mercoledì 24 febbraio 2016

Religione senza amicizia

Religione senza amicizia


   Per tutta la nostra vita andiamo in cerca dell’amicizia e non siamo veramente appagati se non la troviamo. La cerchiamo anche nell’amore sessuale, una volta placata la tempesta emotiva che esso suscita e anche certe relazioni di sopraffazione che comporta, come, sembra, tutto ciò che è puramente naturale. L’amore sessuale non dura a lungo, la sua logica naturale non è fatta per questo, anche se sull’amore eterno si è scritta molta poesia e si è fatta anche molta ideologia. Però può essere la base per una buona amicizia, di una relazione molto intensa, di una vicinanza tra due persone che non si può avere in altro modo: questa amicizia può continuare anche per una vita, e comunque per molti anni. Solo in questo modo l’amore sessuale appaga veramente. Ed è il miglior risultato che si può ottenere da una relazione coniugale.
  Anche nella religione cerchiamo l’amicizia. Il detto evangelico  “Vi ho chiamato amici” viene incontro ad una nostra profonda esigenza interiore. Essa è stata spesso trascurata nella costruzione delle nostre collettività di fede.
  Il movimento per il rinnovamento della catechesi che  è stato iniziato nel 1970 con la diffusione del Documento di base (che può senz’altro essere una lettura utile anche per i catechisti di oggi, lo trovate sul WEB all’indirizzo
http://www.educat.it/documenti/download/Il%20Rinnovamento%20della%20Catechesi_sito.pdf)
ha fatto sempre più conto sull’elemento comunitario come coadiuvante nella catechesi. Si è capito che la comunità può sostenere la fede. Ma in genere, quando in religione si tratta di queste cose, si sorvola abbastanza sul fondamento umano delle collettività di fede, intrattenendosi molto sulle questioni teologiche che sono implicate negli aspetti comunitari  della religione. Questo dipende fondamentalmente dalla particolare formazione avuta dai preti e dai religiosi, tutta indirizzata a privilegiare un’amicizia per così dire soprannaturale. Ad essi si insegna, nella formazione specifica al loro ufficio, a vietarsi rapporti di amicizia troppo intensi. C’entrano le questioni sull’impegno al celibato, naturalmente, ma anche una certa diffidenza verso i rapporti puramente umani, visti come sempre precari e anche fonte di sviamento.
  Mettendo a confronto il Documento di base,  del 1970, e il Direttorio Generale per la catechesi  del 1997 si nota subito che nel secondo l’aspetto comunitario è molto più trattato che nel primo. Due esperienze storiche indussero a farvi più conto: quella delle  comunità di base  dell’America Latina,  a cui fece riferimento il papa Montini nell’esortazione apostolica L’annunzio del Vangelo,  del 1975, e quella della Chiesa polacca, che si riflette nell’esortazione apostolica  La catechesi,  diffusa nel 1979 dal papa Wojtyla. Nella prima era centrale l’idea di  liberazione  sociale mediante un’azione collettiva ispirata dalla fede, nella seconda quella di  difesa  sociale della religione da una politica di ateismo militante. La prima si costituì storicamente dalla base, appunto, dei fedeli e successivamente la gerarchia religiosa, radunata nel CELAM, il Consiglio Episcopale Latino-Americano  l’assecondò, nel corso di sue storiche conferenze generali, a partire da quella di Medellin (in Colombia) del 1968, l’assecondò costruendovi sopra una strategia di lungo respiro e anche una teologia; la seconda si organizzò all’origine intorno alla gerarchia religiosa.  Entrambe furono fortemente impegnate in politica e solo superficialmente le si potrebbero considerare su fronti opposti. In realtà esse reagivano a problemi sociali locali, a diverse forme di oppressione del popolo alle quali si riconosceva un significato religioso: le dittature dell’America Latina schierate a difesa dei più ricchi e dei discendenti della colonizzazione europea contro i più poveri e i nativi americani; la società totalitaria dominata da un regime comunista ateo.
  In Italia ha avuto corso a lungo un modello comunitario che combinava quelle due esperienze. Essenzialmente si è pensato di sfruttare a favore della vita di fede quel tanto di pressione che un gruppo può esercitare sugli individui che gli appartengono.
 In Italia l’esigenza di  liberazione  riguarda da vicino solo settori limitati della popolazione e non vi sono, in fondo, esigenze di  difesa  dalla società intorno, perché viviamo in un contesto profondamente infiltrato dalla religione e anche in una società marcatamente clericale. Insomma, il tipo di  comunità  - sostegno che si è cercato di realizzare da noi, liberamente ispirato a quei due modelli a cui sopra ho accennato, era privo di quei caratteri politici  che caratterizzava questi ultimi. Mancava infatti il collante sociale che era costituito dall’esigenza di  reagire  a problemi anche politici della società che influivano sulla vita di fede.
 Fondamentalmente il modello  comunitario  che si è cercato di attuare da noi ha avuto un fondamento teologico ed  è stato visto essenzialmente come un sostegno alla  catechesi  allo sviluppo della fede e alla formazione religiosa. Lo possiamo quindi considerare un modello di tipo  catechistico. Nella nostra parrocchia lo troviamo realizzato nelle comunità neocatecumenali. Il suo limite è nella   sua settorializzazione, per cui tutto è subordinato alla formazione religiosa. Ma la catechesi  è solo una  delle manifestazioni comunitarie della fede.
  Avvicinandoci a una comunità cerchiamo l’amicizia, un appagamento che solo lì possiamo trovare. Ed è anche nella comunità che cerchiamo l’amore sessuale. Dell’una e dell’altro si fa esperienza insieme agli altri. Si tratta di realtà che non sono indifferenti alla fede, ma che non sempre si riesce a gestire al meglio nelle realtà concrete. Le comunità religiose tendono sempre ad essere troppo  fredde  e a  manifestare anche un certo dispotismo, per cui pretendono di saperla lunga sugli altri e di saperli plasmare, ricostruire. A volte l’appoggio che danno ha un caro prezzo. Ma è proprio necessario pretenderlo?
  In parrocchia viviamo una fase di  rifondazione. Ciclicamente esse avvengono in ogni collettività. L’istituzione religiosa  rimane, perché  è strutturata proprio a questo scopo, ma se non si  rifonda, quanto occorre, la collettività a cui è destinata, essa diviene priva di senso e, alla lunga, decade anch’essa. Diverse cose, quindi, stanno cambiando. Si vorrebbe avvicinare più gente, la molta gente che adesso ha perso familiarità con la parrocchia: lo si può fare in spirito di amicizia e questo richiede di cambiare mentalità e metodi; potenziare l’aspetto dell’amicizia rende necessario provare a conoscere meglio, senza pregiudizi, quelli a cui ci rivolgiamo, per capirne realisticamente le vite, le esigenze, le mentalità. Bisognerà far meno conto sulle abitudini e conservare sufficiente capacità di ripensamento, riflessione, autocritica: lo consiglio Joseph Colomb nel manuale di catechetica che ho citato ieri. Scrive:
“… il catechista deve spogliarsi della sua scienza teologica non assimilata, della sua cultura e del so vocabolario di adulto e di uomo di Chiesa, del suo desiderio di riuscire, di ottenere risultati appariscenti e persino di vedere nella vita l’influsso del proprio insegnamento. Da tutte queste ricchezze egli prende solamente quello che  è necessario per la vita spirituale dei suoi uditori, pe cui rassomiglia a Dio infinitamente ricco che «si annienta» nel suo stesso dono, cioè si dà nella misura della nostra debolezza. proprio  questa «benignità» di Dio nel suo dono attira la nostra confidenza e nulla provoca il nostro dono più del Bambino Gesù e dell’Uomo-Dio”. [Joseph Colomb, Al servizio della fede - manuale di catechetica, LDC, 1970, pag.26].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli