venerdì 4 luglio 2025

Democrazia da cristiani - Democrazia e Chiesa: perché la gerarchia ecclesiastica rifiuta i limiti

 

Democrazia da cristiani - Democrazia e Chiesa: perché la gerarchia ecclesiastica rifiuta i limiti

 

  Nell’Unione Europea la politica è organizzata democraticamente. Questo significa che non esistono, perché non li si ammettono, poteri pubblici o privati senza limiti: in ciò sta, appunto, l’essenza della democrazia, non in altro. I limiti costituiscono un sistema legale, non dipendono dall’equilibrio di forze in un certo momento o dall’arbitrio di un qualche centro di potere. L’organizzazione del potere ecclesiastico, nella nostra Chiesa, è strutturata su un principio opposto: il potere della gerarchia ecclesiastica ha scarsi limiti e, al vertice, nessuno, perché lassù ci si ritiene infallibili,  e lo si è scritto in una legge. Un sistema di limiti lascia spazio: la democrazia è un sistema di potere che lascia spazio. Come è stato giustamente osservato, non è connotato tanto dalle elezioni, ma da questo lasciar spazio, e anche le maggioranze si devono rassegnare a questo: anch’esse devono accettare limiti.

  La politica ecclesiastica è obsoleta: si è strutturata nel Secondo Millennio sulla base di principi correnti nel Medioevo. Non è evangelica: non può essere dimostrato che il Maestro la volle così com’è. Tutto accadde molto tempo dopo la sua morte. E la costruzione dei miti religiosi correnti andò di pari passo.

 Certamente si può essere persone pie sulla base delle antiche pratiche devozionali basati su quei miti, ma non intervenire efficacemente sulla società civili solo essendo così. La nostra gerarchia ecclesiastica, il clero e i religiosi hanno avuto una grande influenza nello sviluppo della civiltà europea e, per quanto riguarda la politica, inducendovi incredibili violenze, delle quali nella formazione religiosa di base in genere si preferisce tacere, non solo sorvolare, ma proprio tacere. Nel marzo 2000, durante l’Anno Santo che si celebrò quell’anno,  nella giornata del perdono (sarebbe meglio dire della richiesta di perdono), si sono francamente, ma troppo sbrigativamente, riconosciute le atrocità commesse dalle autorità ecclesiastiche, per proteggere, si è detto, la verità. Metodi sbagliati, dunque, da parte di persone che non avevano capito il vangelo (però si trattava dei più alti gerarchi!). Lo storico Harari, nel libro Nexus, Bompiani 2024, che ho citato ieri, ha osservato che questa prospettazione non è convincente, appunto perché a sbagliare erano stati i capi, l’autorità ai più alti vertici, dunque l’istituzione.  Quella verità, poi, non preesisteva, era stata enunciata di pari passo allo sviluppo del sistema gerarchico che poi si era reso responsabile di tutta quella plurisecolare brutalità, che va oltre ogni capacità di immaginazione di una persona di fede di oggi e che, pertanto, deve essere studiata, appresa, perché ci fu, realmente ci fu.

  I miti, anche quelli religiosi, vengono costruiti per dare ordine alla società e quindi al servizio degli strati della popolazione che in un certo contesto storico hanno la capacità di imporre il proprio potere.  E’ certamente accaduto anche per ciò che oggi nel Magistero e nella teologia si definisce verità. Quest’ultima, poi, è stata cambiata nel tempo, a seconda delle esigenze politiche, quindi di governo nella società. La pratica realistica della storiografia non può dimostrare che esista un deposito di fede che, immutato, è passato di generazione in generazione, fin da quando venne insegnato dal Maestro: questo è solo un postulato della teologia controllata dal Magistero. Oggi, in Europa occidentale, non si è religiosi come lo si fu nei gruppi che, nella prima metà del Primo secolo, seguivano il Maestro e neppure come si fu nelle varie epoche successive.  Per alcuni è un male, ma in realtà si è diventati migliori rispetto a come  si fu nella gran parte dei due millenni passati di storia cristiana. Molto meno violenti, in particolare.

  La nostra gerarchia religiosa ha organizzato un sistema legale per impedire di mettere esplicitamente in discussione le verità  che di volta in volta impone alla gente. In gran parte sono le stesse verità  che hanno sorretto e legittimato le atrocità del passato. Però ora le si vive in modo diverso: lo possiamo constatare. Gli usi democratici hanno privato la gerarchia del potere di imporsi con la brutalità del passato: le ha posto dei limiti, ai quali essa si manifesta piuttosto insofferente.

  Il nuovo Papa ha scelto di essere il quattordicesimo di una serie di Leone nella quale ve ne sono diversi di veramente discutibili. Ci vuole invitare a conformarsi a quella storia? A non separarsene? Personalmente la ripudio e non voglio che si ripeta. Sono un democratico, come lo si è oggi nell’Unione Europea. Ma posso anche essere un cristiano pensandola così?  Io ritengo di sì, perché al centro del cristianesimo vi è il vangelo del Cristo, non quel sistema di cosiddette verità e tantomeno un certo assetto gerarchico. E al centro del Vangelo c’è l’agàpe, che traduciamo male in italiano con amore e così lo fraintendiamo, mentre richiama proprio l’idea del fare spazio, come quando si invita gente a un lieto convito e si accoglie cordialmente nella propria casa il pellegrino.

  Non si tratta però di costruire altre verità, ma di affrancarsene come tali, recependole in modo che non siano letali. E’ ciò che, in pratica, si fa nell’attuale pratica ecclesiale. Non ammazziamo più per motivi di fede, come cristiani. Ma rimane ancora molto da fare. Non si uccide, ma si emargina. Non si fa spazio. Papa Francesco, nel tentare una riforma sinodale della sua Chiesa, ci esortò a lasciarlo, a rimuovere le “dogane” all’accesso degli spazi religiosi, ma finora non ci si è riusciti.  Tutto è continuato come prima. Egli tentò di essere un Papa che viveva il suo ministero in maniera diverso, emancipandosi da certi costumi da imperatore. Ora, con il suo successore, sembra che si  torni indietro. Vedremo.

 La gerarchia non ci farà spazio, teme (del tutto a ragione) di perdere il controllo. Quello spazio dovremo conquistarcelo, a partire dagli ambienti comunitari dove realmente si vive la Chiesa, che non sono quelli della burocrazia ecclesiastica, ma, ad esempio, nelle parrocchie, nei gruppi come il nostro di Azione cattolica parrocchiale, e in altre aggregazioni, non necessariamente ricomprese nella struttura ecclesiastica formale.

  Dove e come imparare a farlo? Questo blog si propone di aiutare su questa via.

 Si tratta di saperne di più, certamente, ma anche di fare un particolare tirocinio comunitario: provare ad ascoltare, oltre che a proporre le proprie idee. E soprattutto riconoscersi persone fallibili. Questo predispone all’autocorrezione. Ci si confronta con le altre persone proprio a questo fine. Perché da persone sole non si ha una visuale sufficientemente chiara e, per provare ad ampliarla, occorre prendere in considerazione anche ciò che non corrisponde ai nostri attuali orientamenti. Questo implica, trattando con le altre persone, di lasciar loro spazio. E’ la base della pratica democratica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli