giovedì 12 marzo 2026

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di conferimento della Laurea magistrale Honoris Causa in “Politica, Istituzioni e Mercato”, in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” - Estratto

 

Da: https://www.quirinale.it/elementi/151737

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di conferimento della Laurea magistrale Honoris Causa in “Politica, Istituzioni e Mercato”, in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” - Estratto

 Firenze, 10/03/2026 (II mandato)

 

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Nel 1912 il tema del relatore, Teodosio Marchi, era “la crisi della rappresentanza”. All’indomani della introduzione del suffragio universale maschile, esaminava la crisi della rappresentanza liberale e del ruolo del Parlamento e dei partiti, concludendo che il mondo stava cambiando con la stessa velocità e profondità con cui “l’invenzione della macchina a vapore ha fatto con l’industria” e che la prospettiva era quella di una “democrazia autoritaria”.

Chissà cosa direbbe oggi, osservando il ritmo sempre più veloce dei mutamenti degli strumenti disponibili, nonché quanto sta avvenendo nella realtà degli assetti istituzionali in tante parti del mondo.

Nel 1917, con la Prima Guerra Mondiale ancora in corso, Santi Romano scelse, per la sua prolusione, il titolo “Oltre lo Stato”: quel grande maestro auspicò la creazione di una comunità politica europea. Perché, a guerra conclusa, disse, "nulla sarebbe stato come prima".

Il primo, Teodosio Marchi, presagiva la non lontana crisi dello Stato liberale, il cui detonatore fu senz’altro il primo conflitto mondiale, ma che già incombeva, anche in Italia, dovuta all’incapacità di interpretare gli eventi e le trasformazioni sociali e di ampliare in modo adeguato la base dello Stato unitario, garantendo adeguata rappresentanza ai ceti popolari.

Specchio di tale difficoltà era per molti aspetti il Parlamento, ancora nettamente costituito su base censitaria e localistica, con affidamento della rappresentanza a notabilati, sintomo di scarsa sensibilità ad avvertire i movimenti reali e profondi della società. L’affermazione dei partiti popolari giunse a ridosso dell’assalto del fascismo che li colse impreparati, non in grado di predisporre un’iniziativa efficace per contrastare la violenza dilagante e l’ambiguità della monarchia.

Il secondo, Santi Romano, acutamente, comprese che antidoto efficace e duraturo alla spirale nefasta della guerra non poteva che essere la creazione di un movimento di unificazione europea, di cui avvertiva l’urgenza per arrestare il declino del continente, iniziato con il primo conflitto mondiale.

Come ben sappiamo, fu necessario un secondo, ancor più sanguinoso conflitto perché, grazie all’azione di alcuni statisti lungimiranti, questa consapevolezza si diffondesse tra le classi dirigenti e i cittadini europei.

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Vorrei cogliere l’occasione di sottolineare come la nostra Assemblea Costituente si giovò in grande misura del contributo di uomini di cultura, di studiosi di diverso orientamento che ne entrarono a far parte, accanto alla componente più schiettamente politica.

La cultura e la scienza sono per loro autentica natura aperte all’interlocuzione, non pretendono di possedere verità assolute, sono inclini a trovare punti di incontro, a raggiungere mediazioni, senza rinunciare ad affermare principi e valori.

Questo rese possibile la nostra Costituzione: una collaborazione autentica e profonda, tra studiosi e rappresentanti politici, nel porre le basi per la rinascita dell’Italia nel segno della democrazia.

I padri costituenti si rivelarono capaci di indicare a un popolo devastato dalla guerra, sofferente e disorientato, una prospettiva di futuro, una società aperta da realizzare insieme, nella condivisione dei diritti fondamentali, nella libertà, nel pluralismo delle istituzioni, promuovendo un’economia libera e orientata all’utilità sociale, la cooperazione e la pace come obiettivo delle relazioni internazionali.

Il Diritto costituzionale, focalizzato appunto sulla forma di governo, si intrecciò, nell’esperienza della Cesare Alfieri, con la storia istituzionale, la comparazione e la politologia, evocando Machiavelli e lo studio del potere.

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I partiti politici hanno rappresentato il motore della rinascita democratica dell’Italia, assicurando il coinvolgimento popolare come mai si era verificato nella storia dello Stato unitario. Rivestono un ruolo indicato dalla Costituzione: anche per questo sono, più che utili, necessarie critiche e sollecitazioni che provengono dagli elettori, anzitutto, e dal mondo della cultura.

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Comun denominatore di questi studiosi [che insegnarono alla Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri] sono stati il rigore e la tolleranza: il rigore della volontà di capire prima di giudicare; la tolleranza che produce necessità di comprendere tutte le ragioni, la certezza che non esistono risposte semplici a problemi complessi.

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Da questa Università è venuto anche un forte contributo agli studi dei rapporti tra Stato e Chiesa. La Cesare Alfieri ha contribuito alla definizione delle relazioni fra le due sponde del Tevere nonché alla loro reciproca comprensione e feconda collaborazione per il bene dell’Italia.

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Il fondatore della Cesare Alfieri esortava i docenti a dare ai giovani “buone vettovaglie” e di fornirli di ”buone armi per tutta la campagna della vita militante”.

Questo proposito appare oggi quanto mai essenziale perché la contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell'ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli assetti e sugli ambiti istituzionali.

I protagonisti degli scenari globali, con grande e crescente influenza sulla vita quotidiana di singoli e di comunità, sono soggetti tecnologici e finanziari. Sovente vi si fondono i due aspetti.

Non si tratta di fenomeni completamente nuovi. Nuova è la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda Guerra Mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati. La pretesa, infatti, è di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi.

I social hanno modificato il modo di comunicare, cambiando relazioni sociali e modo di operare anche nella vita politica.

L'intelligenza artificiale sta modificando forme e modalità di lavoro e innumerevoli e ancora indefiniti aspetti della vita nel mondo.

Un contributo fondamentale, in questo quadro, a una convivenza più giusta e più libera deve vedere protagonisti il mondo della cultura e istituzioni come la Cesare Alfieri.

La tecnologia e la scienza sembrano avere oggi bisogno soprattutto di un nuovo e vigoroso apporto di carattere umanistico. Di una nuova ricomposizione dell’unicità del sapere, sempre più avvertita e concretamente sviluppata da discipline che un tempo apparivano estranee le une alle altre.

Vi è l’esigenza di rimettere al centro la persona, i valori umani e universali, il senso di comunità che accresce il valore delle relazioni tra le persone, del rispetto e del reciproco riconoscimento di dignità e di diritti.

Occorre, come hanno fatto tanti di coloro che hanno operato in questa Scuola, in questo Ateneo, dedicarsi allo studio con passione, nei diversi ambiti della conoscenza affinché i nuovi confini del sapere possano essere esplorati e coltivati per realizzare il benessere collettivo che muove dalla centralità della persona – ripeto -, di ciascuna persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri.

Occorre farlo come incitava Francesco Protonotari, primo direttore della Nuova Antologia - altra creazione della Firenze capitale - come "spiriti indipendenti e coraggiosi".

Ho ricordato – poc’anzi - Silvano Tosi, prima allievo e poi docente autorevole della Cesare Alfieri, e di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita.

Nel 1957 concludeva la prefazione alla sua traduzione della “Democrazia in America” di Tocqueville con queste parole, tuttora attuali e motivo di riflessione: “Nelle molte intuizioni profetiche di Tocqueville, la più inquietante per il nostro tempo è forse quella che prevede un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista, cui la moderna scienza del dispotismo suggerisce quell'aspetto filantropico, quelle forme fraudolentemente rappresentative, quel temibile ufficio tutorio dell'individuo, che Tocqueville definì magistralmente, cogliendone l'intimo spirito, nel concludere che si tendeva a far perpetuare l'infanzia dell'uomo”.

Non lasciamo che questo avvenga, che si realizzi una simile regressione.