sabato 12 luglio 2025

Rammendare la società: una via spirituale oltre la crisi della Chiesa

 

Rammendare la società: una via spirituale oltre la crisi della Chiesa

 

  Lo scrivo spesso: quello che di solito si predica nelle parrocchie è inutile per la maggior parte delle persone e, in particolare, per quelle più giovani. Non sto, però, a rigirare il coltello nella piaga: basta che si abbia la consapevolezza che è così, ed è evidente che è così, perché tanta gente non ci frequenta più e non è perché è cattiva, è che il tempo che si passa in chiesa e dintorni è inutile per molte persone. Non è colpa dei nostri preti, naturalmente: fanno tanto e con molta buona volontà e anche con competenza. Sono gente che studia o ha studiato. Dipende dal fatto che si vuole che tutto faccia capo o esca da loro e questo non va bene, perché la società di oggi è troppo complessa perché loro arrivino a tutto. Se ne manifestò consapevolezza durante il Concilio Vaticano 2°, negli scorsi anni Sessanta, ma poi se ne fece poco o nulla e tutto continuò più o meno come prima.

  Allora è colpa dei vescovi o addirittura del Papa? Poveretti, anche loro fanno quello che possono. Sono incastrati in un ingranaggio burocratico\teologico micidiale che ci deriva dai secoli passati e, in particolare, quanto all’assolutismo papale, dal tremendo Ottocento europeo,  nel corso del quale furono poste le fondamenta delle atrocità della prima metà del secolo seguente. Come si è visto chiaramente, anche un Papa, e anche uno molto volenteroso, ben disposto e volitivo, può fare poco e, alla fine, finisce per ricadere nelle consuetudini dalle quali progettava di staccarsi. Al dunque, le modifiche più significative si sono rivelate la dismissione della pesantissima corona tre strati da imperatore del mondo e della cosiddetta sedia gestatoria, portata a spalla da appositi addetti detti sediari. Nelle occasioni solenni si vedono un po’ meno pennacchi e patacche brillanti, la corte  è stata ridenominata famiglia  e la nobiltà pontificia, detta nera  e si capisce perché, ne è stata tenuta ai margini.

  Nelle Diocesi è più  o meno lo stesso. Naturalmente un vescovo non è del tutto prigioniero del suo ruolo come un Papa. Ma comunque mi pare che abbia scarso spazio di manovra, tra le calunnie che, secondo antiche consuetudini, gli vengono scagliate contro (e questa è cosa che riguarda tutto il clero) e l’inquisizione organizzata nella Santa Sede, che a quelle calunnie si appiglia. Non importa in quale parte del mondo si è vescovo, da una denuncia ti si può rovesciare il mondo addosso e ti puoi trovare  costretto a giustificarti con gli inquisitori romani, eredi di un triste e tremendo passato.

  Così i suggerimenti per le virtù sociali che si danno nella predicazione lasciano il tempo che trovano. C’è una vera ossessione sulle questioni riproduttive, che veramente non si spiega tenuto conto della scarsissima importanza che ad esse viene data nei Vangeli. Questo già rovina i rapporti con le persone adolescenti. Una grande anima come Carlo Maria Martini consigliava di non insistervi troppo, di lasciare certe cose alla coscienza: ma in questo, come in molto altro, rimase inascoltato.

  Sembra che i predicatori ritengano che, se si è buoni, secondo i canoni ecclesiastici, la società non può che migliorare, ma una consapevolezza realistica della società non conforta questa opinione.  C’è chi dice di attendere un intervento celeste, nel frattempo cercando di propiziarselo pregando, pregando e pregando. Ma anche su questo l’esperienza non conforta. Non basta essere buoni  al modo in cui i predicatori, in genere (ci sono eccezioni),  insegnano ad esserlo.

  Bisogna  interagire in società con le altre persone. Ma sembra che questo non debba rientrare nella formazione religiosa per la maggior parte della gente. Anzi, si consiglia spesso di separarsi, di stare tra noi, perché poi le altre persone, vedendo come sappiamo volerci bene, si aggregheranno. Ma questo non succede. E non ci vogliamo nemmeno tanto bene, anzi c’è il costume di sparlarsi sempre addosso. Tutti poi sparlano dei preti e scrivono al vescovo. Non sappiamo vivere bene tra noi e la religione in sé non aiuta, anzi le Scritture che narrano delle collettività cristiane delle origini  ci attestano chiaramente che nemmeno allora ci si riusciva.

  Non bisogna però perdersi d’animo. In realtà viviamo in società estremamente complesse, che legano ormai tutta l’umanità a livello globale, e, nonostante quello che di solito si dice e si pensa, molto meno bellicose del passato, a partire dalla nostra Chiesa, che non è più quel mostro stragista e genocida che la storia ci rimanda in diverse epoche. Come si  è riusciti a questo? Ecco questa è la domanda fondamentale.

  Se vogliamo fare un lavoro in società che sia di una qualche efficacia, bisogna capire come ci si è riusciti, e ancora ci si riesce, e questo nonostante che gente malvagia ci sia ancora e anche ai supremi vertici politici.

 E’ stato un lavoro che ha coinvolto, non del tutto consapevolmente, praticamente tutta l’umanità, che sembra non appassionarsi più all’ammazzare, come avveniva un tempo. In questo il pensiero sociale cristiano dagli scorsi anni ’30 ha avuto un ruolo importante: la nostra democrazia europea ne è il frutto, come anche di altre componenti, certo, ma tra le quali quella cristiana è stata fondamentale.

  In tanti anni di professione nel foro, so bene che, individualmente, un certo gusto nel massacrare gli altri rimane sempre. Del resto discendiamo da antiche belve e l’hardware fisiologico e mentale non è poi tanto mutato. Ma non ci si appassiona più tanto alla guerra, se non al cinema e ai videogiochi. Ad esempio, agli inizi del Novecento, quando in Italia si dovette decidere se aggregarsi al massacro europeo che era iniziato nel 1914, molta gente reclamò gioiosamente la guerra e tanti partirono volontari. La cultura popolare spinse in quel senso. Anche nel secolo precedente era andata così, anche se ad infiammarsi erano stati prevalentemente i ceti colti e abbienti, mentre contadini e operai mica tanto. Il nostro cosiddetto Risorgimento, dal quale scaturì l’unità nazionale, fu un seguito impressionante di guerre, nelle quale finì in mezzo anche il Papato (del resto secondo i costumi di sempre).

  Su questa nuova sensibilità popolare si può costruire. Occorre darle voce, sorreggerla, crearvi una cultura intorno.

  La predicazione su questo è molto cauta, e come potrebbe non esserlo? E’ tutta una tradizione fin dalle origini che spinge a non contrastare le guerre se non quelle sgradite alla gerarchia ecclesiastica, dette  ingiuste. Non furono molti i pacifisti a sfondo cristiano prima degli anni Cinquanta e sicuramente non lo furono né il Papato romano né il resto della gerarchia. Ancor oggi negano alle singole persone la libertà di determinarsi in coscienza se obbedire o non ad un ordine di mobilitazione bellica, per decidere se la guerra che viene ordinata è giusta  o non, secondo la propria fede. Secondo la dottrina corrente solo un governo legittimo può deciderlo, ma negli ultimi decenni è andata maturando una sensibilità che resiste a questa idea. Questo, ad esempio, nella grande epopea che dagli anni Sessanta portò, spinta da un movimento popolare in cui tanti giovani furono protagonisti, alla legge italiana sull’obiezione di coscienza, del 1972. Ora il servizio militare maschile obbligatorio non c’è nemmeno più, dal 2005. Dal  1991 era finita la cosiddetta guerra fredda.

 Creare una società è come tessere una tela. E’ un’idea che ci viene dalla filosofia antica. Ma non si parte mai da zero. Si interviene sempre su una storia che è in corso, così quel lavoro assomiglia più a un rammendo.

 E come la mettiamo con il detto evangelico che fa così:

 

Nessuno mette una pezza di stoffa nuova sopra un vestito vecchio: perché il tessuto nuovo strappa il vecchio, e il danno diventa peggiore. [Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 9, versetto 16 – Mt 9, 16 – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

e che sembra scoraggiare dal rammendo?

  Lascio a voi ragionarci sopra.

  Ci sono state, nella storia, delle fasi in cui si è preferito tentare di ripartire da capo (anche se nelle culture umane non è mai possibile farlo del tutto su grande scala), ma bisogna essere consapevoli che da ciò inevitabilmente  scaturisce la violenza. Successe,  nel giro di pochi decenni,  nei rapporti tra i seguaci degli insegnamenti del Maestro e il coevo giudaismo e poi in quelli con le altre tradizioni religiose.

  Ai tempi del Maestro, dunque nel primo secolo della nostra era, si stima che, in tutto il mondo, ci fossero non più di trecento milioni di persone, divise in società che, in diversi casi, nemmeno si conoscevano. Tra un insediamento abitativo e un altro c’era tanto territorio disabitato, in cui regnavano le fiere. Ogni città poteva fare da sé, anche se si praticava il commercio, e la potenza della tecnologia era assai limitata. Oggi la situazione  è totalmente diversa. Siamo oltre otto miliardi, nonostante tutte le lamentele europee sulla denatalità, non c’è mai stata tanta gente sulla Terra, e le organizzazioni politiche che regolano il vivere civile in modo da consentire la pace sociale sono strettamente interconnesse. Ad esempio, praticamente tutti gli oggetti di nostro uso quotidiano, compreso il pc su cui sto scrivendo e i vestiti che sto indossando ci vengono dall’Asia, da molto lontano. Non è più possibile ripartire da capo. Bisogna allora impratichirsi del rammendo sociale e conoscere le altre persone e le loro culture.

  Ne sono  ora convinti anche i nostri gerarchi religiosi, che ad esempio non ordinano più di sterminare le collettività che non seguono la nostra religione, o almeno di discriminarle, come a lungo ordinarono che si facesse con le popolazioni ebraiche.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli