giovedì 10 luglio 2025

Agàpe è il centro del Vangelo. Alla ricerca del suo significato

 

  Agàpe è il centro del Vangelo. Alla ricerca del suo significato

 

 L’Agàpe  è il centro del vangelo cristiano.

  Scrivo e pronuncio agàpe, come suona nel greco evangelico.

  Nell’uso ecclesiastico è divenuto comune pronunciare àgape. Come in moltissime altre cose ci si è così distanziati dalle origini.

 ChatGPT ci può aiutare a capire ciò che è avvenuto.

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[ChatGPT ricerca del 10-7-25. Prompt (quesito): Nel greco antico si pronuncia agàpe. Perché in Italiano c'è l'uso di dire àgape? ]

In greco antico, come dici correttamente, la parola ἀγάπη (agápē) porta l'accento sulla penultima sillaba: agápē (con accento acuto sulla a e vocale finale ē lunga). La pronuncia sarebbe dunque simile a agàpe, con l’accento grave che in italiano indica un tono discendente sulla penultima sillaba.

Tuttavia, in italiano ecclesiastico o letterario, è diffusa la pronuncia àgape, con accento sulla prima a. Questo fenomeno ha una spiegazione legata più all’uso tradizionale che alla fedele traslitterazione fonologica dal greco.

Le ragioni principali:

1.      Influenza della prosodia latina ed ecclesiastica
In latino ecclesiastico (dove il greco fu mediato per secoli), la parola venne adattata come agape con una pronuncia latina, e spesso con accento sulla prima sillaba (Àgape), anche per motivi metrici e stilistici.

2.      Tradizione liturgica e cristiana
L’uso di àgape nella lingua della Chiesa cattolica — in riferimento ai pasti comunitari dei primi cristiani — ha consolidato questa pronuncia. Era più importante l'associazione con il concetto che non la correttezza etimologica.

3.      Italianizzazione fonologica
In italiano, quando si importano parole da lingue classiche, spesso l’accento si sposta per adattarsi alla prosodia italiana. Agape è trisillabica, terminante in -e: una forma inusuale nel parlato comune, e così si è accentata sulla prima per comodità.

4.      Ambiguità fonetica risolta per distinzione semantica
A volte, la pronuncia àgape viene usata anche per distinguere il significato cristiano della parola da un’eventuale lettura più greca, accademica o neutra. Lo stesso accade con altri termini: ad esempio, “sòter” e “sotér” possono avere connotazioni diverse.


Conclusione:

In greco antico si dice agápē, ma in italiano si dice àgape perché:

·         è passata attraverso il latino ecclesiastico;

·         l’uso liturgico ha stabilito quella pronuncia;

·         l’adattamento alla fonetica italiana l’ha consolidata.

Se parlassi in un contesto accademico classico, useresti agàpe; in un’omelia o in un testo teologico italiano, sarebbe più naturale àgape.

 

 

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  Il comandamento nuovo  non è amare, come comunemente viene detto e predicato, ma fate agàpe. Così è scritto nei Vangeli, dove figurano parole che vengono presentante come dette dal Maestro. Egli sapeva il greco antico? Non è scritto, non lo sappiamo con sicurezza, possiamo solo fare congetture. Si pensa che potesse conoscerlo a livello colloquiale perché era parlato nella regione della Palestina, la Galilea, di cui era originario. Difficile che lo parlasse al livello molto sofisticato espresso nei  quattro Vangeli ritenuti normativi per la fede cristiana. Solo apparentemente sono testi semplici. Si pensa che  siano stati scritti, sulla base di precedenti tradizioni orali, vari decenni dopo la sua morte.

  Che voleva intendere il Maestro quando comandava ciò che nel greco evangelico viene espresso con la parola agàpe?

  Ne scrive il biblista Gerhard Lohfink in Gesù come voleva la sua comunità? La chiesa quale dovrebbe essere, Edizioni San Paolo 1987, ancora disponibile in commercio.

  Il Maestro con le persone che lo seguivano nelle sue peregrinazioni per la Palestina, uomini e donne, arrivava nei villaggi e veniva accolto nella casa di persona amiche. Questo accogliere sollecito è l’agàpe evangelica. Il comando evangelico è di praticarla universalmente, perfino con chi ci vuole male (e noi a lui).

  Si tratta di fare posto e di instaurare relazioni agapiche, durature, che cambino l’assetto sociale. Non si tratta solo di sfamare, dissetare, rivestire, come in un centro di soccorso per le persone in difficoltà, in cui rimane la distinzione tra chi assiste e chi è assistito, la persona povera. Azioni meritorie, certo, ma che sono solo modalità di costruzione dell’agàpe e, se rimangono a quel livello, non adempiono il comando evangelico dell’agàpe.

  Negli anni passati si è detto che la chiesa dovrebbe essere un ospedale da campo. Ma, in realtà, prendendo come riferimento il comando agapico, dovrebbe essere molto di più.

  Dovrebbe cambiare profondamente le relazioni tra le persone.

 Si dice che si dovrebbe essere fratelli e sorelle e certo c’è anche questo nelle esortazioni evangeliche. Ma, spesso, non c’è peggior nemico del fratello e le Scritture iniziano appunto con il mito di  un omicidio del fratello contro il fratello. “Vi ho chiamati amici”: sono parole che nei Vangeli vengono presentate come dette dal Maestro. Φίλοι – fìloi, nel greco evangelico, è la parola che traduciamo con amici  in quel detto «οὐκέτι λέγω ὑμᾶς δούλους… ὑμᾶς δὲ εἴρηκα φίλους – ukèti lego umàs dùlus … umàs de èireka fìlus»
"Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici"
(dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 15 versetto 15 – Gv 15,15).

  Biologicamente c’è una certa aria di famiglia tra tutti noi: ci possiamo pensare a ragione fratelli e sorelle, anche se in genere alla lontana. Discendiamo da progenitori comuni. Ma è l’amicizia agàpica che ci costituisce persone cristiane. Lo si diventa seguendo il comando evangelico dell’agàpe, che ci costituisce amici.

 Di solito nella predicazione e nella pratica religiosa si dà importanza ad altre cose, miti, concetti teologici, precetti morali su questioni particolari. E, su tutto, alla sottomissione alla gerarchia ecclesiastica. Se c’è questa, viene perdonato tutto. Curioso, perché il comando di sottomissione gerarchica non è evangelico. Il Maestro se ne dimostrò insofferente e anche i suoi primi discepoli seguirono quella via ed ebbero per questo i guai loro, del resto come il capo.

  Nella mia esperienza religiosa quando si accennava al fare agàpe lo si faceva in toni scherzosi, per dire che si pranzava insieme in allegria.

 Solo più tardi, da adulto, ho capito quanto l’agàpe sia importante nella fede cristiana.

  Dicono però che prima viene la teologia costruita razionalmente sulla mitologia biblica e poi l’agàpe  e che la prima è la misura della secondo, e non viceversa. Joseph Ratzinger da papa ci scrisse una enciclica sopra, la Carità nella verità, del 2009, in cui polemizzò espressamente con le idee espresse nell’enciclica Lo sviluppo dei popoli promulgata nel 1967 dal suo predecessore Giovanni Battista Montini, un documento di straordinaria portata agàpica, che risentiva della gioia e della speranza ancora vivissime a quell’epoca dopo il Concilio Vaticano 2°.  

 Naturalmente nella Verità nella carità  si scrive di voler correggere fraintendimenti della precedente enciclica, che non voleva insegnare che l’agàpe era la misura della verità e che, insomma, la verità del vangelo stesse nell’agape evangelica invece che nella logica ferrea (e spietata) della teologia dogmatica. Insomma, non ci sarebbe stata differenza tra il pensiero dei due papi. Giudicate voi.

 

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum.html

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli