i catechisti di oggi, lo
trovate sul WEB all’indirizzo
http://www.educat.it/documenti/download/Il%20Rinnovamento%20della%20Catechesi_sito.pdf)
ha fatto sempre più conto sull’elemento
comunitario come coadiuvante nella catechesi. Si è capito che la comunità può
sostenere la fede. Ma in genere, quando in religione si tratta di queste cose,
si sorvola abbastanza sul fondamento umano delle collettività di fede,
intrattenendosi molto sulle questioni teologiche che sono implicate negli
aspetti comunitari della religione. Questo dipende
fondamentalmente dalla particolare formazione avuta dai preti e dai religiosi,
tutta indirizzata a privilegiare un’amicizia per così dire soprannaturale. Ad essi si insegna, nella formazione specifica al
loro ufficio, a vietarsi rapporti di amicizia troppo intensi. C’entrano le
questioni sull’impegno al celibato, naturalmente, ma anche una certa diffidenza
verso i rapporti puramente umani, visti come sempre precari e anche fonte di
sviamento.
Mettendo a confronto il Documento
di base, del 1970, e il Direttorio Generale per la catechesi del 1997 si nota subito che nel secondo l’aspetto
comunitario è molto più trattato che nel primo. Due esperienze storiche
indussero a farvi più conto: quella delle comunità di base dell’America Latina, a cui fece riferimento il papa Montini nell’esortazione
apostolica L’annunzio del Vangelo, del 1975, e quella della Chiesa polacca, che
si riflette nell’esortazione apostolica La catechesi, diffusa nel 1979 dal papa Wojtyla. Nella prima
era centrale l’idea di liberazione sociale mediante un’azione collettiva ispirata
dalla fede, nella seconda quella di difesa sociale della religione da una politica di
ateismo militante. La prima si costituì storicamente dalla base, appunto, dei fedeli e successivamente la gerarchia religiosa,
radunata nel CELAM, il Consiglio
Episcopale Latino-Americano l’assecondò,
nel corso di sue storiche conferenze generali, a partire da quella di Medellin
(in Colombia) del 1968, l’assecondò costruendovi sopra una strategia di lungo
respiro e anche una teologia; la seconda si organizzò all’origine intorno alla
gerarchia religiosa. Entrambe furono
fortemente impegnate in politica e solo superficialmente le si potrebbero
considerare su fronti opposti. In realtà esse reagivano a problemi sociali
locali, a diverse forme di oppressione del popolo alle quali si riconosceva un
significato religioso: le dittature dell’America Latina schierate a difesa dei
più ricchi e dei discendenti della colonizzazione europea contro i più poveri e
i nativi americani; la società totalitaria dominata da un regime comunista
ateo.
In Italia ha avuto corso a lungo un modello comunitario che combinava
quelle due esperienze. Essenzialmente si è pensato di sfruttare a favore della
vita di fede quel tanto di pressione che un gruppo può esercitare sugli
individui che gli appartengono.
In Italia l’esigenza di liberazione riguarda da vicino solo settori limitati della
popolazione e non vi sono, in fondo, esigenze di difesa dalla società intorno, perché viviamo in un
contesto profondamente infiltrato dalla religione e anche in una società
marcatamente clericale. Insomma, il tipo di comunità
- sostegno che si è cercato di realizzare da noi, liberamente
ispirato a quei due modelli a cui sopra ho accennato, era privo di quei
caratteri politici che caratterizzava questi ultimi. Mancava
infatti il collante sociale che era costituito dall’esigenza di reagire a problemi anche politici della società che
influivano sulla vita di fede.
Fondamentalmente il modello comunitario che si è cercato di attuare da noi ha avuto un
fondamento teologico ed è stato visto essenzialmente come un sostegno
alla catechesi allo sviluppo della fede e alla formazione
religiosa. Lo possiamo quindi considerare un modello di tipo catechistico. Nella nostra parrocchia lo
troviamo realizzato nelle comunità neocatecumenali. Il suo limite è nella sua settorializzazione,
per cui tutto è subordinato alla formazione religiosa. Ma la catechesi è
solo una delle manifestazioni
comunitarie della fede.
Avvicinandoci a una comunità cerchiamo l’amicizia, un appagamento che
solo lì possiamo trovare. Ed è anche nella comunità che cerchiamo l’amore
sessuale. Dell’una e dell’altro si fa esperienza insieme agli altri. Si tratta
di realtà che non sono indifferenti alla fede, ma che non sempre si riesce a
gestire al meglio nelle realtà concrete. Le comunità religiose tendono sempre
ad essere troppo fredde e a
manifestare anche un certo dispotismo, per cui pretendono di saperla
lunga sugli altri e di saperli plasmare, ricostruire. A volte l’appoggio che
danno ha un caro prezzo. Ma è proprio necessario pretenderlo?
In parrocchia viviamo una fase di rifondazione. Ciclicamente esse avvengono
in ogni collettività. L’istituzione
religiosa rimane, perché è strutturata proprio a questo scopo, ma se
non si rifonda, quanto occorre, la collettività a
cui è destinata, essa diviene priva di senso e, alla lunga, decade anch’essa.
Diverse cose, quindi, stanno cambiando. Si vorrebbe avvicinare più gente, la
molta gente che adesso ha perso familiarità con la parrocchia: lo si può fare
in spirito di amicizia e questo richiede di cambiare mentalità e metodi; potenziare l’aspetto dell’amicizia rende necessario provare a conoscere meglio,
senza pregiudizi, quelli a cui ci rivolgiamo, per capirne realisticamente le vite, le
esigenze, le mentalità. Bisognerà far meno conto sulle abitudini e conservare sufficiente
capacità di ripensamento, riflessione, autocritica: lo consiglio Joseph Colomb
nel manuale di catechetica che ho citato ieri. Scrive:
“… il catechista deve spogliarsi della sua scienza teologica
non assimilata, della sua cultura e del so vocabolario di adulto e di uomo di
Chiesa, del suo desiderio di riuscire, di ottenere risultati appariscenti e
persino di vedere nella vita l’influsso del proprio insegnamento. Da tutte
queste ricchezze egli prende solamente quello che è necessario per la vita spirituale dei suoi
uditori, pe cui rassomiglia a Dio infinitamente ricco che «si annienta» nel suo stesso
dono, cioè si dà nella misura della nostra debolezza. proprio questa «benignità» di Dio nel suo dono attira la nostra confidenza e nulla
provoca il nostro dono più del Bambino Gesù e dell’Uomo-Dio”. [Joseph Colomb, Al
servizio della fede - manuale di catechetica, LDC, 1970, pag.26].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli