venerdì 11 luglio 2025

Costruire l’agàpe. Si può imporre la pace? Il dilemma dell’agàpe nel mondo moderno

 

Costruire l’agàpe. Si può imporre la pace? Il dilemma dell’agàpe nel mondo moderno

 

Negli insegnamenti sull’agàpe il Maestro non disse di attenderla dal Cielo. “Fate agàpe” è il comandamento nuovo. Agàpe  è un modello di relazioni sociali, agapiche appunto. Bisogna interagire con le altre persone intorno a noi, le quali, magari, non sono tanto dell’idea di fare agàpe  con noi. Nei secoli passati,  a questo punto, si passava direttamente alla violenza: agàpe  con le buone o con le cattive. Ma che agàpe  è quella ottenuta con le cattive?

 Il Maestro esortò alla conversione, a cambiare modo di vivere e di relazionarsi in società. Ma quanto al concreto modo di realizzare l’agàpe non ci ha dato dettagli, se non quegli esempi contenuti nelle parabole, e, naturalmente, con la sua vita. Quanto a quest’ultima è evidente che non usò mai violenza per far cambiare idea alla gente. E’ piuttosto sorprendente, allora, la tanta, estesa ed efferata violenza realizzata dai suoi seguaci fino ad epoca molto recente.

   Turbò, rovesciando i banchi e rincorrendo i venditori con una frusta fatta di cordicelle, il piccolo commercio che veniva svolto nel complesso del Tempio di Gerusalemme, ai margini delle liturgie, come accade da  noi intorno a tanti santuari. Lì, effettivamente, ci venne presentato adirato e violento, anche se non ho mai ben capito perché abbia agito così. I biblisti si affannano a spiegarlo, ma rimane sempre un episodio che appare sproporzionato. Comunque, a ciò che è scritto, nessuno si fece male, anche se bisogna immaginare che qualche frustata abbia raggiunto il segno. Penso che poi si sia ripreso a vendere e comprare: non è scritto che queste consuetudini cambiarono in seguito al suo intervento. Fu uno sfogo di un momento: non ce ne vengono narrati altri simili nei giorni seguenti. Tutto rimase come prima. Nello spirito dell’agàpe  si vorrebbe invece che qualcosa cambiasse in società. Ma per ottenere questo, o si usa molta più violenza, e questa fu la via seguita in genere dalle Chiese cristiane fin dalle origini, o si avvia una interlocuzione.

  Ma che fare e come?

  Di solito l’agàpe, assolutamente centrale nella fede cristiana, non viene presentata come indispensabile.  Si può realizzare o non. Rientra un po’ in quei consigli evangelici che si pensa siano alla portata solo di fasce ristrette, tra gente che si impegna a seguire più da vicino  la via del Maestro.

  Nella predicazione, in genere, le cose presentate come indispensabili sono, in ordine di rilevanza: mantenersi sottomessi ai preti, non commettere (troppi) atti impuri, sposarsi in chiesa, accostarsi ogni tanto agli altri sacramenti, venire a messa di quando in quando, ricordare alcune delle preghiere più comuni.  Ma, se una persona rimane sottomessa ai preti, poi tutto si fa più facile perché loro assolvono dal resto, che viene messo in conto tra la gente comune.

  E’ curiosa questa precettistica, perché corrisponde poco agli insegnamenti del Maestro, salvo che per gli atti impuri, sui quali, però egli si limitò a confermare le regole del giudaismo del suo tempo, senza calcarci sopra più di tanto. Non istituì un clero (tali non erano gli apostoli e gli altri discepoli), il matrimonio come sacramento era molto di là da venire, così come gli altri sacramenti, intesi come atti liturgici di particolare forza ecclesiale. E, quanto alle preghiere, si sa come la pensava.

  Il Maestro insegnò la conversione, ma non organizzò la società dei convertiti secondo la sua predicazione. Girava per la Palestina ed anche un po’ più in là, ma nei posti dove andò non istituì comunità, dando ad esse dei capi e accreditandovi suoi delegati. Avvenne tutto dopo la sua morte. Questa mancanza di un suo modello di organizzazione agapica ci ha creato problemi, perché quando si diventa collettività molto numerose è indispensabile darsi delle regole. Ci ha esortato a fare agàpe anche con chi ci vuol male, anche se non si spinse mai a esortare a non fare guerra.  Certo, dichiarò beati  i costruttori di pace, ma, una volta che viene ordinata la guerra, che si fa? Ci si è dovuto pensare dopo e, in genere, si è deciso che la guerra, date certe condizioni, si poteva fare, anzi si doveva fare, e che, addirittura potesse essere santa. Solo dagli ultimi anni Cinquanta, in particolare nell’Europa occidentale, si è cominciato a pensarla diversamente, anche in religione. Ora l’obiettivo della pace  rientra nella dottrina sociale. Si pensa che, per realizzarla, si debba istituire un’autorità mondiale capace di imporla. Ma, così, il problema non viene risolto perché l’imposizione non è agapica. E’ stato osservato (Hannah Arendt) che un’autorità mondiale così potente, inevitabilmente abuserebbe di questo potere, perché è legge del potere sociale che non ci si arresta se non di fronte a una valida resistenza (Montesquieu).

 Sì certo: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi ecc. Ma se  poi gli assistiti, nonostante quello che si fa per loro,  non cambiano mentalità e continuano ad avercela con noi?

 La predicazione su questi temi dice poco  o nulla. Esorta alla pace, certo, ma poi non dà indicazioni su come costruirla in concreto.

  D’altra parte clero e religiosi sono incapsulati nella gerarchia ecclesiastica  e si sono impegnati a sottomettersi ai superiori: quando sgarrano vengono sanzionati e al limite espulsi.  La gerarchia ecclesiastica  è un sistema sociale molto semplificato, basato sull’idea dell’ordine mediante l’obbedienza ai superiori. Ma che garanzia c’è che questi ultimi ci prendano, che decidano per il giusto? Io non farei tanto conto sull’ausilio soprannaturale, perché la storia disillude.

  Comunque la società di uno stato contemporaneo  è un ordinamento molto più complesso, più conflittuale e non c’è verso di darle un ordine stabile: mediante il diritto si cerca di renderla coerente, ma si tratta di un ordine sempre precario. Se non ci si dà continuamente da fare si è esposti al dissesto sociale, che è quando, come oggi accade  ad Haiti, i gruppi sociali si affidano alla forza e cercano di prevaricarsi, non riconoscendo altro ordine.

 Psicologia, antropologia e sociologia  cercano di spiegare i movimenti della società e nella società, a partire dalle persone singole.

  L’ordine si ottiene prevaricando o accordandosi.  Si accetta di accordarsi solo quando si ha convenienza a farlo e, in particolare, quando non si ha la forza sufficienza per prevaricare o prevaricando si otterrebbe di meno.

  Un accordo è possibile quando si accetta di conoscersi e parlare. Le narrazioni evangeliche sono piene di questo. Di questo conoscersi e parlare si dovrebbe far tirocinio fin da quando si è nell’infanzia e si è appena usciti dal nido della famiglia di origine. E’ un’esperienza di umanità che fa crescere come persone e fa crescere la società in cui si è inseriti. Appunto perché è la via per l’agàpe. Ma quando e dove si può fare questo tirocinio negli ambienti ecclesiali? Ad esempio nella nostra Azione cattolica,  e in non molti altri ambienti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli