Sintesi dell’introduzione del parroco mons.
Remo Chiavarini alla Settimana Santa 2020, svolta all’inizio della Messa della
domenica “delle Palme” il 5-4-20,
e delle omelie da lui pronunciate durante
la Settimana Santa del 2020, nella Messa
del Giovedì santo “nella Cena del Signore”,
nel corso della liturgia del Venerdì santo, nella Messa di Pasqua al termine
della Veglia Pasquale e nella Messa celebrata il giorno di Pasqua. Le liturgie
si sono svolte senza il popolo, in osservanza delle disposizioni sanitarie per
il contagio della malattia Covid-19. Sono state trasmesse su una canale Youtube al quale si può accedere con
questo link
sul quale sono ancora visualizzabili
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Sintesi dell’introduzione alla
Settimana Santa pronunciata dal parroco
don Remo Chiavarini all’inizio della la Messa della domenica “Delle Palme” celebrata in parrocchia il 5
aprile 2020, senza il popolo a causa delle misure di confinamento sociale per
la prevenzione del contagio da Covid-19.
Sintesi
di Mario Ardigò, per ciò che ha capito delle parole del celebrante
Siamo arrivati all’inizio della Settimana Santa,
questa domenica delle Palme. Una Settimana Santa inedita, unica, speriamo, nella
nostra vita. Una Settimana Santa da ricordare…
Comunque, sempre Settimana Santa è.
Sempre ci introduce questa celebrazione nella
settimana che ci porterà poi alla domenica di Pasqua.
Chiediamo al Signore che ci prepari,
attraverso il dono della sua misericordia, a ricevere tutta la grazia che il
Signore ha preparato per noi in questi giorni.
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Sinesi dell’omelia pronunciata dal parroco don
Remo Chiavarini durante la Messa del Giovedì santo celebrata in parrocchia il 9
aprile 2020, senza il popolo a causa delle misure di confinamento sociale per
la prevenzione del contagio da Covid-19 [9-4-20].
Sintesi
di Mario Ardigò, per ciò che ha capito delle parole del celebrante
E’ uno strano Giovedì santo.
Strano perché è così familiare e unico, per lo
meno nella mia vita.
Il Giovedì santo è la celebrazione dell’Ultima
Cena: è sempre stata una delle celebrazioni più solenni di tutto l’anno. Da
sempre.
Quando ero in Seminario, si partecipava
proprio il Giovedì Santo alla celebrazione presieduta dal Papa, allora era
Paolo 6°. La celebrava a San Giovanni in Laterano dove c’era il Seminario.
Perché allora le liturgie pasquali iniziavano in San Giovanni in Laterano, con
la Messa “In Coena Domini” [si legge “in
cena domini”. E’ espressione in latino che significa “nel ricordo dell’(Ultima) Cena del Signore”]. Poi [continuavano]
il venerdì a Santa Maria Maggiore e il sabato a San Pietro. Il Seminario
partecipava e serviva anche; quindi diverse volta da seminarista ho prestato
servizio a questa celebrazione. Poi, dopo la cena, si andava a casa. Chi
partiva subito dopo la celebrazione, chi la mattina dopo, quelli che magari
erano più lontani.
Ma poi anche subito nelle parrocchie dove sono
stato. A cominciare da San Saturnino: [lì] la celebrazione del Giovedì Santo
era solennissima, era stracolma, pienissima, e così anche in tutte le altre
celebrazioni. Perché il popolo cristiano sa che questa è una celebrazione
fondamentale. Qui c’è la Pasqua del Signore. C’è il mistero di Gesù che dona se
stesso in quella liturgia che ricorda quell’incontro nel Cenacolo. E anche noi
qui stasera siamo qui proprio nel Cenacolo: siamo dodici, tredici, quattordici,
non di più, come probabilmente erano quella sera nel Cenacolo del Signore,
quando, come tutte le famiglie degli ebrei, si iniziava a celebrare la Pasqua.
[Quest’anno] anche gli ebrei [del nostro
tempo] hanno iniziato a celebrare la Pasqua ieri sera. Ieri sera hanno celebrato nelle famiglie. Si
inizia con una liturgia famigliare e poi si continua in quelle altre
celebrazioni che coinvolgono poi tutto il popolo, al Tempio e così via.
Anche noi abbiamo riascoltato come prima
lettura l’inizio, addirittura in terra d’Egitto, [il racconto] dell’uccisione dell’agnello
pasquale, di quell’agnello nel cui sangue c’è salvezza: l’Agnello di Dio che
prende su di sé il peccato del mondo. Poi abbiamo riascoltato come san Paolo ci
dice che, in fondo, in quella Pasqua bisogna inserire anche la nostra Pasqua;
quell’agnello non è più l’agnello del gregge, ma è Gesù, e ormai quel
sacrificio è nuovo ed eterno,
per cui è l’unico ed eterno sacrificio del Signore nel quale noi ci
innestiamo facendone memoria nel tempo. In questo lungo Esodo nel quale la
storia si trova e vive in attesa di entrare nella Terra Promessa. Ricordiamoci
sempre che la Terra Promessa non è su questa Terra, ma per noi la Terra
Promessa è “Cieli nuovi” e “Terra Nuova”, nella quale Gesù è
entrato con la sua Resurrezione e dove, lì, tutti ci attende.
Stasera volevo ricordare innanzi tutto il
sacramento dell’Eucaristia, che è il luogo dove la comunità si ritrova, l’unica
Eucaristia del Signore che continua a vivere nel tempo. L’Eucaristia è il luogo
dove la comunità sperimenta di essere la Chiesa di Dio, il Popolo di Dio. E poi
il dono del sacerdozio, che è indissolubilmente legato all’Eucaristia, quindi
alla Chiesa. Non c’è Eucaristia senza sacerdozio. Non c’è Chiesa senza
Eucaristia. Quindi possiamo dire che non c’è Chiesa senza sacerdozio, questo ce
lo dobbiamo ricordare.
Ricordiamo poi in questo momento
soprattutto novantanove sacerdoti, così
oggi diceva il giornale, che in questi giorni sono morti a causa dell’epidemia,
del corona-virus. In fondo anche loro, veramente pastori, hanno accompagnato quel gregge,
quel numeroso gregge, che in questa epidemia è stato convogliato nel gregge
nuovo ed eterno del Paradiso.
Adesso, come sapete, doveva esserci la Lavanda
dei piedi: non c’è oggi. C’è subito la preghiera universale, ma
quel gesto ce lo portiamo nel cuore e ci ricorda che proprio dalle relazioni
primarie che comincia questo comandamento del Signore, quello di far sì che la
propria vita sia servizio, perché noi dobbiamo essere discepoli di colui che è
venuto non per essere servito ma per
servire.
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Sintesi dell’omelia pronunciata dal
parroco don Remo Chiavarini nel corso della liturgia del Venerdì santo
celebrata il 10 aprile 2020 nella chiesa parrocchiale, senza il popolo dei
fedeli a causa delle prescrizioni sanitarie per la prevenzione del contagio
della malattia Covid-19
Sintesi
di Mario Ardigò per quanto ha compreso delle parole del celebrante (la liturgia
è stata trasmessa su un canale di
Youtube, ma a tratti l’audio non era di buona qualità)
Abbiamo proclamato il Vangelo della Passione secondo Giovanni. Il Venerdì santo è di
solito pieno di tante manifestazioni:
quest’anno è caratterizzato dal silenzio. Ma sempre Venerdì santo è.
Venerdì santo significa la Passione del Signore. Noi sappiamo che questa Passione ancora continua nel mondo. Ogni anno ha la sua
caratterizzazione: quest’anno pensiamo agli ospedali, alle sale di
rianimazione, dei luoghi della sofferenza di chi ha perso qualche caro. Ogni
anno, sempre la sofferenza ci accompagnerà. Come ogni sofferenza, si può
affrontare in tante maniere.
Di fronte alla croce c’è chi si ribella, chi
prega, chi non l’accetta, chi l’accetta ma non ne comprende il senso, ma se
potesse con grande gioia, se dipendesse da lui, la eviterebbe. E c’è l’esempio
del Signore che ci presenta questo Vangelo, un racconto estremamente sobrio:
racconta in fondo una tortura, la condanna a morte, ma con una serenità
straordinaria, come colui che sa che la sofferenza ha un significato e che
quella sofferenza si può tradurre in fonte di vita, se vissuta con amore.
Una delle caratteristiche fondamentali della Passione del Signore è questa: non la subisce, non è
che gli cade addosso e purtroppo la deve portare avanti, ma volontariamente,
per ubbidienza, vi entra.
Il Signore ci doni di entrare in questo
Venerdì santo, così come in ogni Venerdì santo della nostra vita, con quello
spirito.
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Sintesi dell’omelia svolta dal parroco
mons. Remo Chiavarini durante la Messa
di Pasqua celebrata l’11 Aprile 2020, dopo la Veglia, nella chiesa parrocchiale, senza il
popolo dei fedeli a causa delle disposizioni di prevenzione sanitaria del
contagio della malattia Covid-19 [11-4-20]
Sintesi
di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante
Così finalmente siamo arrivati nel cuore della
Pasqua, di questa liturgia pasquale che abbiamo iniziato giovedì. E nel cuore
di questa liturgia troviamo il Vangelo della Resurrezione. Il comando del
Signore: «Andate ad annunciare quello che avete visto!». E’ quello che in fondo la Chiesa fa
durante tutto il tempo, e dunque anche in questa notte, in questo anno della
storia del mondo, della storia della Chiesa, la Chiesa annuncia questo fatto:
Cristo è risorto.
Ci sono due parole nel Vangelo che forse
sentiamo particolarmente presenti nel nostro cuore, in questa Pasqua.
La prima è «Non abbiate paura!». Che poi è la stessa cosa di «Non temete!». La paura, il timore, è quello che
prende sia le donne che vanno al Sepolcro, perché loro vanno per dare una degna
sepoltura al corpo del Signore, e naturalmente, trovando la tomba vuota, la
tomba aperta, quella grande pietra rotolata via, capiscono che qualche cosa è
successo. Ma poi vedremo che la stessa cosa accade anche ai discepoli, gli
apostoli, addirittura Pietro, Giovanni: lo sconcerto. Ecco che anche a loro
verrà detto «Non temete!». E viene detto alla Chiesa e viene detto a noi oggi: «Non temete! Non temete! Non temete!»,
«Non abbiate paura!».
Come è bello accogliere questo invito del Signore!
Non abbiate paura, perché… «Perché io ho vinto la morte. Io ho
vinto, sono ancora il Crocifisso». Perché poi il Signore si manifesterà
con le piaghe, per cui Cristo che vive in eterno è sempre il Crocifisso e porta
sempre con sé le piaghe della Crocifissione, ma quelle piaghe non gli hanno
portato la morte, perché lui ha vinto, è andato oltre.
E questo è l’annuncio della Pasqua. Noi siamo
qui perché sappiamo che la Pasqua del Signore non è solo la sua Pasqua, perché se fosse la sua Pasqua in fondo
sarebbe una gran cosa ma una cosa che interesserebbe lui, e invece no,
interessa anche noi, perché, come ci ha detto Paolo, Cristo è risorto per donare per donare la sua vita a
coloro che vogliono unirsi a lui attraverso i sacramenti, primo fra tutti il
Battesimo. Ecco perché nella notte della Pasqua c’è a centro il Battesimo e
siamo chiamati, noi tutti, a fare memoria del nostro Battesimo, perché con il
Battesimo siamo entrati con la nostra vita vecchia nella tomba del Signore e
siamo risorti a vita nuova. E noi anche, perciò, siamo dei risorti. Questa è la cosa incredibile. Non soltanto Gesù è risorto,
ma noi siamo risorti già adesso, perché noi abbiamo già la vita nuova. Quella vita che Gesù ha inaugurato con la sua
Risurrezione.
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Sintesi dell'omelia del parroco mons.
Remo Chiavarini nella Messa di Pasqua
celebrata il 12 Aprile 2020, con inizio alle 9, nella chiesa parrocchiale di
San Clemente papa, senza il popolo, in osservanza delle prescrizioni sanitarie
per la prevenzione della malattia Covid-19
Sintesi
di Mario Ardigò per come ha inteso le parole del celebrante
Domenica:
il Vangelo della Pasqua ci racconta proprio quello che accadde in quel primo giorno
della settimana. Questo termine ricorrerà spesso, perché veramente con la
Risurrezione del Signore inizia un tempo nuovo.
Come la settimana era in po' il paradigma che
racchiudeva tutta la Creazione, e ogni settimana si ripeteva e ci ricordava
tutte le grandi opere di Dio, che aveva compiuto, così inizia una nuova
settimana, che significa, secondo il linguaggio biblico che inizia una nuova
Creazione.
Siamo in questo primo giorno della settimana.
Ecco perché la domenica è il giorno della fede, il giorno dei cristiani. È il
giorno che ci dice che noi siamo già in tempi nuovi. Siamo in quella Creazione
nuova che la Resurrezione del Signore ha iniziato.
Noi siamo in
cammino, come gli Apostoli, per arrivare a vedere e credere: "E videro e credettero", dice il
Vangelo. Questo deve essere anche per tutti noi.
Questo cammino è certamente molto diverso
l'uno dall'altro. Perché vediamo Pietro che va lento e Giovanni c'è questo
termine, particolare, che dice "Il
discepolo che Gesù amava". In realtà non si parla proprio di Giovanni;
probabilmente dietro questa terminologia c'è indicato ciascuno di noi, perché
ciascuno di noi è "il discepolo amato dal Signore", che deve fare
questa esperienza, mettersi in cammino e andare verso la tomba del Signore. In
una tomba, quindi in un luogo che parla
di morte, in una tomba, quindi in un luogo che parla di morte, in un luogo che
contiene anche segni di morte. C'è un sudario, ci sono delle bende, tipiche
proprio di una sepoltura. Ma in presenza di questi segni e anche di quel luogo
che indica il termine ultimo del cammino dell'uomo, lì anche sperimentare né
non si ferma lì, che c'è un inizio nuovo. E credere perciò che il Signore Gesù
è il Signore della vita. E che noi, insieme con lui, siamo chiamati a questa
vita nuova.
Questo
è il senso della Pasqua. Questo è l'annuncio della Chiesa: "Lode a te, o
Cristo!".