Sistemi intelligenti – rischi e rimedi –
conversando con sistemi intelligenti
In questi
giorni sui mezzi di comunicazione di massa si tratta dei rischi sistemici
derivanti da sviluppi troppo veloci e in assenza di regolazioni pubbliche dei
sistemi intelligenti.
Ne ho discusso, in una chat, con il sistema
intelligente LLM chatbot Claude sviluppato dall’impresa Anthropic. Poi
ho chiesto al sistema di scrivere il testo di una relazione da leggere in un
incontro del mio gruppo del Meic – Movimento ecclesiale di impegno
culturale. Quindi ho chiesto ad un altro sistema intelligente LLM chatbot, ChatGPT,
sviluppato da OpenAI, di valutare criticamente quel testo. Infine ho
sottoposto a Claude le critiche e
proposte di correzioni e integrazioni formulate da ChatGPT, e gli ho
chiesto di produrre un nuovo testo della relazione sulla base di ciò che delle
proposte di ChatGPT riteneva
meritevole di accoglimento. Di seguito trascrivo il risultato di quelle
interazioni con i sistemi intelligenti.In fondo trovate il testo della
relazione ristrutturato, prodotto dalla collaborazione dei due sistemi intelligenti
LLM chatbot. Invito quindi a non fermarsi alla prima versione, ma a seguire il percorso per la produzione dei risultato finale che si trova in fondo. Il mio ruolo è stato quello di promuovere la collaborazione dei due sistemi intelligenti. Non ho infatti una competenza specialista nella materia trattata: affronto il tema da persona colta, come mi sforzo di essere.
Il testo prodotto dalla collaborazione dei sistemi intelligenti è il risultato dell'azione dei loro processi matematici sui documenti sui quali sono stati addestrati i loro modelli e sugli altri documenti che è stato loro consentito di esaminare sul Web. Può essere a sua volta oggetto di ulteriori valutazione critiche. Deve essere considerato solo un primo approccio per avere un quadro generale dei temi in questione e per l'eventuale approfondimento. Nel testo delle relazioni, il relatore parla in prima persona, ma deve essere chiaro che non sono io, è un artificio, prodotto dal "prompt" che avevo formulato, vale a dire dalla domanda che ha orientato il lavoro dei chatbot: l'autore è impersonale, è l'interazione tra i due sistemi chatbot utilizzati. Devo dire, tuttavia, che il risultato prodotto mi pare ragionevole, ben argomentato, non contrasta con nozioni che possiedo per altra via, e quindi, allo stato, lo condivido.
Mario Ardigò – Meic Roma – gruppo
parrocchiale di Azione Cattolica nella parrocchia di San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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PROMPT per Claude
di Anthropic [15SETT26] Devo fare una relazione per un mio gruppo
ecclesiale di impegno culturale che agisce nel quadro dell’Azione Cattolica
italiana, una organizzazione ancora influente nella politica Italiana. Prova a scrivermi un testo che possa essere letto in
circa venti minuti esponendo tutto ciò di cui abbiamo discusso in questa chat:
problemi, ipotesi di soluzioni, pro e contro.
RISULTATO ottenuto mediante Claude, di Anthropic [15SETT26]
Strutture vitali, reti e sistemi
intelligenti
Rischi,
ipotesi di regolazione e la via europea
Relazione per il gruppo di impegno culturale — Azione
Cattolica
1. Da dove parto
Parto da un'esperienza personale, perché mi aiuta a capire
il problema meglio di molte letture.
Quando ero in servizio, [il mio ufficio pubblico] disponeva di reti di comunicazione alternative a quelle che
passano per Internet. Non era una stravaganza. Era la conseguenza di un
ragionamento semplice: alcune funzioni dello Stato non possono fermarsi, e
quindi devono poter continuare anche quando lo strumento ordinario viene meno.
Si costruiva ridondanza. Si dava per scontato che qualcosa, prima o poi, si
sarebbe rotto, e ci si preparava.
Questa consapevolezza, che nelle istituzioni critiche era
ovvia, non mi pare altrettanto diffusa nel resto della società. Eppure oggi da
Internet dipendono strutture vitali: la distribuzione dell'energia, la sanità,
i trasporti, i pagamenti, le comunicazioni, la stessa amministrazione pubblica.
Non è un'ipotesi: è il modo in cui funzionano le cose. E a me, che pure ho
lavorato per anni su questi temi, continua a fare una certa impressione.
Vorrei allora proporvi un percorso in quattro passaggi: il
problema, il modo in cui conviene inquadrarlo giuridicamente, le ipotesi di
soluzione che si vanno delineando con i loro pro e contro, e infine la via che
sta seguendo l'Unione europea, che è quella che ci riguarda più da vicino.
2. Il problema: perché il vecchio modello di emergenza non
regge più
Quando pensiamo a un'interruzione di servizio, il modello
mentale che usiamo è quello del blackout elettrico. Salta la corrente, si
individua il guasto, si ripara, dopo qualche ora tutto riprende. È un modello
rassicurante e, per la maggior parte delle interruzioni che abbiamo vissuto,
anche realistico.
Il punto è che questo modello presuppone tre cose: che la
causa sia una sola, che sia individuabile, e che nessuno lavori contro chi
ripara. Ci sono almeno due scenari in cui nessuna di queste condizioni è
garantita.
Il primo è la guerra
ibrida. Non parlo di fantascienza: è la
modalità di conflitto che vediamo praticata in Europa da anni, dove attacchi
informatici, sabotaggi di cavi e infrastrutture, disinformazione e pressioni
economiche si combinano. In uno scenario del genere l'interruzione non è un
guasto ma un'azione ostile, coordinata su più fronti, e chi la conduce non
aspetta che noi ripariamo: continua a colpire. Il tempo di ripristino non è più
una questione tecnica ma una questione strategica. Può misurarsi in settimane,
non in ore.
Il secondo scenario è più
nuovo e più difficile da afferrare. Le
stesse aziende che sviluppano i sistemi di intelligenza artificiale dichiarano
da tempo che questi sistemi, man mano che diventano "agenti", cioè
capaci di pianificare e agire in autonomia su più passaggi, possono generare
malfunzionamenti non previsti, e in certi casi comportamenti che hanno
l'apparenza dell'intenzionalità. Qui va detto con onestà che c'è una zona
grigia molto ampia: tra il guasto puro e l'azione deliberata esiste tutto un
territorio di comportamenti che non sono né l'uno né l'altra, e che nessuno
oggi sa descrivere con precisione. Va anche detto che una parte di questo
discorso è, da parte delle aziende, anche costruzione di una narrazione: chi
denuncia il rischio si accredita come interlocutore necessario di chi dovrà
regolarlo. Non per questo il rischio è inventato.
Il risultato è che il paradigma del "si risolve in
breve" non è più affidabile. E questo, per una società che ha spostato su
Internet le proprie funzioni vitali, è un dato che dovrebbe orientare le scelte
pubbliche.
3. Come inquadrare il problema: non "sovranità",
ma collaborazione regolata
La prima reazione, quando si prende coscienza di questa
dipendenza, è invocare la sovranità: lo Stato deve riprendere il controllo
delle proprie infrastrutture. È una reazione comprensibile, ma credo che sia
concettualmente sbagliata, e da giurista vorrei spiegare perché.
La sovranità, intesa come potere illimitato e originario, è
oggi un concetto obsoleto tanto nel campo giuridico quanto in quello economico.
Ogni organismo politico, anche il più potente, incontra limiti che sono di
fatto, prima ancora che di diritto. Limiti esterni: sul piano internazionale
ogni potere trova di fronte a sé altri poteri analoghi, e nessuno può
ignorarli. Limiti interni: nella storia non si è mai dato un controllo totale
di una popolazione, e chi ci ha provato ha fallito. Pretendere una sovranità
tecnologica piena su sistemi che per loro natura sono globali e interconnessi
significa inseguire qualcosa che non esiste.
Il quadro giusto, a mio avviso, è un altro: la necessità di
collaborazione tra organismi politici per regolare certe attività e funzioni.
Non è una novità. È già così in molti campi. Il sistema finanziario
internazionale funziona grazie a standard condivisi tra Stati e operatori
privati, a organismi di vigilanza, a regole convenute che nessuno Stato
potrebbe imporre da solo. Il traffico aereo funziona perché esistono norme
tecniche comuni riconosciute da tutti, pur restando ferma la giurisdizione di
ciascuno sul proprio spazio aereo. Nessuno in questi campi parla di sovranità
piena, e nessuno per questo si sente meno Stato.
Applicato alle infrastrutture digitali e ai sistemi
intelligenti, questo modello significa tre cose: standard comuni di resilienza,
cioè l'impegno reciproco che certe funzioni critiche abbiano sempre una
ridondanza; meccanismi di responsabilità a più livelli, per rispondere alla
domanda "chi risponde, e come, quando un servizio che regge una funzione
vitale fallisce"; e un coinvolgimento strutturato di Stati, fornitori di
tecnologia e gestori di infrastrutture, ciascuno con responsabilità circoscritte
e nessuno con potere totale.
4. La regolazione verrà: perché, e perché non sarà pacifica
Qui vorrei essere realista, evitando sia il catastrofismo
sia l'ottimismo ingenuo.
I grandi organismi privati che sviluppano i sistemi
intelligenti competono tra loro con enorme energia, perché prevedono ricavi
immensi in un mondo che è ancora in gran parte da collegare tramite questi
sistemi. Ma sono anche divenuti consapevoli di rischi che giudicano
economicamente inaccettabili: un collasso sistemico distruggerebbe valore anche
per chi lo ha provocato. Per questo stanno esponendo questi rischi agli
organismi pubblici di governo, che fino a poco tempo fa ne erano scarsamente
consapevoli, e chiedono una regolazione pubblica a livello globale.
Da questo ricavo una previsione: la regolazione verrà,
perché conviene a tutti. Non è buona volontà, è logica di sistema. E le
regolazioni che nascono da una convergenza di interessi sono le più solide.
Ma devo aggiungere subito una correzione, che è la parte
dei "contro". La regolazione conviene a tutti, ma non allo stesso
modo e non allo stesso prezzo. Ai grandi operatori conviene una regolazione
globale che consolidi la loro posizione: alti costi di conformità sono una
barriera all'ingresso per chi vorrebbe competere con loro. Ai Paesi in via di
sviluppo può convenire, almeno per un tratto, l'assenza di regole, per
catturare i benefici della nuova tecnologia. Ai gestori di servizi critici può
convenire una regolazione locale piuttosto che globale. Ai fornitori americani
può convenire una regolazione che escluda i concorrenti cinesi in nome della
sicurezza, ma non una che li equipari. Dunque il "se" della
regolazione mi pare deciso; il "come", il "dove" e il
"chi paga" saranno terreno di conflitto aspro, e la competizione
geopolitica per definire i termini del coordinamento continuerà a lungo.
Riassumo pro e contro di questa prospettiva.
A favore: gli incentivi convergono davvero; esistono
modelli già funzionanti in altri campi; la consapevolezza pubblica sta
crescendo rapidamente.
Contro: la convergenza è asimmetrica; i tempi della
politica sono più lenti di quelli della tecnologia; una regolazione scritta dai
più forti rischia di cristallizzare le posizioni acquisite invece di proteggere
i più deboli.
5. La via europea
Guardo a tutto questo dal punto di vista di un cittadino
dell'Unione europea, e da questo punto di vista il quadro è meno cupo di quanto
potrebbe sembrare.
L'Unione ha già iniziato a regolare. Il regolamento
sull'intelligenza artificiale classifica i sistemi per livello di rischio e
impone obblighi crescenti a chi li sviluppa e li usa nelle funzioni più
delicate. La direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi,
nella sua seconda versione, impone agli operatori di servizi essenziali
obblighi di resilienza, di notifica degli incidenti, di gestione del rischio.
Esistono regole sulla protezione dei dati che tutto il mondo ha preso a
riferimento. E l'Unione è un organismo sufficientemente potente sul piano
economico da riuscire a far rispettare le proprie regole: chi vuole operare sul
mercato europeo deve adeguarsi.
Ma c'è un secondo elemento, che mi pare ancora più
significativo della regolazione. La via che si sta delineando da noi è quella
dello sviluppo di sistemi intelligenti controllati da organismi pubblici per le
funzioni più importanti. Non è solo sorveglianza sul privato: è costruzione di
capacità propria. Lo si vede nei programmi comuni per il calcolo ad alte
prestazioni, nelle iniziative per un'infrastruttura europea di dati e di cloud,
negli investimenti recenti in grandi centri di calcolo per l'intelligenza
artificiale. E lo si vede, per quel che mi risulta, anche nel modo in cui gli
stessi uffici dell'Unione si stanno organizzando al loro interno.
È una terza via, distinta dai due modelli che vediamo
altrove. Non quello americano, dove pochi grandissimi operatori privati
detengono la tecnologia e la regolazione arriva dopo, quando arriva. Non quello
cinese, dove lo Stato controlla direttamente tutto. Ma una combinazione:
capacità pubblica di gestire le funzioni critiche, spazio per l'iniziativa
privata, regole che proteggono insieme i cittadini e l'autonomia dell'Unione.
Anche qui, pro e contro.
A favore: è coerente con la tradizione giuridica europea,
che ha sempre cercato un equilibrio tra mercato e interesse generale; ha la
forza economica per imporsi; risponde al problema della dipendenza senza
inseguire una sovranità illusoria.
Contro: il vincolo principale è il tempo. Le tecnologie si
muovono più in fretta della capacità pubblica di costruire alternative, e c'è
una corsa in atto tra il consolidamento del controllo privato e la nascita di
sistemi pubblici europei. I costi sono elevati e la volontà politica dei
singoli Stati membri non è uniforme. E resta il rischio che la regolazione, se
troppo pesante, scoraggi l'innovazione in Europa spingendola altrove, con
l'effetto paradossale di aumentare la dipendenza invece di ridurla.
6. Che cosa c'entra tutto questo con noi
Mi chiederete perché portare questi temi in un gruppo di
Azione Cattolica. Credo che ci siano tre buone ragioni.
La prima è che si tratta di una questione di bene comune
nel senso più proprio. Le strutture vitali di cui parliamo servono tutti, e la
loro fragilità colpisce per primi i più esposti: chi dipende dalla sanità, chi
non ha alternative ai servizi pubblici, chi non ha i mezzi per proteggersi da
solo. Non è una questione tecnica per specialisti: è una questione di
giustizia.
La seconda è che il modello che ho descritto,
collaborazione tra organismi e responsabilità distribuite invece di potere
concentrato, corrisponde a ciò che la dottrina sociale della Chiesa chiama
sussidiarietà. Non un centro che decide tutto, non un mercato lasciato a se
stesso, ma una pluralità di soggetti che cooperano, ciascuno al proprio
livello, con regole comuni. È un'idea che noi conosciamo da tempo e che qui
trova un campo di applicazione nuovo.
La terza è che l'Azione Cattolica è ancora
un'organizzazione che pesa nel dibattito italiano. Su questi temi il dibattito
pubblico è oggi occupato da due voci: quella dell'entusiasmo tecnologico e
quella della paura. Manca una voce che dica, con sobrietà: il rischio è reale,
la dipendenza è un fatto, la sovranità piena è un'illusione, ma esiste una via
praticabile, ed è quella della regolazione collaborativa e della capacità
pubblica. Non vedo perché questa voce non possa essere anche la nostra.
Vi propongo quindi tre domande per la discussione.
Primo: siamo d'accordo che il problema vada inquadrato come
collaborazione regolata e non come recupero di sovranità? È un punto su cui,
anche nel mondo cattolico, ci sono sensibilità diverse.
Secondo: la via europea è quella giusta? E se lo è, che
cosa chiediamo all'Italia, che è tra gli Stati membri chiamati ad attuarla?
Terzo: c'è una posizione che come Azione Cattolica potremmo
portare fuori da questa stanza, nelle sedi in cui ancora siamo ascoltati?
Vi ringrazio dell'attenzione.
Nota per il relatore, da non leggere. I riferimenti normativi sono volutamente descrittivi
(regolamento sull'IA, direttiva NIS2, programmi europei di calcolo e cloud) e
non citano date, numeri di legge o cifre di investimento, perché il quadro è in
rapida evoluzione. Prima di distribuire il testo per iscritto o citare dati
precisi, verifica lo stato di attuazione del regolamento sull'IA, il
recepimento italiano della NIS2 e i programmi di investimento europei più
recenti.
2) Prompt per ChatGPT sviluppato da OpenAI [15SETT26]:
Valuta
criticamente, dal punto di vista storico, fattuale, tecnologico, la seguente
mia relazione e suggerisci correzioni o integrazioni:
RISULTATO ottenuto mediante ChatGPT 15SETT26:
Mario,
nel complesso la relazione è ben
costruita, chiara e intellettualmente seria: soprattutto, evita sia il
tecnofatalismo sia l'idea che basti “lasciare fare al mercato”. La tesi di
fondo — le società avanzate sono sempre più dipendenti da infrastrutture
digitali interconnesse e la risposta deve essere resilienza, ridondanza e
cooperazione regolata — regge bene.
Ci
sono però alcuni punti nei quali, proprio perché parli a un pubblico
culturalmente avvertito, correggerei la formulazione. I problemi principali non
sono tanto errori grossolani quanto affermazioni
troppo nette, specialmente su Internet, sovranità, agenti di IA e “modello
europeo”.
1. «Da Internet dipendono strutture vitali»:
tecnologicamente è troppo forte
Tu
scrivi che oggi «da Internet dipendono strutture vitali: la distribuzione
dell'energia, la sanità, i trasporti, i pagamenti...»
È
il punto che correggerei con maggiore decisione. Le infrastrutture critiche
dipendono in misura crescente da sistemi
digitali e reti di comunicazione, ma non necessariamente dall'Internet
pubblico. Le reti elettriche, per esempio, utilizzano sistemi SCADA/OT e reti
dedicate; banche, ferrovie, telecomunicazioni e amministrazioni dispongono
anch'esse di reti private, segmentate o ridondanti.
Questo
non indebolisce la tua tesi: anzi, la rende più precisa. Il vero problema è la dipendenza sistemica dall'ecosistema
digitale: telecomunicazioni, reti IP, cloud, data center, DNS, identità
digitali, satelliti e GNSS, supply chain software, energia elettrica.
Scriverei
dunque:
«Eppure
oggi strutture vitali — energia, sanità, trasporti, pagamenti, comunicazioni,
amministrazione — dipendono in misura crescente da sistemi digitali e reti di
comunicazione interconnesse, delle quali Internet costituisce una componente
essenziale, ma non l'unica.»
È
tecnologicamente molto più difficile da contestare.
2. Il paragone con il blackout va presentato come
percezione comune, non come vero modello tecnico
La
rappresentazione «salta la corrente, si individua il guasto, si ripara»
funziona retoricamente, ma i tecnici dell'energia potrebbero obiettare che anche le reti elettriche sono sistemi
complessi, nei quali esistono guasti multipli, effetti a cascata,
ridondanze, procedure di black-start e crisi che possono protrarsi.
Quindi
sostituirei:
«Quando
pensiamo comunemente a un'interruzione di servizio, immaginiamo il piccolo
blackout locale...»
e
non «il modello mentale che usiamo è quello del blackout elettrico».
La
distinzione è importante: stai descrivendo l'immaginario del cittadino, non
l'ingegneria delle reti.
3. La parte sulla guerra ibrida è sostanzialmente
corretta, ma attenzione all'attribuzione
La
tua descrizione di cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione e pressione
economica come strumenti combinati è fondata. NATO ed ENISA considerano ormai
espressamente la vulnerabilità delle infrastrutture critiche e la combinazione
di minacce cyber, sabotaggio e manipolazione informativa; ENISA rileva inoltre
una crescita dell'attività di gruppi collegati o allineati a Stati.
Farei
però una piccola correzione:
«attacchi
informatici, episodi di sabotaggio o
sospetto sabotaggio di cavi e infrastrutture...»
Per
diversi incidenti ai cavi sottomarini l'attribuzione intenzionale è stata
inizialmente incerta. La NATO stessa ha usato formule prudenti mentre erano in
corso le indagini.
Anche
«può misurarsi in settimane» lo trasformerei in «può protrarsi ben oltre le
ore, fino a giorni o, in scenari estremi, settimane»: altrimenti sembra una
previsione tecnica quantitativa.
4. Sugli agenti di IA: l'intuizione è buona, ma
bisogna separare ciò che sappiamo da ciò che ipotizziamo
Questa
è la parte più delicata della relazione. Tu scrivi di sistemi agentici capaci
di comportamenti «che hanno l'apparenza dell'intenzionalità» e di una zona
grigia tra guasto e azione deliberata.
La
ricerca del 2025-26 ti dà oggi più sostegno di quanto avrebbe dato anche solo
due anni fa. Il International AI Safety Report 2026 riconosce che gli
agenti introducono rischi nuovi perché possono pianificare, usare strumenti e
agire con minore supervisione; tuttavia sottolinea anche che i sistemi attuali non possiedono ancora le
capacità necessarie per scenari di autentica perdita di controllo.
In
esperimenti controllati Anthropic ha effettivamente osservato comportamenti
strategicamente dannosi — ricatto, fuga di informazioni ecc. — in diversi
modelli quando posti artificialmente davanti a conflitti di obiettivi. Ma
Anthropic precisa espressamente di non
averne osservato evidenza nei deployment reali.
Perciò
eviterei «azione deliberata», che sembra attribuire volontà psicologica alla
macchina. Direi:
«Tra
il semplice errore e il comportamento esplicitamente programmato esiste ormai
una zona intermedia: sistemi agentici possono perseguire un obiettivo
attraverso sequenze di azioni non previste dal progettista e, in condizioni
sperimentali, mostrare comportamenti strategici che dall'esterno appaiono
intenzionali. Questo non implica che possiedano intenzioni nel senso umano del
termine.»
È
una precisazione, a mio giudizio, molto importante.
5. Non metterei però sullo stesso piano guerra ibrida
e “IA ribelle”
Nella
struttura attuale i due scenari sembrano quasi equivalenti.
Oggi
non lo sono.
La
guerra ibrida e il cyberattacco contro infrastrutture critiche sono rischi empiricamente presenti. Il
collasso prodotto autonomamente da un agente IA non controllabile è invece un rischio emergente, sul quale esistono
segnali sperimentali e ragioni teoriche di attenzione, ma non un fenomeno già
osservato su scala sistemica.
Potresti
esplicitarlo:
«I
due scenari non hanno oggi lo stesso grado di evidenza: il primo è già una
realtà operativa; il secondo è un rischio emergente, la cui probabilità e
gravità sono ancora oggetto di discussione.»
Questo
aumenta molto la credibilità dell'intera relazione.
6. Il passaggio sulla «sovranità obsoleta» va
modificato
È
probabilmente il punto più vulnerabile
sul piano giuridico. Scrivi:
«La
sovranità, intesa come potere illimitato e originario, è oggi un concetto
obsoleto...»
Se
specifichi «sovranità assoluta e autosufficiente», l'affermazione è
difendibile. Ma la sovranità in quanto
tale non è affatto un concetto giuridicamente obsoleto: rimane elemento
fondamentale dell'ordinamento internazionale e della stessa costruzione
europea.
E
c'è un problema ulteriore molto concreto: nel giugno 2026 la Commissione
europea ha presentato precisamente un European
Technological Sovereignty Package e parla apertamente di tech
sovereignty, digital sovereignty e autonomia tecnologica.
Cambierei
quindi radicalmente la contrapposizione. Non:
sovranità
contro collaborazione,
ma:
sovranità come autosufficienza contro autonomia
strategica attraverso cooperazione e capacità propria.
Una
formulazione particolarmente efficace potrebbe essere:
«Ciò
che appare irrealistico non è la sovranità, ma l'autarchia tecnologica: l'idea
che uno Stato possa controllare da solo l'intera catena delle infrastrutture
digitali da cui dipende.»
A
mio avviso è persino più forte della formulazione originale.
7. «La regolazione verrà perché conviene a tutti»:
troppo deterministico
Il
ragionamento delle righe 119-143 è interessante , ma qui trasformi un'ipotesi
plausibile in quasi una legge storica.
Non
è dimostrato che la regolazione globale «convenga a tutti». Anzi, esistono
fortissimi incentivi al regulatory arbitrage, alla competizione
geopolitica e all'uso delle regole per favorire campioni nazionali.
Inoltre
non direi genericamente che «le aziende» chiedono una regolazione globale. Alcuni grandi sviluppatori l'hanno
fatto. OpenAI, per esempio, propose già nel 2023 un organismo internazionale
analogo per alcuni aspetti all'IAEA per sistemi estremamente potenti; Anthropic
sostiene oggi esplicitamente che l'industria non debba autogovernarsi da sola.
Ma
le aziende hanno posizioni diverse e possono contemporaneamente chiedere alcune
regole e opporsi ad altre.
Cambierei
quindi:
«Da
questo ricavo una previsione: forme
crescenti di regolazione sono molto probabili, perché esistono forti interessi
convergenti; assai meno certa è la nascita di una regolazione globale uniforme.»
Questa
formulazione è storicamente più prudente e, paradossalmente, rende più
convincente la parte successiva sul conflitto tra interessi.
8. Eviterei la generalizzazione sui «Paesi in via di
sviluppo»
La
frase secondo cui ai Paesi in via di sviluppo potrebbe convenire l'assenza di
regole è troppo generale. Alcuni Paesi meno dotati tecnologicamente possono
anzi avere un forte interesse a regole internazionali che impediscano ai grandi
operatori e alle grandi potenze di imporre unilateralmente condizioni e
standard.
Meglio:
«ad
alcuni Stati può convenire una regolazione più leggera per attrarre
investimenti e accelerare l'adozione della tecnologia...»
senza
identificare questa posizione con l'intero mondo in via di sviluppo.
9. La parte europea va aggiornata: NIS2 non parla più
di «operatori di servizi essenziali»
Tu
scrivi che la NIS2 «impone agli operatori di servizi essenziali obblighi...»
Tecnicamente,
questa era la terminologia della NIS1.
La NIS2 distingue invece tra “soggetti
essenziali” e “soggetti importanti” e amplia fortemente l'ambito a 18
settori.
Scriverei:
«La
direttiva NIS2 estende a un ampio numero di soggetti essenziali e importanti
obblighi di gestione del rischio informatico, sicurezza della catena di
fornitura e notifica degli incidenti.»
È
più aggiornato e preciso.
10. Integrerei quattro norme europee che rafforzano
enormemente la tua tesi
Qui
la relazione può diventare molto più convincente senza appesantirsi.
L'AI Act non è infatti lo strumento
europeo più importante per la resilienza delle infrastrutture. Accanto a NIS2
citerei rapidamente:
- la CER Directive, sulla resilienza
delle entità critiche contro eventi naturali, sabotaggi, terrorismo e
altre perturbazioni;
- il Cyber Solidarity Act, in vigore
dal 4 febbraio 2025, che istituisce fra l'altro una riserva europea di
risposta agli incidenti cyber;
- il Cyber Resilience Act, che
introduce requisiti di sicurezza per hardware e software lungo il ciclo di
vita; gli obblighi di segnalazione sono applicabili dall'11 settembre
2026;
- per il settore
finanziario, il quadro DORA
sulla resilienza operativa digitale. Questo è un punto davvero
interessante per la tua tesi: l'Europa
non sta regolando soltanto “l'IA”; sta costruendo un sistema normativo
della resilienza digitale.
11. Anche sull'AI Act farei una precisazione temporale
La
tua descrizione per livelli di rischio è corretta come sintesi divulgativa, ma
nel settembre 2026 il quadro è più articolato: oltre ai divieti e alle regole
di trasparenza esistono specifici obblighi per i modelli di IA per finalità
generali, mentre l'applicazione delle principali regole sui sistemi ad alto
rischio è stata rinviata, rispettivamente, al dicembre 2027 e all'agosto 2028
secondo il nuovo calendario.
Non
è necessario spiegare tutto oralmente. Basterebbe:
«Il
regolamento europeo sull'IA, ormai entrato progressivamente in applicazione,
combina divieti, obblighi di trasparenza, disciplina dei modelli di uso
generale e requisiti più stringenti per determinati sistemi ad alto rischio.»
È
più esatto di «classifica i sistemi per livello di rischio».
12. «Sistemi intelligenti controllati da organismi
pubblici»: la tua intuizione è giusta, la formula no
È
il principale problema della sezione 5.
L'UE
sta davvero costruendo capacità propria:
EuroHPC, AI Factories, AI Gigafactories, infrastrutture cloud/edge, appalti
sovrani. Le AI Factories sono ormai una rete europea in espansione, ma mettono
insieme supercalcolo pubblico, università, startup, industria e capitali
privati.
Inoltre,
nell'aprile 2026 la Commissione ha aggiudicato contratti per cloud sovrano fino
a 180 milioni di euro, proprio per diversificare i fornitori e ridurre il
lock-in; in giugno ha presentato il nuovo pacchetto sulla sovranità
tecnologica.
Direi
pertanto:
«La
via europea non consiste soltanto nel regolare operatori privati, ma anche nel
costruire e procurarsi capacità tecnologiche proprie o strategicamente
controllabili, attraverso infrastrutture pubbliche, appalti, partenariati
pubblico-privati e requisiti di sovranità e resilienza.»
Questa
è, secondo me, una delle modifiche migliori che puoi fare.
13. La contrapposizione USA–Cina–Europa è troppo
schematica
La
formula:
America = privati;
Cina = Stato;
Europa = equilibrio pubblico-privato
è
suggestiva, ma storicamente e fattualmente troppo pulita.
Negli
Stati Uniti esistono enormi capacità pubbliche: National Laboratories,
supercomputer federali, investimenti pubblici, ricerca militare e oggi
programmi come la Genesis Mission,
che integra dati federali, laboratori nazionali e industria privata per sistemi
di IA scientifica.
E
in Cina non è vero che «lo Stato controlla direttamente tutto»: esistono
gigantesche imprese private di IA, sebbene sottoposte a una regolazione
politica e amministrativa molto più pervasiva. Le norme cinesi sulla generative
AI prevedono espressamente attività imprenditoriali e servizi privati
sottoposti a vigilanza statale.
Parlerei
quindi non di «tre modelli puri», ma di tre
diversi equilibri tra mercato, capacità pubblica e controllo politico.
Potresti
dire:
«Il
tratto specificamente europeo non è l'esistenza esclusiva di una terza via, ma
una particolare combinazione di mercato, regolazione dei diritti fondamentali,
capacità pubblica e ricerca di autonomia strategica.»
Mi
sembra molto più solido.
14. Sulla sussidiarietà farei una precisazione
teologica importante
Tu
identifichi sostanzialmente la sussidiarietà con «collaborazione tra organismi
e responsabilità distribuite».
È compatibile con la sussidiarietà, ma
non coincide esattamente con essa.
Nella
dottrina sociale cattolica il nucleo è: ciò che può fare adeguatamente
l'organismo inferiore non deve essere sottratto da quello superiore; quello
superiore deve però sostenerlo e
coordinarlo quando necessario. È precisamente la formulazione di Quadragesimo
anno e del Compendio della dottrina sociale.
Perciò
modificherei così:
«Questo
modello presenta una forte affinità con il principio di sussidiarietà: le
responsabilità devono essere esercitate al livello più vicino e adeguato al
problema, mentre i livelli superiori intervengono per sostenere, coordinare e
affrontare ciò che i livelli inferiori non possono efficacemente risolvere.»
Qui
il collegamento con l'Azione Cattolica diventa teologicamente molto più
preciso.
Una integrazione concettuale che aggiungerei
Aggiungerei
un concetto che nella relazione è presente implicitamente ma non viene
nominato: il rischio di fallimento
comune, o common-mode failure.
La
ridondanza non basta se due sistemi apparentemente indipendenti dipendono dallo
stesso elemento nascosto: stesso cloud provider, stessa libreria software,
stessi satelliti, stesso sistema DNS, stessi chip, stessa rete elettrica.
È
precisamente uno dei problemi della società digitalizzata: non solo «abbiamo
una seconda rete?», ma:
«la seconda rete dipende davvero da qualcosa di
diverso dalla prima?»
Questa
domanda si lega magnificamente alla tua esperienza iniziale dell'ufficio
pubblico e le dà una profondità tecnologica maggiore.
Giudizio finale
Non
cambierei l'impianto della relazione. Cambierei soprattutto sei espressioni forti:
|
Formulazione attuale |
Formulazione più solida |
|
«dipendono da Internet» |
«dipendono da sistemi digitali e reti
interconnesse» |
|
«sovranità obsoleta» |
«autarchia tecnologica irrealistica» |
|
«azione deliberata dell'IA» |
«comportamento strategico non previsto,
apparentemente intenzionale» |
|
«la regolazione verrà perché conviene a
tutti» |
«forme crescenti di regolazione sono
probabili, ma la convergenza globale non è garantita» |
|
«sistemi controllati da organismi pubblici» |
«capacità pubbliche e strategicamente
controllabili, anche attraverso partenariati» |
|
«modello USA / modello Cina / terza via UE» |
«diversi equilibri fra mercato, potere
pubblico, regolazione e autonomia strategica» |
Con
queste modifiche, a mio giudizio, la
tesi centrale non si indebolisce affatto: diventa più forte, perché
distingui nettamente ciò che è già accertato, ciò che è una tendenza
verificabile e ciò che rimane una previsione.
E
farei anche un piccolo cambiamento al titolo: “Strutture vitali, reti e sistemi intelligenti: vulnerabilità,
resilienza e la via europea”. “Resilienza” descrive infatti il filo
conduttore della relazione meglio di “rischi e ipotesi di regolazione”.
3) Prompt formulato a Claude di Anthropic [15SETT26]: Ti trascrivo
di seguito una nota critica che mi viene in sede di peer review. Valuta quella
nota criticamente e, se qualche suo rilievo ti pare degno di essere accolto,
riscrivi il testo della relazione che hai in precedenza creato inserendo nel
testo quel rilevo.
RISULTATO
OTTENUTO mediante Claude di Anthropic
[15SETT26]
La
nota è di buona qualità: non attacca l'impianto, chiede precisione dove il
testo era troppo netto. Ho accolto quasi tutto, ma con alcune distinzioni che
ti riguardano direttamente.
Rilievi accolti senza riserve (correggevano
formulazioni mie): la dipendenza non da "Internet" ma dall'ecosistema
digitale interconnesso (punto 1, che tra l'altro rende più difendibile anche
l'esperienza della Procura); il blackout come immaginario comune e non come
modello tecnico (2); "sospetto sabotaggio" e la gradazione dei tempi
(3); la terminologia NIS2 (9, era un errore mio); l'aggiunta di CER, Cyber
Solidarity Act, Cyber Resilience Act e DORA (10, il rilievo più utile:
trasforma la sezione europea da "regolazione dell'IA" a "diritto
della resilienza digitale"); la formulazione più prudente dell'AI Act
(11); la correzione dello schema USA/Cina/UE in "tre equilibri, non tre
modelli" (13); la precisazione teologica sulla sussidiarietà (14, giusta:
la sussidiarietà non è distribuzione orizzontale ma gerarchia di livelli con
intervento sussidiario dall'alto); il common-mode failure
(l'integrazione migliore, perché chiude il cerchio con la tua esperienza
iniziale); il titolo.
Rilievi accolti, ma che toccano tesi tue, non
formulazioni mie —
qui devi decidere tu:
- Punto 6,
sovranità. Il revisore ha
ragione che "obsoleta" è attaccabile, e ho verificato che il
pacchetto della Commissione del 3 giugno 2026 usa davvero la parola
"sovranità tecnologica" nel titolo. Ho riscritto: la sovranità
resta, ciò che è superata è la sua versione assoluta e autosufficiente;
irrealistica è l'autarchia tecnologica. Il tuo argomento sui limiti di
fatto è conservato integralmente; cambia solo l'etichetta. Ma se tieni
alla formulazione più radicale, è una posizione sostenibile con un
pubblico avvertito, purché tu sia pronto all'obiezione.
- Punto 7,
"la regolazione verrà sicuramente". Ho ammorbidito in "molto probabile,
ma non necessariamente globale e uniforme". Il tuo ragionamento sulla
convergenza di interessi resta il nucleo.
- Punto 12,
"sistemi controllati da organismi pubblici". Riformulato in "capacità proprie o
strategicamente controllabili, anche tramite partenariati", che è più
aderente a come funzionano EuroHPC e le AI Factories.
Rilievi accolti con cautela: il punto 4 sugli agenti.
Il revisore cita l'International AI Safety Report 2026 e gli esperimenti di
Anthropic sul "disallineamento agentico"; la sostanza mi risulta
corretta, ma nel testo ho tenuto i riferimenti generici e ho messo nella nota
finale l'invito a citare quelle fonti con le cautele che esse stesse usano.
Ciò che non ho potuto verificare e che il revisore afferma
con precisione: il rinvio dell'applicazione dell'AI Act a dicembre 2027 e
agosto 2028, i contratti cloud da 180 milioni dell'aprile 2026, l'entrata in
applicazione degli obblighi di segnalazione del Cyber Resilience Act l'11 settembre
2026. Sono plausibili, ma li ho lasciati fuori dal testo da leggere e segnalati
nella nota.
Il
testo è ora di circa 2.800 parole, ancora nei venti minuti se letto a ritmo di
relazione. Il Word aggiornato è qui sotto.
VERSIONE RISTRUTTURATA
DELLA RELAZIONE:
Strutture
vitali, reti e sistemi intelligenti
Vulnerabilità, resilienza e la via europea
Relazione per il gruppo
di impegno culturale — Azione Cattolica
1. Da dove parto
Parto da un'esperienza
personale, perché mi aiuta a capire il problema meglio di molte letture.
Quando ero in servizio, [il mio ufficio pubblico] disponeva di reti di
comunicazione alternative a quelle che passano per Internet. Non era una
stravaganza. Era la conseguenza di un ragionamento semplice: alcune funzioni
dello Stato non possono fermarsi, e quindi devono poter continuare anche quando
lo strumento ordinario viene meno. Si costruiva ridondanza. Si dava per
scontato che qualcosa, prima o poi, si sarebbe rotto, e ci si preparava.
Questa consapevolezza,
che nelle istituzioni critiche era ovvia, non mi pare altrettanto diffusa nel
resto della società. Eppure oggi strutture vitali — l'energia, la sanità, i
trasporti, i pagamenti, le comunicazioni, la stessa amministrazione pubblica —
dipendono in misura crescente da sistemi digitali e da reti di comunicazione
interconnesse, delle quali Internet è una componente essenziale, ma non
l'unica. Le reti elettriche hanno i loro sistemi di controllo dedicati; le
banche, le ferrovie, le amministrazioni hanno reti proprie, separate o
ridondanti. Il problema non è la dipendenza da una singola rete, ma la
dipendenza sistemica da un intero ecosistema digitale: telecomunicazioni,
cloud, centri di dati, sistemi di identificazione, satelliti, catene di
fornitura del software, e la stessa energia elettrica che alimenta tutto
questo. Non è un'ipotesi: è il modo in cui funzionano le cose. E a me, che pure
ho lavorato per anni su questi temi, continua a fare una certa impressione.
Vorrei allora proporvi
un percorso in quattro passaggi: il problema, il modo in cui conviene
inquadrarlo giuridicamente, le ipotesi di soluzione che si vanno delineando con
i loro pro e contro, e infine la via che sta seguendo l'Unione europea, che è
quella che ci riguarda più da vicino.
2. Il problema: perché l'immagine comune
dell'emergenza non regge più
Quando pensiamo
comunemente a un'interruzione di servizio, immaginiamo il piccolo blackout
locale. Salta la corrente, si individua il guasto, si ripara, dopo qualche ora
tutto riprende. È un'immagine rassicurante e, per la maggior parte delle
interruzioni che abbiamo vissuto come cittadini, anche realistica. I tecnici
sanno bene che anche le reti elettriche sono sistemi complessi, con guasti a
catena e crisi che possono durare; ma l'immaginario comune resta quello.
Il punto è che questa
immagine presuppone tre cose: che la causa sia una sola, che sia individuabile,
e che nessuno lavori contro chi ripara. Ci sono almeno due scenari in cui
nessuna di queste condizioni è garantita. E devo dire subito che i due scenari
non hanno oggi lo stesso grado di evidenza: il primo è già una realtà
operativa; il secondo è un rischio emergente, la cui probabilità e gravità sono
ancora oggetto di discussione.
Il primo è la guerra ibrida. Non parlo di
fantascienza: è la modalità di conflitto che vediamo praticata in Europa da
anni, dove attacchi informatici, episodi di sabotaggio o di sospetto sabotaggio
di cavi e infrastrutture, disinformazione e pressioni economiche si combinano.
Dico "sospetto" perché per diversi incidenti l'attribuzione è rimasta
a lungo incerta, e le stesse organizzazioni internazionali hanno usato formule
prudenti; ma il quadro complessivo è riconosciuto da tutti gli organismi che si
occupano di sicurezza. In uno scenario del genere l'interruzione non è un
guasto ma un'azione ostile, coordinata su più fronti, e chi la conduce non
aspetta che noi ripariamo: continua a colpire. Il tempo di ripristino non è più
una questione tecnica ma una questione strategica. Può protrarsi ben oltre le
ore, fino a giorni e, in scenari estremi, settimane.
Il secondo scenario è più nuovo e più difficile
da afferrare. Le stesse aziende che sviluppano i sistemi di intelligenza
artificiale dichiarano da tempo che questi sistemi, man mano che diventano
"agenti", cioè capaci di pianificare, usare strumenti e agire in
autonomia su più passaggi con minore supervisione umana, introducono rischi
nuovi. Tra il semplice errore e il comportamento esplicitamente programmato
esiste ormai una zona intermedia: un sistema agentico può perseguire un
obiettivo attraverso sequenze di azioni non previste da chi lo ha progettato e,
in condizioni sperimentali, mostrare comportamenti strategici che dall'esterno
appaiono intenzionali. Questo non significa che possieda intenzioni nel senso
umano del termine, e va detto con onestà che questi comportamenti sono stati
osservati in esperimenti costruiti apposta, non nell'uso reale; le valutazioni
internazionali più recenti concordano che i sistemi attuali non hanno ancora le
capacità necessarie per scenari di autentica perdita di controllo. Va anche
detto che una parte di questo discorso è, da parte delle aziende, anche
costruzione di una narrazione: chi denuncia il rischio si accredita come
interlocutore necessario di chi dovrà regolarlo. Non per questo il rischio è
inventato.
C'è poi un problema che
attraversa entrambi gli scenari e che ha un nome tecnico: il fallimento di modo
comune. La ridondanza non basta se due sistemi apparentemente indipendenti
dipendono, senza che nessuno se ne accorga, dallo stesso elemento nascosto: lo
stesso fornitore di cloud, la stessa libreria software, gli stessi satelliti,
gli stessi componenti, la stessa rete elettrica. La domanda giusta non è
soltanto "abbiamo una seconda rete?", ma "la seconda rete
dipende davvero da qualcosa di diverso dalla prima?". Ripensando
all'esperienza da cui sono partito, era esattamente questa la domanda che ci si
poneva quando si progettavano le reti alternative.
Il risultato è che
l'immagine del "si risolve in breve" non è più affidabile. E questo,
per una società che ha spostato sui sistemi digitali le proprie funzioni
vitali, è un dato che dovrebbe orientare le scelte pubbliche.
3. Come inquadrare il problema: non autarchia,
ma autonomia attraverso la cooperazione
La prima reazione,
quando si prende coscienza di questa dipendenza, è invocare la sovranità: lo
Stato deve riprendere il controllo pieno delle proprie infrastrutture. È una
reazione comprensibile, ma credo che vada corretta, e da giurista vorrei
spiegare perché.
La sovranità resta un
elemento fondamentale dell'ordinamento internazionale e della stessa
costruzione europea, e non intendo dire che sia superata. Quello che è superato
è un certo modo di intenderla: come potere illimitato, assoluto,
autosufficiente. Ogni organismo politico, anche il più potente, incontra limiti
che sono di fatto, prima ancora che di diritto. Limiti esterni: sul piano
internazionale ogni potere trova di fronte a sé altri poteri analoghi, e
nessuno può ignorarli. Limiti interni: nella storia non si è mai dato un
controllo totale di una popolazione, e chi ci ha provato ha fallito. Ciò che
appare irrealistico, dunque, non è la sovranità, ma l'autarchia tecnologica:
l'idea che uno Stato possa controllare da solo l'intera catena delle infrastrutture
digitali da cui dipende.
Il quadro giusto, a mio
avviso, è un altro: autonomia strategica costruita attraverso la cooperazione
tra organismi politici e attraverso capacità proprie, per regolare insieme
certe attività e funzioni. Non è una novità. È già così in molti campi. Il sistema
finanziario internazionale funziona grazie a standard condivisi tra Stati e
operatori privati, a organismi di vigilanza, a regole convenute che nessuno
Stato potrebbe imporre da solo. Il traffico aereo funziona perché esistono
norme tecniche comuni riconosciute da tutti, pur restando ferma la
giurisdizione di ciascuno sul proprio spazio aereo. Nessuno in questi campi
rinuncia alla propria sovranità, e nessuno pretende di esercitarla in
solitudine.
Applicato alle
infrastrutture digitali e ai sistemi intelligenti, questo modello significa tre
cose: standard comuni di resilienza, cioè l'impegno reciproco che certe
funzioni critiche abbiano sempre una ridondanza reale, non soltanto apparente;
meccanismi di responsabilità a più livelli, per rispondere alla domanda
"chi risponde, e come, quando un servizio che regge una funzione vitale
fallisce"; e un coinvolgimento strutturato di Stati, fornitori di
tecnologia e gestori di infrastrutture, ciascuno con responsabilità
circoscritte e nessuno con potere totale.
4. La regolazione verrà? Perché è probabile, e
perché non sarà pacifica
Qui vorrei essere
realista, evitando sia il catastrofismo sia l'ottimismo ingenuo.
I grandi organismi
privati che sviluppano i sistemi intelligenti competono tra loro con enorme
energia, perché prevedono ricavi immensi in un mondo che è ancora in gran parte
da collegare tramite questi sistemi. Ma alcuni di loro sono anche divenuti consapevoli
di rischi che giudicano economicamente inaccettabili: un collasso sistemico
distruggerebbe valore anche per chi lo ha provocato. Per questo alcuni tra i
maggiori sviluppatori hanno esposto questi rischi agli organismi pubblici di
governo, che fino a poco tempo fa ne erano scarsamente consapevoli, e hanno
chiesto forme di regolazione pubblica, in qualche caso anche a livello
internazionale. Non tutte le aziende, e non tutte allo stesso modo: la stessa
impresa può chiedere alcune regole e opporsi ad altre.
Da questo ricavo una
previsione, che formulo con prudenza: forme crescenti di regolazione sono molto
probabili, perché esistono forti interessi convergenti. Molto meno certa è la
nascita di una regolazione globale uniforme. Non è buona volontà, è logica di
sistema; e le regolazioni che nascono da una convergenza di interessi sono le
più solide. Ma la convergenza è parziale.
Devo infatti aggiungere
subito la parte dei "contro". La regolazione conviene a molti, ma non
allo stesso modo e non allo stesso prezzo. Ai grandi operatori conviene una
regolazione che consolidi la loro posizione: alti costi di conformità sono una
barriera all'ingresso per chi vorrebbe competere con loro. Ad alcuni Stati può
convenire una regolazione più leggera, per attrarre investimenti e accelerare
l'adozione della tecnologia; ad altri, meno dotati, possono convenire al
contrario regole internazionali che impediscano ai più forti di imporre
unilateralmente le proprie condizioni. Ai gestori di servizi critici può
convenire una regolazione locale piuttosto che globale. Ai fornitori americani
può convenire una regolazione che escluda i concorrenti cinesi in nome della
sicurezza, ma non una che li equipari. Dunque la direzione mi pare segnata; il
"come", il "dove" e il "chi paga" saranno terreno
di conflitto aspro, e la competizione geopolitica per definire i termini del
coordinamento continuerà a lungo.
Riassumo pro e contro di
questa prospettiva.
A favore: gli incentivi
convergono in misura significativa; esistono modelli già funzionanti in altri
campi; la consapevolezza pubblica sta crescendo rapidamente.
Contro: la convergenza è
asimmetrica; i tempi della politica sono più lenti di quelli della tecnologia;
una regolazione scritta dai più forti rischia di cristallizzare le posizioni
acquisite invece di proteggere i più deboli; e resta sempre possibile che
alcuni attori si sottraggano alle regole spostandosi dove non ci sono.
5. La via europea
Guardo a tutto questo
dal punto di vista di un cittadino dell'Unione europea, e da questo punto di
vista il quadro è meno cupo di quanto potrebbe sembrare.
L'Unione ha già iniziato
a regolare, e lo ha fatto in modo più ampio di quanto il dibattito pubblico di
solito registri. Il regolamento sull'intelligenza artificiale, ormai entrato
progressivamente in applicazione, combina divieti, obblighi di trasparenza, una
disciplina dei modelli di uso generale e requisiti più stringenti per
determinati sistemi ad alto rischio. Ma l'intelligenza artificiale non è il
cuore della questione che sto trattando. Il cuore è la resilienza, e qui
l'Europa ha costruito negli ultimi anni un vero sistema normativo: la direttiva
sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, nella sua seconda
versione, estende a un ampio numero di soggetti essenziali e importanti, in
molti settori, obblighi di gestione del rischio informatico, di sicurezza della
catena di fornitura e di notifica degli incidenti; la direttiva sulla
resilienza dei soggetti critici affronta anche le minacce fisiche, dai
sabotaggi agli eventi naturali; il regolamento sulla solidarietà informatica
istituisce una riserva europea di risposta agli incidenti; il regolamento sulla
resilienza informatica dei prodotti impone requisiti di sicurezza a hardware e
software lungo tutto il loro ciclo di vita; e per il settore finanziario esiste
una disciplina specifica sulla resilienza operativa digitale. L'Europa, in
altre parole, non sta regolando soltanto "l'intelligenza
artificiale": sta costruendo il diritto della resilienza digitale. Ed è un
organismo sufficientemente potente sul piano economico da riuscire a far
rispettare le proprie regole: chi vuole operare sul mercato europeo deve
adeguarsi.
C'è un secondo elemento,
che mi pare ancora più significativo della regolazione. La via europea non
consiste soltanto nel regolare operatori privati, ma anche nel costruire e
procurarsi capacità tecnologiche proprie, o almeno strategicamente controllabili:
infrastrutture pubbliche di calcolo, appalti che impongono requisiti di
sovranità e resilienza, partenariati tra enti pubblici, università e imprese.
Lo si vede nei programmi comuni per il calcolo ad alte prestazioni e nella rete
delle cosiddette fabbriche di intelligenza artificiale, nelle iniziative per un
cloud europeo, e da ultimo nel pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato
dalla Commissione nel giugno di quest'anno, che non a caso usa proprio la
parola "sovranità", e la intende come riduzione delle dipendenze
attraverso capacità propria, non come chiusura. Lo si vede, per quel che mi
risulta, anche nel modo in cui gli stessi uffici dell'Unione si stanno
organizzando al loro interno.
Sarebbe troppo comodo
descrivere tutto questo come una "terza via" tra un modello americano
tutto privato e un modello cinese tutto statale. La realtà è meno schematica:
negli Stati Uniti esistono enormi capacità pubbliche, dai laboratori nazionali
ai programmi federali di ricerca, e in Cina esistono gigantesche imprese
private, sia pure sotto una vigilanza politica molto più pervasiva. Ciò che è
specificamente europeo non è l'esistenza di una via diversa, ma una particolare
combinazione: mercato, regolazione a tutela dei diritti fondamentali, capacità
pubblica e ricerca di autonomia strategica. Tre equilibri diversi tra gli
stessi ingredienti, non tre modelli puri.
Anche qui, pro e contro.
A favore: la
combinazione europea è coerente con la tradizione giuridica del continente, che
ha sempre cercato un equilibrio tra mercato e interesse generale; ha la forza
economica per imporsi; risponde al problema della dipendenza senza inseguire
un'autarchia illusoria.
Contro: il vincolo
principale è il tempo. Le tecnologie si muovono più in fretta della capacità
pubblica di costruire alternative, e c'è una corsa in atto tra il
consolidamento del controllo privato e la nascita di capacità europee. I costi
sono elevati e la volontà politica dei singoli Stati membri non è uniforme. E
resta il rischio che la regolazione, se troppo pesante, scoraggi l'innovazione
in Europa spingendola altrove, con l'effetto paradossale di aumentare la
dipendenza invece di ridurla.
6. Che cosa c'entra tutto questo con noi
Mi chiederete perché
portare questi temi in un gruppo di Azione Cattolica. Credo che ci siano tre
buone ragioni.
La prima è che si tratta
di una questione di bene comune nel senso più proprio. Le strutture vitali di
cui parliamo servono tutti, e la loro fragilità colpisce per primi i più
esposti: chi dipende dalla sanità, chi non ha alternative ai servizi pubblici,
chi non ha i mezzi per proteggersi da solo. Non è una questione tecnica per
specialisti: è una questione di giustizia.
La seconda è che il
modello che ho descritto presenta una forte affinità con il principio di
sussidiarietà, così come lo formula la dottrina sociale della Chiesa: le
responsabilità vanno esercitate al livello più vicino e più adeguato al
problema, e i livelli superiori intervengono per sostenere, coordinare e
affrontare ciò che i livelli inferiori non possono risolvere da soli. Non un
centro che decide tutto, non un mercato lasciato a se stesso, ma una pluralità
di soggetti che cooperano, ciascuno al proprio livello, con regole comuni e con
un'autorità superiore che interviene dove serve. È un'idea che noi conosciamo
da tempo e che qui trova un campo di applicazione nuovo.
La terza è che l'Azione
Cattolica è ancora un'organizzazione che pesa nel dibattito italiano. Su questi
temi il dibattito pubblico è oggi occupato da due voci: quella dell'entusiasmo
tecnologico e quella della paura. Manca una voce che dica, con sobrietà: il
rischio è reale, la dipendenza è un fatto, l'autarchia è un'illusione, ma
esiste una via praticabile, ed è quella della cooperazione regolata e della
capacità pubblica. Non vedo perché questa voce non possa essere anche la
nostra.
Vi propongo quindi tre
domande per la discussione.
Primo: siamo d'accordo
che il problema vada inquadrato come autonomia attraverso la cooperazione e non
come recupero di un controllo pieno? È un punto su cui, anche nel mondo
cattolico, ci sono sensibilità diverse.
Secondo: la via europea
è quella giusta? E se lo è, che cosa chiediamo all'Italia, che è tra gli Stati
membri chiamati ad attuarla?
Terzo: c'è una posizione
che come Azione Cattolica potremmo portare fuori da questa stanza, nelle sedi
in cui ancora siamo ascoltati?
Vi ringrazio
dell'attenzione.
Nota per il relatore, da
non leggere. I riferimenti normativi sono volutamente descrittivi e non citano
date, numeri di atto o cifre di investimento. Le norme richiamate nella sezione
5 sono: AI Act; direttiva NIS2 (recepita in Italia con d.lgs. 138/2024);
direttiva CER sulla resilienza dei soggetti critici; Cyber Solidarity Act;
Cyber Resilience Act; regolamento DORA. Il pacchetto sulla sovranità
tecnologica è quello presentato dalla Commissione il 3 giugno 2026 (Chips Act
2.0, Cloud and AI Development Act, strategia open source). Prima di distribuire
il testo per iscritto o citare dati precisi, verificare: il calendario
aggiornato di applicazione dell'AI Act (di cui si è discusso un rinvio per i
sistemi ad alto rischio), lo stato dei programmi europei di calcolo e cloud, e
le fonti sui comportamenti sperimentali dei sistemi agentici, che vanno citate
con le cautele che le stesse fonti usano.