INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

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ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

mercoledì 31 dicembre 2025

Progettare la sinodalità totale

 

Progettare la sinodalità totale

 

  Lasciando ai teologi la metafisica della sinodalità ecclesiale, quest’ultima può essere definita la forma di convivenza ecclesiale nella quale si può aver parte in ciò che ci riguarda a condizione di non fare a meno di nessun altro. È chiaro che si tratta in genere di un obiettivo conseguibile solo parzialmente, e, anzi, in misura piuttosto ridotta. Ma ci si può provare a farne tirocinio.

 La sinodalità richiede di avvicinarsi molto, ma di solito le persone non lo sopportano più di tanto. Si cerca di non saturare completamente le capacità cognitive che sorreggono l’amicizia, che negli esseri umani sono piuttosto limitate, secondo i risultati sperimentali dell’antropologo inglese Robin Dunbar sufficienti per relazioni forti con sole circa 150 persone. Gruppi più numerosi vengono strutturati mediante miti, riti, religioni, diritto e non richiedono di avvicinarsi molto e solo nel quadro di procedure ritualizzate.

 Attuare forme di sinodalità al di fuori di piccoli gruppi, vale a dire quelli che comprendono una trentina di persone, richiede di integrarle con il diritto e, attraverso la teologia, con religione e miti. Per questo, nel documento finale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, concluso l’autunno dello scorso anno, il 24 ottobre 2024, si è raccomandato di dare avvio a riforme del diritto canonico.

 

Paragrafo 94. Una corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per dare attuazione a questi cambiamenti.

 

  Non si tratta solo di rivedere le procedure decisionali, che attualmente sono praticamente tutte controllate dal clero in modo autocratico e secondo un rigido ordinamento gerarchico nel quale le scelte finali sono in definitiva accentrate in uffici monocratici, ma di strutturare tutta la convivenza ecclesiale, in modo che possano avervi voce, nel quadro di procedure formalizzate e garantite, tutte le sue componenti e ciò anche se poi si voglia limitare le decisioni finali ad organismi più ristretti, ma sempre mantenendo una certa collegialità.

  Il clero cattolico teme di perdere il controllo delle comunità di prossimità con l’istituzione di spazi partecipativi reali e probabilmente un certo rischio c’è, soprattutto data l’insufficiente formazione della gente alla sinodalità. Essa dovrebbe cominciare fin dal primo catechismo: il problema è che ad essa i preti non sono stati formati e le altre figure ministeriali sono costruite per svolgere un ruolo ad essi subalterno.

  La nostra è una Chiesa cristiana molto legata agli enunciati sacralizzati relativi alla propria struttura gerarchica, vale a dire ai dogmi che riguardano quel tema. E’ un portato storico che anche in altre Chiese cristiane si  manifesta, in particolare nell’ortodossia orientale. Ciò che è sacralizzato lo è proprio per renderne difficile la modifica e la sinodalità totale  immaginata da ultimo da papa Francesco proprio su elementi di tale natura dovrebbe incidere.

  L’ideologia sinodale che fino ad ora si è affermata nei processi sinodali  è improntata ad un’antica idea aristotelica, vale a dire che ci sono procedure decisionali che coinvolgono tutti, altre che coinvolgono solo alcuni e infine altre che spettano solo ad uno, il monarca. Nell’attuale visione sinodale cattolica queste procedure vengono viste come strutturate in ordine gerarchico, nel procedimento per giungere ad una decisione finale in cui quest’ultima, però, spetta solo ad uno, al gerarca monocratico, sia esso il vescovo o quel particolare vescovo con giurisdizione universale che è il papa. E’ evidente che questa non è reale sinodalità, perché, in definitiva, lo spazio riservato a tutti e ad alcuni è solo consultivo. Il gerarca monocratico, se vuole, può però prescindere da quel parere, anche se espresso da collegi di persone molto competenti. Un esempio di ciò a cui questo può portare  è la procedura seguita dal papa Giovanni Battista Montini – Paolo 6° nel deliberare, nel 1968, l’enciclica Della vita umana – Humanae Vitae, che ha avuto conseguenze rilevantissime in primo luogo per i coniugi credenti cattolici: essa fu adottata contro il parere dei consulenti ampiamente qualificati consultati. L’altra gente si è limitata a subire quella decisione, con gravissimi problemi di coscienza.

  Scalfire la posizione di un ufficio sacralizzato è molto difficile e, ancor più, quando si ritenga che svolga ancora un servizio utile e non lo si voglia abolire nel processo di riforma. Di fatto, la riforma ecclesiale improntata alla sinodalità si è arenata su questo nella Chiesa cattolica. La teologia fa muro: da secoli il suo principale compito è stato proprio questo, di fare muro contro ogni riforma dell’ordinamento gerarchico. Fino ad epoca recente quest’ultimo, nella storiografia ecclesiastica cattolica utilizzata nella divulgazione ad un pubblico di non specialisti, veniva proiettato fino alle origini e legato alla volontà stessa del Fondatore, benché le evidenze disponibili, poche quelle extrabibliche, non confortassero del tutto, o per nulla secondo alcuni,  questa visione.

  La sinodalità totale, che riguardasse tutti, non mi pare essere mai stata praticata nelle Chiese cristiane prima della Riforma protestante (fatta eccezione che tra i valdesi) e, anche in quest’ultimo ambito, con connotati meno estesi di quelli ora in uso nelle denominazioni protestanti storiche. Questo è un problema, tenuto conto del ruolo che nella nostra Chiesa viene riservato alla Tradizione, cioè agli usi molto antichi e generalizzati. Va detto che nelle Chiese cristiane ciò che appare generalizzato fin dall’antichità non di rado, almeno dal Quarto secolo, è il risultato della molta violenza praticata per eradicare usi diversi. E anche in precedenza si fu piuttosto litigiosi, e ciò fin da molto presto, con una particolare attenzione alle minuzie metafisiche, come emerge nel pensiero dell’apologeta Giustino, vissuto nel Secondo secolo, della schiera degli apologeti, vale a dire dei pensatori cristiani che lavorarono principalmente per distinguere la dottrina ritenuta scaturita dagli apostoli dalle altre. Con Ireneo di Lione, teologo vissuto nel secolo successivo, si sviluppa una certa fissazione metafisica per individuare eresie peccaminose da eradicare, eradicazione della quale poi si sarebbero occupate nei tempi successivi, fino a forme di violenza incredibili alle quali solo i processi democratici europei posero fine,  le gerarchie ecclesiastiche con l’appoggio delle altre monarchie sacralizzate, finché la contestazione delle monarchie sacralizzate, ecclesiastiche e civili, venne essa stessa considerata eresia. E più o meno si è ancora a quel punto, nella visione cattolica.

  Il paradosso è che l’iniziativa del recente tentativo di instaurare una sinodalità totale, vale a dire riguardante in qualche modo tutti, nella nostra Chiesa è stata presa dal vertice monocratico sacralizzato, vale a dire da un Papa, da papa Francesco. Egli ha proposto una suggestiva immagine di una piramide rovesciata come evocazione del risultato finale: in alto ci sarebbero stati tutti e in basso l’uno. Un risultato impossibile da realizzare, tenendo anche conto che quella divisione del lavoro per cui nell’ordinamento di una collettività non tutti  decidono tutto ha una sua giustificazione razionale, perché non tutti hanno la possibilità e anche il desiderio di decidere tutto, in quanto hanno altro da fare e non ne hanno neanche la competenza. Anche in democrazia non tutti decidono tutto, ma hanno la concreta possibilità di limitare il potere dei pochi ai quali sono affidate funzioni di governo e di amministrazione e nessun vertice  è esente da tali limiti. Il principale limite in democrazia  è la desacralizzazione  totale di ogni potere sociale, che quindi può essere messo in questione, innanzi tutto essendo lecito porlo in discussione. Nella nostra Chiesa, a struttura autoritaria, autocratica e totalitaria questo si fa, ma non è lecito e se si fa si può andare incontro a qualche dispiacere. Non si ammazza più come fino al Settecento (l’ultima condanna capitale per crimine di eresia sembra sia stata quella di Cayetano Ripoli, nel 1826, in Spagna).

 

L'Inquisizione fu utilizzata anche contro i primi centri del protestantesimo, contro la diffusione delle idee di Erasmo da Rotterdam, contro l'Illuminismo e, nel XVIII secolo, contro l'enciclopedismo. Nonostante le azioni di altre inquisizioni europee contro la stregoneria, questa non fu il fulcro dell'inquisizione spagnola. Gli accusati di stregoneria venivano normalmente descritti come pazzi. Durante il regno di Giuseppe I, l'Inquisizione fu abolita, ma fu ripristinata con l'ascesa al trono di Ferdinando VII di Spagna. Il maestro elementare Cayetano Ripoli, garrottato  a Valencia il 26 luglio 1826, fu l'ultima persona giustiziata dall'inquisizione spagnola. Il 15 luglio 1834 fu definitivamente abolita. [fonte Wikipedia]. Venne accusato di non credere nella Trinità e nella divinità di Cristo e di praticare una forma di religione naturale deistica. Il processo avvenne nel clima antiliberale di restaurazione di una monarchia assolutistica sacralizzata.

  Tuttavia chi critica può trovarsi gravemente emarginato e, se  fa il prete o è un frate o monaco, punito con l’espulsione dal clero o dal proprio ordine religioso e così perde i mezzi di sussistenza. Come forma meno grave di sanzione può sentirsi vietare di pubblicare e di parlare in pubblico.

  E’ stato osservato che, dal punto di vista giuridico, una riforma sinodale totale dovrebbe partire proprio dal riconoscere in  misura molto più ampia il diritto di critica verso le autorità ecclesiastiche, con l’immunità da sanzioni formali o da forme di emarginazione o di esclusione. Da questo punto di vista mi pare si sia ancora molto lontani anche solo dall’iniziare.

  Per il resto, è irragionevole credere che una reale sinodalità totale possa essere istituita dagli attuali vertici gerarchici autocratici e sacralizzati, nonostante tutti i tentativi che si possano fare. Comunque i processi sinodali che si sono svolti dall’ottobre 2021 sono stati realmente utili nel porre le basi per progressive sperimentazioni di qualcosa di più ampio e intenso, si è realmente dibattuto, il clero ha fatto spazio realmente al resto della Chiesa. Per togliere ai tirocini di sinodalità quel tanto di angoscia che generano qua e là, e anche di scrupoli teologici, penso sia più produttivo assecondare le buone intenzioni che si manifestano in alto con sperimentazioni in basso, a cominciare dalle realtà di prossimità o addirittura dai piccoli gruppi, per vedere se, radicandosi pratiche di sinodalità reale  in quegli ambiti, esse possano man mano diffondersi, se si vedrà che, in definitiva, non sono dannose per l’unità. Ma queste forme di sinodalità incipiente, di prossimità, per funzionare necessitano di uno sforzo per la formazione delle persone che vi partecipano, possibilmente attingendo alle risorse che esse stesse manifestano, quindi come autoformazione, perché i preti, nella struttura accentrata delle nostre parrocchie, hanno troppo altro da fare,  a quello non sono stati nemmeno formati e non hanno il tempo per approfondire.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 30 dicembre 2025

Un post di dieci anni fa, ma sempre attuale

Riunione del 13-10-15 - L’AC torna in sala rossa

 Dopo diversi anni in cui si è riunita un po’ qua e un po’ là, l’AC, dalla riunione di oggi alle 17, torna in sala rossa. E’ uno degli ambienti per riunioni più grandi della parrocchia, chiesa a parte . Significa che ci si sta dando fiducia. C’è posto per molta altra gente che deve venire. Dobbiamo quindi sentirci impegnati a cercarla e ad invitarla tra noi.

  Lavoriamo per la parrocchia e per la diocesi. E’ sempre stato lo stile caratteristico dell’AC. Non c’è spirito di fazione e di proselitismo nella nostra azione. Ci muoviamo sotto le bandiere della parrocchia perché la parrocchia cresca armonicamente in tutte le sue componenti. Il nostro apporto specifico consiste nella pratica del metodo democratico e nella cultura del Concilio Vaticano 2°. Il primo consente l’apertura sociale, il fare spazio a tutti, il secondo l’apertura religiosa, con la finalità di fare della parrocchia la casa di tutti i fedeli, di ogni età e condizione sociale. Poi c’è la piena condivisione dello spirito sinodale, per cui non proponiamo un nostro progetto di apertura, ma  vogliamo operare in unità di pensiero e di azione con tutte le altre componenti e sensibilità parrocchiali, sotto la presidenza dell’apostolo che ci è stato inviato dalla diocesi, del parroco, e quindi anche in unità sinodale con il vescovo e con tutta la diocesi.

 Vi propongo alcuni propositi per il prossimo anno.

  Per quanto oggi prevalgano tra noi i nostri valorosi anziani, alla cui pervicacia dobbiamo se l’AC è rimasta viva  ed è giunta fino a quest’anno in parrocchia traversando tempi difficili, noi siamo l’AC, non un gruppo anziani. Non siamo gente che viene solo, una volta alla settimana, a sentire altri che parlano o che predicano. In questo tempo di rinnovamento e di ripresa, dobbiamo, tutti, giovani e meno giovani, essere più partecipi, più attivi, fare dei programmi più ambiziosi, darci degli obiettivi più stringenti, associativi e personali.

  Ecco le mie idee.

  Primo: avere in casa, tutti, il libro con i documenti del Concilio Vaticano 2°, il Catechismo della Chiesa Cattolica (versione integrale, non il compendio), il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium  e l’enciclica Laudato si’.

 Secondo: programmare la lettura personale di quei testi durante l’anno.

 Terzo: dedicare una parte della riunione infrasettimanale alla discussione dei temi di quei testi che abbiamo trovato più difficili da comprendere o agli argomenti che, di volta in volta, risultino di maggiore attualità. Cerchiamo di non limitare gli incontri alla spiritualità generica.

 Quarto: proponiamoci, quando incontriamo qualcuno per i corridoi della parrocchia, di salutarlo sorridendogli, sempre. Cerchiamo di combattere il sentimento di estraneità reciproca che ha fatto tanto male alla vita parrocchiale.

Quinto: cogliamo ogni occasione possibile per invitare gente nuova alle nostre riunioni e, comunque, per coinvolgerla nel lavoro di rinnovamento della parrocchia.

Sesto: incoraggiamo tutti, e in particolare i più giovani,  in ciò che fanno in parrocchia. Non perdiamo mai l'occasione di farlo, quando ci si presenta. Abituiamo la gente a sentirsi compresa e stimata, sia tra noi che fuori.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


lunedì 29 dicembre 2025

Sinodalità e pluralismo sociale

                                      Sinodalità e pluralismo sociale

 

 La costruzione sociale si fa nelle forme più diverse e ciò si riverbera nel diritto,  che viene sempre ideato sulla base delle esigenze di normazione delle società di riferimento. Il diritto canonico, vale a dire il diritto della nostra Chiesa considerata anche come società umana non fa eccezione. Trattando di sinodalità è però diverso:  vi prevale la teologia metafisica e quindi da un lato ci si aspetta troppo dagli esseri umani nella loro socialità ecclesiale, dall’altro si lascia fuori molto di quello che in essa si manifesta, perché la socialità umana è sempre pluralistica.

  L’idea mi pare, in fondo, che la pratica sinodale dovrebbe essere un metodo per aumentare il consenso popolare verso le decisioni prese dall’autorità ecclesiastica in modo autocratico e non sinodale. Così si risolverebbe il nodo della crescente difformità di massa da quelle decisioni. Non stupisce che la sinodalità così intesa non appassioni la gente, che quindi non ci si impegna.

 Riconoscere il pluralismo sociale nelle pratiche di sinodalità richiederebbe di differenziarle, ad esempio, a seconda della differenziazione, in primo luogo culturale, delle comunità di riferimento, sotto il profilo geografico, culturale, etnico, dimensionale e via dicendo,

  L’obiettivo dovrebbe essere un potenziamento di una reale partecipazione popolare, dove in genere oggi i più sono respinti nel ruolo di semplici comparse di eventi liturgici. Ma quale dovrebbe essere il loro ruolo,  visto che la maggior parte della gente sa poco e male della propria religione?

  Si temono stranezze che non sono infrequenti nella religiosità popolare, ed in effetti il rischio c‘è,

  La teologia, come osservavo, non aiuta. Usarla un po’ come un manuale di sinodalità  pratica porta all’effetto di bloccare ogni tirocinio nel campo o di renderlo inefficace. Se si parte dall’idea che il parere e la decisione del prete al dunque devono  sempre prevalere è inutile iniziare. E se anche si inizia, si va poco lontano.

  Penso che la via più semplice sia quella che parte da piccoli ambienti comunitari di base, per vedere poi come va. Il risultato non è scontato.

 Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Saceo, Valli


domenica 28 dicembre 2025

intorno alla sinodalità

Intorno alla sinodalità

 

  La sinodalità ecclesiale è poco o nulla praticata nelle comunità di prossimità, vale a dire quelle più frequentate dalla gente, le uniche realmente esistenti, le altre essendo tenute insieme dall’architettura giuridica.

  Di fatto, non osservo una pressione per cambiare metodo, le cose tutto sommato funzionano così come adesso vanno e la gente si mostra insofferente di legami comunitari più intensi. L’influenza sociale e politica della Chiesa cattolica è ancora notevole, ma è esercitata per mezzo dell’azione di uffici burocratici, accreditati verso gli altri poteri dalla convinzione che quella struttura possa realmente controllare delle masse, e fino ad un certo punto è vero.

 Quindi poi l’apparato ecclesiastico organizza grandi eventi per suscitare l’immagine di un pubblico devoto e ci riesce.

  Ma l’appartenenza ecclesiale è in genere debole, anche per l’affievolirsi del coinvolgimento in pratiche liturgiche e della comprensione del sofisticato linguaggio derivato dalla teologia. Questo comporta lo scivolamento della pratica religiosa verso un coinvolgimento più che altro identitario, che è evocato dalla politica quando lo si presenta come espressione di “radici”. In questi giorni è accaduto a proposito della consuetudine di allestire il presepio durante le festività natalizie, vista come elemento di cultura popolare, evocativo di buoni sentimenti legati all’appartenenza nazionale,  con scarsa o nulla consapevolezza della teologia sull’Incarnazione e che l’evento rappresentato è collocato nelle narrazioni bibliche in Palestina.

  Papa Francesco dal 2015 diede impulso ad iniziative per vivere sinodalmente ogni tipo di ecclesialità. Essenzialmente ebbe di mira la riforma dei vertici ecclesiastici, facendo forza su un moto dal basso, che però non si è manifestato. Le procedure sinodali, quella con il coinvolgimento di tutte le Chiese del mondo nel Sinodo sulla sinodalità ecclesiale e quella organizzata dalla Conferenza episcopale italiana hanno coinvolto numeri piuttosto esigui, nonostante i toni trionfalistici della propaganda ecclesiastica e i risultati, per ora, mi paiono piuttosto modesti, essendocisi  tenuti sul vago, sulle generali. Incredibilmente, trattandosi di organizzare la sinodalità, i partecipanti ai processi sinodali sono stati tenuti alla riservatezza sui dibattiti svolti, e anzi l’indirizzo è stato di non chiamarli così ma “conversazioni spirituali”. Quindi l’altra gente, di fuori, ne ha saputo poco, in pratica solo da scarni comunicati ad andamento omiletico e con toni inutilmente enfatici.

  La riforma dei vertici ecclesiastici non avverrà per quella via. L’ipertrofico apparato ecclesiastico di governo fa resistenza ed è difficile superarla perché si tratta di uffici in varia misura sacralizzati in una struttura assolutistica e tendenzialmente totalitaria.

 Nelle realtà di base forme di sinodalità potrebbero attecchire, come iniziò ad accadere negli anni’70, ma non come esperienza per tutti e di tutti. I più continueranno a preferire l’appartenenza debole,

  E stupefacente quante poche persone sono coinvolte nell’animazione parrocchiale da noi. Poche decine su un bacino di “utenti” stimabile intorno ai sette\ottomila. Che accadrebbe se la gente capace di essere attiva fosse di più? Si arriverebbe a contattare più persone.

  Il primo passo penso dovrebbe essere familiarizzarsi con le idee che stanno dietro al modello della sinodalità, il successivo dovrebbe essere iniziare un tirocinio di sinodalità.

 Proprio il carattere che si è pensato di imprimere alla nuova sinodalità ecclesiale, con un avvicinamento molto impegnativo delle persone a una comunità e una più ampia  consapevolezza della relativa teologia, ostacolerà però il raggiungimento di grandi numeri. Inoltre  vi è la scarsa formazione che in merito si è data  ai preti: essi appaiono piuttosto restii a collaborare con il laicato

Mario Ardigò – Azìone Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


Messa domenicale del 28 dicembre 2025 - Festa liturgica della Santa Famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù

 

Messa delle nove del 28 dicembre 2025 – Festa  della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria – letture bibliche e sintesi dell’omelia – sintesi di Mario Ardigò, dell’Azione Cattolica nella parrocchia di San Clemente papa

 


by ChatGPT 28 dicembre 2025


 La prima lettura era tratta del libro del Siracide, dal capitolo 3, versetti da 3 a 7 e da 14 a 17

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli
e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.
Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà
e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.
Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.
Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli
e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.
Chi glorifica il padre vivrà a lungo,
chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.
Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,
non contristarlo durante la sua vita.
Sii indulgente, anche se perde il senno,
e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.
L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,
otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

 

Il salmo responsoriale era il 127

 

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, 
sarai felice e avrai ogni bene. 

La tua sposa come vite feconda 
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo 
intorno alla tua mensa. 

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme 
tutti i giorni della tua vita! 

 

 

La seconda lettura era tratta dalla lettera ai Colossesi di san Paolo Apostolo, capitolo 3, versetti da 12 a 21.

 
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.

  Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!

La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

 Il brano evangelico era tratto dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 2, versetti da 13 a 15 e da 19 a 23:

 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

 

Ecco la sintesi dell’omelia per come la ricordo.

 

 Oggi si celebra la festa liturgica della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Il Natale stesso è divenuto una festa della famiglia e non è male.

  Nel brano evangelico ci viene presentato Giuseppe che svolte il compito affidatogli da Dio, di prendersi cura di Gesù.

  Per tre volte Dio intervenne per guidare Giuseppe: al momento in cui gli disse di accogliere Maria presso di sé e di chiamare Gesù il bambino che stava per nascere; quando poi, dopo l’adorazione dei Magi, gli disse di rifugiarsi in Egitto con la famiglia; quando infine gli disse di tornare, perché non c’era più pericolo per il bambino.

  Gesù nacque nella storia umana, che come sempre era piena di violenza, ingiustizia e sofferenza.

  Nel brano evangelico letto nella messa di oggi non è stato inserito il racconto della strage degli innocenti, dei bambini di età inferiore ai due anni ordinata dal re Erode. Il 28 dicembre di ogni anno si celebra appunto la festa liturgica dei Santi Innocenti.

  Dunque Giuseppe, per odine divino, si fece profugo in Egitto, con la famiglia, con Maria e Gesù bambino. Anche oggi ci sono tanti profughi nel  mondo.

  Dio non volle eliminare il pericolo infierendo sul re Erode, ad esempio colpendolo con una grave malattia mortale. Non è così che opera Dio. L’arma di Dio è la carità, che si impara in famiglia.

  La lezione dell’episodio evangelico proclamato nella messa di oggi è che di fronte alle avversità della vita è importante non rimanere soli. E, appunto, Gesù non rimase solo, perché Giuseppe e Maria, la sua famiglia, se ne presero cura. Questa è la carità e la famiglia e il primo nucleo sociale in cui si sperimenta.

  Nella lettura di san Paolo apostolo ai Colossesi se ne parla: sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandosi a vicenda e perdonandosi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Quanto spesso, invece, le famiglie sono infelici. Una delle radici più profonde del male nelle relazioni familiari è il rifiuto della carità, quando si pone la propria felicità al di sopra del bene dell’altro.

  Nella sua umanità, Gesù fece esperienza concreta della carità nella vita familiare e poi la mise in pratica, rivelandola, nella sua Passione  e Morte per la nostra salvezza: essa rifulse nella Resurrezione.

 

Buona domenica!

venerdì 26 dicembre 2025

La pratica della sinodalità

 

La pratica della sinodalità

 

  Definiamo sinodalità un modo di impersonare e vivere la Chiesa nel quale le persone si sentano in qualche modo coinvolte nell’orientare la comunità di appartenenza in una misura e in un modo sufficienti a far sì che le forze centripete tendano a prevalere su quelle centrifughe, che spingono ad allontanarsi dal gruppo. Ai tempi nostri si vorrebbe che la sinodalità fosse il modo ordinario nel quale tutte le persone di fede vivono la loro ecclesialità. Le forme di sinodalità del passato coinvolsero invece, in genere, cerchie più limitate, in particolare le gerarchie ecclesiastiche e le assemblee deliberanti degli ordini religiosi, come anche di confraternite, associazioni e movimenti laicali.  La sinodalità come pratica ecclesiale globale costituisce un moto di riforma ecclesiale.

  Nel progettare questa nuova forma di sinodalità, si sono ripercorse le esperienze del passato e si è cercato di farla derivare mediante sviluppi logici, razionali, dalle definizioni teologiche. Si è visto che quella nuova sinodalità non ha veri precedenti nel passato e che la teologia aiuta poco, proprio perché si tratta di una esperienza nuova.  In genere la teologia interviene sempre a posteriori, dopo che una novità sociale si è già prodotta. Prima viene la vita concreta e poi la teologia cerca di inquadrarla nelle sue categorie.

  I fautori della nuova sinodalità sono partiti dalla constatazione del crescente allontanamento della gente dalla pratica della religioni, in un contesto in cui la grande maggioranza di essa non aveva voce e si pretendeva che si limitasse a fare, dire e pensare ciò che veniva ordinato dalle gerarchie ecclesiastiche. Gli avversari della nuova sinodalità osservano che il legame con la religione, vissuto anche come elemento identitario, è oggi in forte ripresa nel mondo, salvo che in Europa occidentale, per quanto con debole aderenza alle definizioni dogmatiche e una certa libertà dei costumi.

  In Germania il moto verso la nuova sinodalità è stato molto più marcato che in Italia, dove in genere prevale un certo clericalismo, che è quando si preferisce in ogni cosa avere un ruolo subalterno al prete e si rinuncia a prendere l’iniziativa e anche ad aver parte nel decidere.  Penso che sia la prassi prevalente nelle nostre parrocchie.

  In effetti, in Italia le masse accorrono ai grandi eventi ciclicamente organizzati dalla gerarchia. Si è osservato che, però, questa religiosità appare piuttosto superficiale e non coinvolge più larga parte delle persone più giovani, mentre risulta diminuita la vicinanza e la frequenza delle donne. Ci si rivolge al prete quando si tratta di organizzare una cerimonia per celebrare un evento importante della vita, di dare un primo orientamento etico alle persone nella fanciullezza e nella prima adolescenza e di cercare lavoro e sostegno materiale o psicologico. Quindi, poi, l’influenza etica e politica della Chiesa ne risulta ridotta.

 Dall’ottobre 2021, nelle assemblee sinodali preparatorie al Sinodo sulla sinodalità e poi nel deliberare nel Sinodo dei vescovi integrato da altre componenti si è cercato di iniziare a praticare la nuova sinodalità, ma i risultati hanno lasciato molto a desiderare. Al dunque si continua un po’ come prima e con il nuovo Papato non sono ancora giunte pressioni a riprenderne il tirocinio.

 Pare un paradosso, ma, a differenza di ciò che si vive in Germania, da noi si tende a vivere la sperimentazione della sinodalità in modo piuttosto clericale, ciò che non ne favorisce certamente lo sviluppo.

 

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli.

 

 

 

lunedì 22 dicembre 2025

messaggio del papa Leone 14° per la 59° Giornata mondiale della pace, diffuso l’8-12-25

 

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

 Sintesi del messaggio del papa  Leone 14° per la 59° Giornata mondiale della pace, diffuso l’8-12-25 (sintesi di Mario Ardigò  - AC parrocchia San Clemente papa  - Roma  - Monte Sacro – Valli)

La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» ( Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. 

La pace di Cristo risorto

Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce: vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». 

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. È un principio che guida e determina le nostre scelte

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violentao e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.

Sant’Agostinosegnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». 

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. 

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.  Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico.  È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».  

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

 Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».  Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,  a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.

[Si legge nel libro del profeta Isaia:]«Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

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Testo integrale del messaggio

Da

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/peace/documents/20251208-messaggio-pace.html

 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV
PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2026

 

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

 

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» ( Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. 

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfr Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfr Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». 

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica»

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.  «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». 

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondialePer di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».  Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». 

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti».  È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». 

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». 

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».  Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».  Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,  a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi ( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata ( Prov 18,19)». 

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

LEONE PP. XIV

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